Visualizzazione post con etichetta viaggetti-vagabondi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta viaggetti-vagabondi. Mostra tutti i post

sabato 27 luglio 2013

padova, il santo, giotto e roger waters




mi sveglio vagabondo, mi alzo faccio la doccia e parto. a mente libera. senza lancette o programmi, libero e vagabondo come il fanciullo dalle suole di vento. tra le svariate, lussuose, costose e veloci frecce d’oro, bianche e d’argento trovo il treno che fa per me: lento, obsoleto, dal tragitto pluriframmentato e il biglietto decisamente poco costoso. dopotutto si arriva quando si arriva, l’orizzonte attende sempre impaziente. a quanto pare, per questo mini-viaggetto-vagabondo, ho scelto 
prato della valle
i giorni più caldi degli ultimi cento anni ma vabbe’, dicono ogni anno così i salariati sproloquiatori televisivi. arrivo in città e percorro miliardi di chilometri e piedi per trovare un alberghetto che m’ispiri e che non sia strapieno per via del concerto. chilometri e chilometri ma, quando si fa un viaggetto vagabondo, le suole sono di vento.
basilica di santa giustina
il prato della valle a quanto pare è una delle piazze più grandi d’europa, un isolotto circondato da un canaletto d’acqua con quattro ponticelli di marmo e, tutte disseminate qua e là, un’ottantina di statue di marmo bianco raffiguranti persone che hanno avuto a che fare con questa città. 
prato della valle
adiacente alla piazza c’è la cinquecentesca basilica di santa giustina, cammino un po’ e scorgo le cupole bizantine della basilica del santo (qui sant’antonio è semplicemente “il santo”). all’interno diverse sculture barocche tra cui una pietà marmorea, un monumento che celebra pietro bembo, affreschi trecenteschi del menabuoi, un crocefisso del donatello, dipinti cinque-seicenteschi e qualcosa anche risalente al 1980, inoltre le arcinote reliquie del santo nella cappella delle reliquie, la lingua, il mento (un pezzo di cranio, yes) e persino le corde vocali oltre alla tonaca e alle casse di legno che contenevano le ossa del santo. dopo aver visto
gattamelata



 le reliquie, sempre all’interno della chiesa, incrocio un prete meravigliosamente anziano, con l’abito tutto nero e il viso pallido solcato da pieghe secolari, somiglia a max von sidow ne l’esorcista, è veramente parecchio vecchio, mi fa un piccolo sermone tutto per me sulla corruttibilità del corpo e l’immortalità dell’anima, con toni piuttosto medievali, quei toni che atterrivano la gente dei secoli bui, un siparietto molto cinematografico, avrei quasi voluto scattare una foto all’anziano prete ma non sono tra quelli che guardano tutto quanto attraverso l’occhio di una foto-videocamera, preferisco non far atrofizzare l’occhio del mio animo. le sensazioni vanno vissute, non salvate in qualche microchip di fattura giapponese. Nella piazza della basilica c’è il bronzeo monumento al gattamelata, quattrocentesco condottiero schierato dalla parte della chiesa, del donatello (con una bancarella di souvenir a mezzo metro dal piedistallo della statua). camminando ancora attraverso l’elegante piazza dei signori, credo si chiami così poiché sulla piazza si affacciava la dimora dei signori della città, i carraresi, con l’imponente orologio astronomico. poi…

