sabato 26 febbraio 2011

C'è qualcuno in grado di vedermi?

lunedì 21 febbraio 2011

mi allontano dal caos. tutte le persone che mi circondano sono caos. fastidioso rumore di sottofondo. mi allontano per guardarmi serenamente allo specchio, senza vivaci mormorii irritanti o noiosi. mi allontano e mi sento solo. spero di non incrociare mai, lungo il mio tragitto, la paura della solitudine. la mia solitudine è la logica conseguenza della mia bellezza. bellezza è diversità, e spesso diversità chiama sofferenza. le nostre sofferenze più profonde, quelle che non racconteremmo mai a nessuno, ci sono così care, se si è abbastanza forti e intelligenti da essere in qualche modo sereni, va a finire che ci si affeziona persino ad esse. inoltre credo che la sofferenza renda persino più intelligenti: ho visto cretini che a contatto con il dolore diventavano momentaneamente più intelligenti, più profondi. “la saggezza si conquista attraverso la sofferenza” diceva lo scrittore.
come dicevo, tutte le persone che mi circondano sono caos. tutte le loro voci messe assieme sono la grande voce della mediocrità. la mediocrità che non vede oltre la punta del proprio naso, la mediocrità che non è consapevole di quanto sia mediocre.
il loro mondo è piccolo, se fai loro intravedere un po’ della tua bellezza diventi “strano”, mi viene in mente un’altra cosa che diceva lo scrittore “parla da saggio ad un ignorante ed egli dirà che hai poco senno”. ad esempio, è così strano desiderare di fare quattro passi nel cuore della notte? ricordo una volta, da adolescente, io ed un amico eravamo afflitti dai nostri grandi problemi adolescenziali, quelli che poi si risolvono e a distanza di anni alla fine ti fanno pure sorridere. mi chiese, il mio amico, “facciamo quattro passi?”. era notte fonda, ci armammo ognuno con le proprie cuffiette (entrambi volevamo star soli con i nostri dolori) e camminammo, camminammo sino a trovarci in aperta campagna, nel cuore della notte. chilometri di solitudine e buio. splendida camminata. è un peccato che il luogo in cui vivo ora non abbia dei ponti. l’unica persona a cui mi va di dire, nel cuore della notte, “facciamo quattro passi?” è la mia splendida dama ottocentesca, la mia fedele tristezza che mi accompagnerà fin dentro la fossa.
ora è tardi, voi andate pure a dormire, io quasi quasi vado a fare quattro passi….

sabato 19 febbraio 2011



cammino con la solitudine a braccetto, l’aria piacevolmente fredda è l’unica cosa che può sfiorarmi la pelle, le labbra, le mani, cammino come il silenzio di un crepuscolo in una zona di mare. la notte, l’aria fredda, il silenzio. poi scorgo lei. immobile dentro il cappotto nero lievemente svolazzante, ritta in piedi sul cornicione del ponte, al di là del parapetto. nessun altro in giro nei paraggi, è sola come un angelo, immobile come un quadro. non mi sente avvicinarmi, fissa il vuoto. scorgo il suo viso, il suo sguardo. il viso di cera, candido, fisso e bello come quello di una statua, il suo sguardo…. quello sguardo… un’istantanea di un altro mondo, quegli occhi non hanno niente a che vedere con questo mondo, con questa vita. è bellissima, esile come un sorriso nascosto, pallida come la veste del vento. bellissima. me ne innamoro in un istante, senza neanche rendermene conto. mi avvicino, lei è a due metri, sente la mia presenza, si volta e mi vede. quello sguardo nero e lucido, eccessivamente nitido, lucente. mi guarda e vorrebbe dirmi “cosa vuoi?” ma non dice niente. mi avvicino ad un metro di distanza, i miei gomiti sul parapetto di pietra. mi accorgo che il mio sguardo somiglia al suo. la osservo e la mia discrezione è un sogno appena dileguatosi con la luce del mattino, apprezza il mio silenzio. stiamo così per qualche minuto, per qualche secolo, non saprei…
d’un tratto, come se il suo corpo fosse tornato su questo pianeta, comincia a tremare, per il freddo o chissà. le tendo la mano. la vedo deglutire come se mandasse giù un macigno che scende a rallentatore, chiude gli occhi e resta così. gli occhi chiusi, il mondo fermo, solo l’acqua sotto il ponte continua a scorrere, nera come i suoi capelli. la sua mano gelida tocca la mia, qualche istante ed è da questa parte, al di qua del parapetto...