…poi il momento tanto atteso, l’apice estetico e spirituale del viaggetto. i giardini dell’arena romana, accanto la chiesa degli eremitani e, sempre lì, loro, quelle immagini vecchie di settecento anni ma ancora così fresche, dinamiche e vitali, la cappella degli scrovegni con gli affreschi di giotto. per visitare la cappella è necessaria la prenotazione in quanto sono ammessi gruppi di massimo 25 persone che devono sostare per una mezz’oretta in una camera che faciliti l’adattamento corporeo alla temperatura della cappella, per limitare i danni della condensa causata dal calore dei corpi dei visitatori. ovviamente non ho nessuna prenotazione ma evidentemente non c’è il pienone, faccio il biglietto e dopo dieci minuti sono dentro la asettica saletta dal nome molto specialistico ed elaborato, il cta (centro tecnologico avanzato) per la stabilizzazione del microclima. in realtà è semplicemente una piccola sala d’attesa con l’aria condizionata che somiglia a quella di qualsiasi studio dentistico ma chiamarlo cta riempie molto la bocca eheh. ah, quasi dimenticavo, accedere alla cappella senza aver prenotato (niente prenotazioni-programmazioni nei viaggetti vagabondi!) mi riempie di una gioia molto libertina e quasi selvaggia, elogio dell’improvvisazione, pura sensazione di evasione dal mondo incatenato in cui si deve ad ogni costo e per ogni cosa timbrare il cartellino.

mmmmm piccolo riassuntino storico: il signor enrico scrovegni, nel 1300, acquista un’area adiacente all’arena romana e vi fa costruire il suo palazzo e, attaccata al palazzo, una cappella privata dedicata alla vergine, questo per esaltare la sua potenza di signore ma anche per riabilitare l’anima e la fama del padre reginaldo, noto usuraio che il signor dante colloca appunto nel girone infernale degli usurai (anche il signor enrico praticava l’usura e dunque con la costruzione della cappella voleva “sciacquare” anche la sua di anima). per affrescare l’intera cappella viene chiamato l’artista più noto e apprezzato del tempo, il signor giotto, per le statue da collocare sull’altare il signor giovanni pisano. in due parole (ci provo): la cappella è una stanza a pianta rettangolare, col soffitto a botte; nelle due pareti più piccole da una parte c’è l’altare con le tre statue di marmo del pisano e, dall’altra, il giudizio universale affrescato da giotto: un grande cristo al centro circondato dagli angeli e dagli apostoli, sotto, alla sua destra, i beati destinati al paradiso (tra cui, guarda caso, il signor enrico scrovegni) e, alla sua sinistra, i dannati destinati all’inferno, con tante immagini infernali di diavoli che ricordano tanto il signor hieronymus bosch (un pittore olandese del cinquecento). il soffitto è tutto blu con stelle d’oro, le pareti laterali hanno ognuna tre file d’immagini che raccontano le storie di Maria, a partire dalle vicende di gioacchino e anna, padre e madre della vergine, e le vicende legate alla vita di Gesù. tra le immagini che narrano le storie di Maria e di Gesù ci sono le allegorie delle virtù cardinali e teologali e, nella parete di fronte, le corrispettive immagini peccaminose opposte alle virtù. così, di fronte alla fortezza abbiamo l’incostanza, davanti alla temperanza l’ira, davanti alla giustizia l’ingiustizia, alla fede è contrapposta l’infedeltà e così via. mmmmmm macchepalle ‘sti convenevoli, aprite un libro o cercate su google che è meglio! torniamo a noi. dentro la cappella. la prima impressione che mi avvolge è la meraviglia per lo stato di conservazione in cui si trovano gli affreschi, finiti di restaurare credo una decina di anni fa: sono perfetti, alcuni sono un po’ rovinati, soprattutto il giudizio universale, ma sono ugualmente perfetti, più vividi, puliti e luminosi che mai, così vivi e semplicemente belli che dopo due secondi già sento la loro voce nitida, tenue, soave e cristallina, angelica e spirituale. voce per la mia anima. le vesti dei personaggi raffigurati, a seconda che siano baciate o meno dalla luce, acquistano plasticità, spessore, profondità, rivelando i profili e i movimenti dei corpi e i volti, i volti porcaputtana i volti (ooppssss, pardon!) sono incredibilmente e così umanamente espressivi, hanno la profondità psicologica che solo la grande letteratura sa regalare ai personaggi, sono vivi e parlano, parlano con voce più eloquente di qualsiasi parola. la famosa donna, madre di uno dei bimbi trucidati da erode nella strage degli innocenti, quella col volto rigato da una lacrimuccia è troppo piccola e troppo in alto per mostrarmi la nota lacrimuccia (la lacrima più bella della storia dell’arte… poi vabbe’, settecento anni dopo arrivò la mia amica sinèad col video di nothing compares to you…. scusate ma l’estasi per il concerto di sinèad o’connor alberga ancora tra le mie vene eheh). alcuni soldati stesi a terra dormono. ma non dormono solamente. stanno sognando e si vede, sembra di vedere i loro sogni, sembra di potercisi tuffare nel mondo celato dalle loro palpebre abbassate. poi gesù che guarda giuda nella scena del tradimento: porca miseria COME lo guarda, quello sguardo trapassa ogni cosa e giunge fino all’anima, uno sguardo che annichilisce ogni interferenza terrena. mica facile rendere in un’immagine uno sguardo così! mi viene in mente un aneddoto che riguarda il signor picasso. il pittore spagnolo si trova in un qualche paese di cui non conosce la lingua (europa dell’est mi pare), ha bisogno di un flacone di etere, entra in una farmacia e per spiegare cosa vuole fa uno schizzo, un disegno!
a proposito di difficoltà nell’esprimere con pochi tratti certe sensazioni, mi sento come un cieco che cerca di riparare il meccanismo di un rolex. dopotutto non ho neanche voglia di sforzarmi, se volete potete sbirciare direttamente nella mia anima dal buco della serratura. scherzo, nessuno può fare ciò. però è stato davvero sensazionale come quegli affreschi mi abbiano trasmesso così tante sensazioni, un vero bombardamento di emozioni del tutto privo di violenza, una tenue e soffusa raffica di lampi color pastello.
localino vuoto
 
mmmm per dovere di cronaca, gli affreschi hanno parlato alla mia anima ieri mattina. stasera c’è il concerto di roger waters. per sfuggire alla calura di mezzodì ho scovato un localino che faceva per me, completamente vuoto. su un tavolino di questo locale ho vomitato di getto queste parole. così, per dovere di cronaca. e stasera sarà the wall…


mercoledì 26 settembre 2012

radiohead, 25/09/2012


piccolo resoconto di piccolo mini-viaggetto-vagabondo-bolognese con destinazione radiohead. prima il concerto, così se qualcuno vuole sentire le mie impressioni le legge qui e mi risparmio la risposta. i radiohead sono bravissimi e mi piacciono , sono stati bravissimi e mi sono piaciuti. punto.
non mi esalta la via che hanno imboccato con le ultime pubblicazioni, troppo elettronica e ambient per i miei gusti, e il concerto è stato incentrato sugli ultimi album, alias il concerto mi è piaciuto ma non mi ha esaltato.  solo tre brani da ok computer [paranoid android, exit music e lucky (o the tourist, una delle due, le confondo sempre) ], uno solo da the bends (planet telex), stessi dosaggi per kid A e amnesiac, nessun estratto dal primo album. potrebbe esserci qualche imperfezione nella mia scaletta, non ero lì a prendere appunti eh! il palco molto bello, gli effetti visivi esuberanti e superlativi, a parte i pink floyd, che in fatto di effetti visivi sono di un altro pianeta, credo siano i migliori che abbia mai visto. eccellenti effetti visivi che sottolineavano, potenziavano e s’integravano con la musica alla perfezione. è il tipo di musica che fanno ultimamente che non mi scalda, per trovare qualche vampa l’ho dovuta cercare nella perfezione vocale del piccolo alieno-folletto thom yorke, soprattutto nei brani lenti accompagnati dal piano, la sua voce riesce a toccare certe corde, quando vuole. non sono certo uno che va ai concerti per aspettarsi le solite hits, le solite canzoni famose, non sono di quelli che vanno via recriminando “non hanno fatto neanche x o y”. però, cavolo, non hanno fatto nemmeno creep (li ho scoperti con quel video quando erano dei piccoli 14enni, loro eheeh), nemmeno a wolf a the door, karma police o the bends o high and dry (per l’ultima poco male, non mi fa impazzire). comunque loro sono bravi e sono stati bravi.
circa il viaggetto vagabondo….  be’, sinceramente mi sono scocciato di scrivere quindi non racconto nulla, però seppur breve è stato un vero viaggetto vagabondo, con tutti i crismi del caso, ovvero nessuna programmazione o prenotazione, niente orologi, niente fretta, niente facili comodità da pagare a caro prezzo. una cosa importante da dire ci sarebbe, in realtà, una cosa che mi ha turbato (riguarda il mio animo, affinché nessuno chieda di cosa si tratti sintetizzo bruscamente: per alcuni momenti ho desiderato di avere compagnia! a voi potrà sembrare normale ma… se è il sintomo di una mia prossima normalizzazione o “mediocrizzazione” giuro che se riuscirò ad avere la consapevolezza della malattia che sopravviene mi darò in pasto a lombrichi e mosconi prima, poi a fiori ed erbetta, accontenterò il mondo sotterraneo e quello celeste). quest’ultima cosa meriterebbe approfondimenti ma, come dicevo, basta scrivere…