martedì 15 febbraio 2011

oche! qualche ora in obbligata compagnia di personcine scialbe come un piatto di minestra annacquata, e dire che si lamentavano del fatto che qualcuno le avesse chiamate “oche” . quack quack quack bla bla bla …. mentre blateravano io desideravo un po’ di solitudine ed ora eccomi qui, davanti a questo foglio virtuale, e la sola assenza di quelle voci noiose e sgradevoli è puro piacere musicale.
illetterate, zotiche, spregevoli esistenze, dio quanto sono diverso da quegli scorci di umanità grossolana, modesta e così inconsistente. la mia fame è diversa, la mia voce, il mio silenzio sono diversi.
sono uscito sul balcone e, piacevole sorpresa, pioggia. non mi ero accorto che piovesse. mi è quasi venuta voglia di abbracciarla, la pioggia. sono sicuro che tutte le personcine tremendamente ordinarie che conosco vedrebbero solo acqua che cade. chissà quante persone, in questo momento, osservano questa pioggia e la trovano attraente, in qualche modo interessante. chissà come sono e dove sono queste anime affini, rare gemme preziose e raffinate. in questi momenti il titolo di un film del ’76, con david bowie, mi calza a pennello come una veste dipinta solo per me da un sensibile, delicato pittore dotato di una brillante vista sottile. “l’uomo che cadde sulla Terra”. sono fatto di un’altra pasta, i miei sensi sono diversi dai vostri. chissà come cavolo ci sono finito su questo pianeta…

venerdì 11 febbraio 2011

notte fonda, leggermente brumosa e non particolarmente fredda. mi sento stranamente di buon umore, come se avessi accanto una persona intelligente, interessante e piacevole. sono solo con me stesso. mi sento quasi loquace ed il fatto che non abbia nessuno accanto è un dettaglio insignificante. anzi, è una benefica concessione notturna. la mia consueta megaindifferenza nei confronti del prossimo è sana e robusta e mi regala una dilettevole propensione al notturno sorriso solitario. fisso la parete e sento il mio arguto sorriso penetrante, il muro come uno specchio che riflette senza fronzoli il mio irrisorio stato d’animo. non c’è realmente nessuno accanto a me, allargo le braccia come un grosso uccello che dispiega le ali per tastare l’impalpabilità del cielo. sorrido, ora con il mento un poco verso l’alto, lo sguardo liquido e sottilmente glaciale, uno stato d’animo di una raffinatezza impagabile. ho una delicatezza veramente sovrannaturale. in questi momenti sono considerevolmente distante da ogni impalcatura sociale, probabilmente sono più che mai affine al più armonioso e seducente nichilismo. in questi momenti le persone m’interessano meno del solito, sono tutte quante come i minuzzoli su un foglio bianco, residui di una cancellatura con la gomma pane. quando sto così mai vorrei qualcuno al mio fianco, eccezion fatta ovviamente per la mia meravigliosa dama ottocentesca, lei può accarezzarmi il viso senza distrarmi dai miei pensieri, lei può guardarmi senza infastidirmi, può toccarmi senza che io senta la necessità di anche solo un velo di cerone. ora chiudo gli occhi e regalo a questa notte un lieve sorriso che nessun altro vedrà mai.
buonanotte...

domenica 6 febbraio 2011

la mia durlindana







fulgente bellezza ammainata
d’acciaio lucentezza sguainata
memore di lontani frastuoni
di bronzei scudi che s’infrangono
tra mille tuoni e ossa fracassate

un tempo insanguinata
cruda e brutale beltade
acuminata naiade
finta addormentata

accarezzo la tua fredda
affilata pelle incantata
tagliente
incontaminata
appariscenza estasiata

mercoledì 2 febbraio 2011

le persone che mi vedono muoiono.. quando le persone non le vedi,, non senti più la loro voce,, è come se morissero.. chi mi vede muore..
sono attorniato da cadaveri.. e da persone miopi.. sto bene nella mia volontaria invisibilità.. ogni tanto il mio pensiero è un fiore per quei cadaveri,, sono un amante fedele.. amare è concedere se stessi.. quando mi faccio vedere mi concedo.. è il mio modo di stare al mondo,, il mio modo di tenere a debita distanza la superficialità.. la morte congela l’immagine,, la preserva dallo scolorimento.. non so se chi mi vede è altrettanto fedele.. non lo saprò mai.. quello che so è che solo la mia splendida dama ottocentesca mi vede da quando son nato,, e continua a farlo.. lei è fedele e affezionata e mi porterà fin dentro la fossa.. amen..
[un addolorato violino suona]
# # # # # # # #
i gemiti di un serpente biancheggiano
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scrivo per il mio silenzio
la foto della mia voce
l’alito feroce di un mare
non smette di cantare
la graffiante allegria lunare
che sssssssssssssibila
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una sssssssssssirena
asssasssina
sssangue
la pantera
[lo squarcio di un’arpa, lo sguardo e il profumo]
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un animale
un poeta
un pagliaccio che annega
rintocco letterale di una vena bugiarda
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una luce
il blues di un neon dissss perso
il mio amore
.

martedì 1 febbraio 2011

da più di una ventina di minuti rifletto su una cosa che attanaglia la mia mente in questa notte.. è una paura piuttosto diffusa, fin troppo mediocre e banale per il sottoscritto. ma c’è.. ho provato a definirla, a darle un nome, ma etichettare le cose mi ha sempre interessato così poco, sarà per questo che sono una frana. inizialmente l’ho definita come una forma di paura della solitudine ma la definizione in pochi secondi ha perso credibilità, dopotutto sto parlando di me stesso e poi era una definizione troppo generica. ho cercato di stringere l’inquadratura ed ho compreso che il nocciolo della questione, anzi, della sensazione, è un abbraccio. un abbraccio che non c’è.. mi manca sapere che da qualche parte nel mondo ci sia qualcuno che voglia abbracciarmi.. mmmmm mentre la scrivo mi rendo conto che è una frase che non appartiene al mio repertorio, ciò non toglie che ora la sensazione ci sia.. non è un desiderio di essere abbracciati, questo no.. tanto è vero che immaginare un abbraccio concreto che interessi la mia persona è l’ultima cosa che m’interessa in questo momento.. mmmmmm piccolo intermezzo, cinque minuti fuori sul balcone.. osservando il cielo scuro ho ritrovato la mia consueta forza.. però non cancello quanto scritto precedentemente.. attestato di vulnerabilità. non mi piace autoingannarmi, quella sensazione c’era.
se solo sapeste quanto è lucida la mia consapevolezza della mia solitudine forse impallidireste.. una cosa che mi rincuora adesso è pensare che sono la persona migliore che conosca.. la cosa più bella che mi sia capitata nella vita è di essere così come sono.. quando dico che mi sposerei non cerco una frase ad effetto, esprimo concretamente ciò che farei se fosse possibile: mi sposerei, mi abbraccerei, mi giurerei fedeltà fino alla morte.. ultimamente le personcine che mi attorniano non fanno altro che manifestare quanto io sia una persona gradevole, interessante, un poco folle e in certi casi affascinante.. ma che cazzo ne volete sapere voi di me.. sparite dalla mia vista! sono pochissime le persone da cui mi sono voluto far vedere o intravedere. a loro va ora il mio pensiero.. a tutti gli altri sguerci di musica labiale pprrrrrrr.

lunedì 31 gennaio 2011

la mia notte è una voragine a cui nessuno può accedere. silenzio e recondite armonie laceranti. attraverso il cielo sprofondo nell’inferno. il mio cielo, il mio inferno, questo la mia notte. fusione del mio spirito sfaccettato. autocombustione. è quando la solitudine si espande che sento maggiormente la mia bellezza. la mia bellezza è solo per me. egoistiche leccate, narcisistiche percezioni. divento un gigante davanti allo specchio del mio Io. sono un fantasma che girovaga di notte in un castello disabitato. il portone è chiuso, ciò che voi potete vedere sono solo i coccodrilli che nuotano nel fossato.

domenica 30 gennaio 2011

... prima dell'alba

Dio, sono meraviglioso! solcato da invisibili increspature infernali, mi vedo incantevole e liscio come un marmoreo angelo musicale. mi sorrido, mi scoperei, mi sposerei in un secondo. quanto siete distanti da queste mie sensazioni…

mercoledì 26 gennaio 2011


Notte, fuori una calma immobile degna della statua del Silenzio. Tra le mura il mio corpo è caldo come quello di un diavolo appartato in un angolo di pace autunnale. L’anima grossolanamente sputacchia in giro per la stanza, sembra una spremuta puttana che gironzola per le vie di un antico centro con poca luce e poche insegne. Il mio volto, sostenuto dal collo mobile ed elastico, si muove come un riflettore in cerca di qualcosa da illuminare, occhi fissi tra l’allucinato e l’ironico, un lieve sorriso pungente e distaccato. Scaverò i ruscelli pieni di sale delle mie animalesche stigmate singhiozzanti. Non sarà una notte placida e serena.