p.s.
un sentito ringraziamento a chi mi ha regalato il biglietto (mi ha regalato un'esperienza)

lunedì 30 agosto 2010

agosto I







mi godo la mia notte tra cicale, grilli e cuculi. Se qualcuno mi vedesse ora, a bordo piscina, seduto su una sedia in totale solitudine, forse mi prenderebbe per un pazzo. se io mi vedessi dall’esterno, seduto con un’espressione così profonda, terribilmente intelligente, quieta e armoniosa, mi troverei bellissimo. si sta benissimo, la piscina è fiocamente illuminata da alcuni lampioncini posti nel perimetro, pochi, penombra per niente irriguardosa nei confronti della notte. sopra l’immobile specchio d’acqua, stelle. e la luna. tonda,luminosa, bianchissima. vorrei che mi guardassi, tu che guardi il tramonto della luna. non so, è un pensiero e lo scrivo. e penso anche che più tardi mi farò un bagno, così, mi va di farlo. sorseggio una ceres immerso nel respiro della campagna. sorrido silenzioso. la ceres ha incoraggiato un piccolo rutto (vabbè, sono solo eh… ) e forse questo suono ha richiamato qualcuno. Qualcosa si muove tra l’erbetta: un rospo. mi avvicino e lo fotografo. la luna mi guarda…
ci sono dei periodi in cui il mio organismo se ne infischia dei ritmi fisiologici: nelle ultime due notti ho dormito poco e male (due,tre ore a notte…), stamattina mi sono messo in viaggio alle 7,30 e ora eccomi qui, in piena notte, completamente privo di qualsiasi stanchezza. è una strana elettricità che mi tiene in piedi, per niente imparentata con lo stress. sorrido ancora silenziosamente perché sono davvero qui, a bordo piscina, in piena notte, completamente solo, a scrivere queste cose…
ora altri mille uccelli dai versi più strani mi attorniano, sembra di essere in una foresta amazzonica. credetemi, non sono un fighettino cresciuto in città che si meraviglia
di queste cose… forse sono un provetto campagnolo mancato: mi spiego, ho la sensibilità per “sentire” certe cose ma la verità è che sono cresciuto con qualche generazione in ritardo. non parlo di secoli fa, di pre-rivoluzioni-industriali, parlo della generazione dei miei nonni, anche dei miei genitori. parlo di quando c’era un diverso rapporto con la natura. io ho la sensibilità di quelle generazioni ma, ahimè, sono drasticamente ignorante: non conosco gli alberi, i cespugli, le erbe, gli uccelli..
penso ad un bel libro che ha scritto un giornalista un po’ di tempo fa, lui un vero campagnolo, il titolo del libro “la via dei sensi”: i racconti di un uomo di campagna che si trasferisce in città e ricorda i colori, i gesti e soprattutto i profumi della natura, ricordo che scrive di essere in grado di riconoscere una ventina di tipi di pere selvatiche, descrive quanto sia importante, per cuocere bene la carne arrosto, la scelta della legna; ogni legno, ogni arbusto ha il suo aroma che viene trasmesso alla carne… non so se capite cosa intendo…