martedì 25 gennaio 2011

La sera, quando siamo stanchi, sconfortati, profondamente demotivati, o quando gli artigli della solitudine affondano nelle nostre carni con più veemenza del solito, ciò che desideriamo più di ogni altra cosa è dormire. Dormire profondamente, staccarsi dalle angosce della giornata, barricarsi in un sonno che non sia sfiorato dalle paure, dalle ansie quotidiane. Spegnere la luce ed avvolgersi in un buio silenzio che non sia inquietante ma confortante, tiepido, soffice ed accogliente. Questo sonno che desideriamo non somiglia ad una morte temporanea? L’unica differenza è la consapevolezza del risveglio. La morte ci spaventa perché non sappiamo se e come e dove ci risveglieremo. Addormentarsi col coraggio di affrontare ciò che avremo davanti al risveglio, questo il semplice segreto per non temere la morte come una peste da scacciare a tutti i costi.

martedì 18 gennaio 2011

... uno dei temini che mi commissiona la mia collega...
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Il governo italiano resiste per pochissimi voti di maggioranza. L’Italia è molto cambiata negli ultimi cinquanta anni. Cosa direbbero i “nostri padri”? Riconoscerebbero il futuro dei grandi patrioti del ’45? Dei manifestanti del ’68?
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Il profondo cambiamento politico, sociale e culturale che ha preso avvio negli Stati Uniti negli anni cinquanta e si è diffuso in tutto il mondo occidentale ha affondato invisibili e profonde radici nel nostro modo di vivere e di pensare, le popolazioni da suddite di questa o quella monarchia o regime sono diventate masse di consumatori, asservite alla cultura di massa. Se un tempo il nemico da combattere aveva un nome e un volto (in Italia il fascismo) ora il nemico ha un aspetto più incorporeo e, subdolamente, con le seducenti lusinghe del benessere e della tecnologia, conquista anime e istituzioni, chiesa, università, lingua, famiglia, si insinua in tutti i ceti sociali, dalla borghesia alla classe operaia. Avendo un aspetto incorporeo, agendo in maniera subdola, ne risulta che questo “nemico” non si crea avversari, nessuno in realtà lo combatte, tutti cercano di farne parte traendone i massimi privilegi. Pensando ai “padri” del titolo di questo tema penso a dei signori borghesi con i loro abiti sartoriali perfettamente stirati, le nobili barbe lunghe, il sigaro o la pipa tra le labbra e l’aspetto da venerandi signori illuminati, dei privilegiati insomma. Ma oltre ad essere attorniati dal privilegio, me li immagino attorniati anche da sani ideali. Oggi esiste solo la corsa al privilegio e la strenua difesa del privilegio ottenuto. Quei “padri” privilegiati ma anche impregnati di sani ideali sono oggi anacronistici, gli ideali sono oggi un optional a cui nessuno più pensa realmente, i veri ideali a cui oggi aspirano gli uomini sono una casa al mare o in montagna, un’auto sempre più cara e lussuosa, telefoni cellulari sempre più sottili e sofisticati. Ciò che conta oggi è produrre e consumare, tutto è mercificato, politica, cultura, arte, persino quella che si chiama controcultura. Da un certo punto di vista mi fanno quasi sorridere quelli che credono di combattere il sistema atteggiandosi a rivoluzionari e non rendendosi conto che vengono strumentalizzati proprio dal sistema che credono di combattere, è una finta lotta la loro, una finta lotta ad un finto potere: elogio della superficialità. Dopotutto la società in cui viviamo è la società dell’apparenza, quindi anche il potere e chi crede di combatterlo si ferma alla mera apparenza, i conti tornano La verità è che le lusinghe del benessere, come le sirene omeriche, sono irresistibili ammaliatrici e anche chi crede di resistere alla fine cade nella rete, questa la diabolica perfezione del capitalismo che lo rende un essere quasi invulnerabile.
In Italia, terra di Machiavelli, Giordano Bruno, Leon Battista Alberti. Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Leonardo, l’umanesimo è morto, fagocitato dalla suddetta società dell’apparenza. Non vedo neanche l’ombra del coraggioso pensiero libero sradicato dal sistema, tutto è conforme all’ordine vigente, tutto è ridotto a merce, tutto è influenzato dai riflettori delle vetrinette create per la massa. Anche il linguaggio della carta stampata, della tv, è incentrato sull’apparenza, parole imparentate con gli slogan, create per abbagliare, per comunicare senza andare troppo a fondo. La centralità dell’uomo è svanita, sostituita dalla centralità del consumatore, l’introspezione sembra oggi quasi una malattia, chi pensa troppo al proprio spirito trascura quelle che ci dicono dovrebbero essere le esigenze materiali. Chi pensa troppo consuma poco, l’introspezione genera infelicità. Gli esseri felici sono tutti lì, in coda davanti alle casse dei centri commerciali.

sabato 1 gennaio 2011

l’albergo dell’ultramezzanotte
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la dissomiglianza s’incendia di notte
si aprono le porte
dell’albergo dell’ultramezzanotte
.
lontane le danze e le arroganze
sciolta l’alleanza tra luce
e frotte di persone
inizia la romanza
delle anime malridotte
.
corrotte energie
nella solitudine che seduce
apre i battenti
il rifugio dell’infelice
parentesi desueta
locanda di lontane vite interrotte
.

tra le erbacce giace
il ricordo dell’ultima donna
sensuale ballava solitaria
un caschetto nero e illegale
doloroso e clandestino
.
non c’è il grido di un bambino
nell’albergo dell’ultramezzanotte

l’ora del risveglio è così distante
ci si sente soli
come un istante
nel mare dei secoli più oscuri
.

infuria la febbre e la poesia
ci si vorrebbe rifugiare
nell’unica coperta calda
fatta di amnesia
.
si sognano cianuri
si dimentica ogni frenesia
.

si aprono i battenti
dell’albergo dell’ultramezzanotte
.
.

l’importanza delle parole
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il sole è così lontano
il miele corrode dall’interno
il tuo è il volto di un angelo
caduto nell’inferno
.
le mie difese
mi rendono feribile
ed io sogno di farmi male
ferirmi e cospargermi di sale
.
è diverso il mio modo di sentire
mettiti in ginocchio
e fingi di capire
muoia chi arriva a leggere
le ultime parole
brucia il libro
e annulla le sofferenze
non ci saranno ombre a soffocare
le amichevoli occhiate
prendi quello che ti arriva
prendi quello che sospira
le inutili offesedivoreranno i nostri abbracci
.
.
insalubre orrore
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inutili orribili fantastorie
degrado della mente
rettifiche ostentate
stupidamente
.
parole messe in riga
così male
troppo lucidamente
.

respingi le paure
trattieni solamente
ogni bugia salata
ogni pensiero nato crudelmente
inaspettatamente
.

e ti ritrovi a tagliuzzare
minuscole fiammelle
di carne inanimata
di foglie scheletrite
di vita inascoltata
.
sprofondati
affondati
.

rileggi le tue amare conclusioni
trafiggi le tue ottuse
decisioni
abbassa le opinioni
dipingi con la faccia
le tue malevole declinazioni
.

sprofondati
affondati
.

digrigna gli ingranaggi
del pensiero
sei nato nel segno dell’errore
convivi con l’abisso
del tuo disonesto
insalubre orrore
.

nessuno scoverà
i tuoi tipici risvolti
le celate antipatie
gli amori
gli odi ormai sepolti
.
sei nato nell’errore
ascolta le lesioni
accarezza con la lingua
ogni sapore insanguinato
.
sei nato nell’errore
sei un perfetto e lucidomalato
.
.
non siamo statue

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i fiori muoiono
come il rosa delle guance
le labbra si spengono
lo sguardo si estingue
.
la carne si prosciuga
fino a rivestirsi di corteccia
.
siamo anime
che si spengono
poco a poco
.
.

rebecca

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ossuta anima di quarzo
i tuoi colori
i tuoi sentori
barocche vesti senza sfarzo
.
minuziosa dama assottigliata
e scrupolosa
con quella splendida noia
tua superba noia
che non sopporta di vedere
e non sopporta di cambiare
.
non vorresti darla vinta
a chi cerca di plasmare
sgusciare o sequestrare
la variopinta gioia nera
che ogni tanto vuol salpare
.
uccideresti le prigioni
che non fanno avvicinare
sei sola come vedi
sei grande come sai
non puoi assumerti la colpa
non puoi bramare di spaziare
puoi startene sull’albero
come una scienza gracile
incapace di volare
.

schiava di niente
di una matematica follia
attorcigliata in un’anomala apatia
consapevole che se dovrà finire
finirà