agosto II



atavica esaltazione dionisiaca: sotto le stelle, tra ulivi, grilli e cicale, ho fatto un bel fuoco per cuocere una bisteccona. per meglio assaporare il sapore di libertà non ho usato né alcool, diavolina, carbonella o robe simili: solo erba secca, ramoscelli e legna che ho raccolto con le mie manine nel pomeriggio. ardori e nostalgie adolescenziali crepitano questa notte, danzando con i sospiri di un’anima libera e semplice. e bellissima. questo che ho davanti è un puro fuoco simbolico, estatico e seducente. quando la tristezza va a braccetto con la follia e la libertà, l’anima danza leggera e si dimentica del peso di vivere in un mondo di mediocri. questo è un mini banchetto degli dèi. una festa per nottambuli agli antipodi della riviera romagnola.

agosto III


per un po’ la mia anima passeggia tra ricordi d’infanzia, come un divertito funambolo che procede lungo la sua fune. l’inquietudine che avevo prima di partire non mi ha abbandonato del tutto, basta guardare bene i miei occhi. li guardo e li trovo bellissimi, degli scrigni di cristallo che custodiscono un misterioso tesoro che nessuno può vedere. basta saper guardare e loro ti raccontano l’inquietudine, ma anche la quiete e la profondità che ora sto vivendo. solo come un viandante in pieno inverno, ho ora pensieri stellati, pensieri neri, pensieri grigio-fumo, pensieri verdi. prima di partire i miei lupi mi hanno rosicchiato per bene, ora a distanza sento il loro fiato sul collo. sono miei e senza di loro sarei un’anima vuota, Dio me ne scampi!
penso alla morte, persino lei, in campagna, è più dolce, meno fredda e sbrigativa; anziché da suoni di ambulanze e clacson è accompagnata da grilli, foglie fruscianti, acqua che scorre nei torrenti… mi sento bello e solo, inquieto e pulito, nelle mie passeggiate notturne prendo per mano la mia splendida dama ottocentesca, a qualche metro di distanza ci segue anche lei, la morte, ma è discreta e per ora non pretende nulla… mi sento coccolato dalle mie due donne, la mia intrinseca e infinita tristezza e la morte, sarà per questo che sono un tantino inquieto eh? da un po’ di tempo penso ad una lettera-testamento, da conservare nel cassetto del comodino ma, vabbè, questa è un’altra storia… chi vorrà salutare le mie ossa quando sarò morto? mi piace pensare che qualcuno un salutino sincero glielo vorrà dare. mi piace pensare che le pochissime persone che mi hanno intravisto sorrideranno con anima e occhi lucidi. niente nomi, le persone che mi hanno intravisto sanno, solo…. … solo la mia bambi. piccola, vorrei portassi i fiori nella mia tomba, una volta ogni due o tre anni. sorriderei sotto alcuni metri di terra, sdraiato su una nuvoletta, ovunque mi trovassi… sorriderei e… ti accompagnerei ovunque come un angelo custode ( quant’è bella bambi, mi sembra quasi scontato dirlo ma sarebbe la figlia dei miei sogni…)

agosto IV


mentre a pochi chilometri di distanza visi all’insù vengono illuminati da fuochi artificiali io ho appena fatto un notturno bagno in piscina, solo soletto, con l’acqua tiepida, la fioca luce dei lampioncini, le zanzare e la luna piena. la mia anima galleggia, sospesa nella notte, lontana dalla folla, lontana dalle mosche. la ricerca della solitudine è una rarità: chiunque voglia sentire la propria anima troverebbe di troppo qualsiasi persona. chiunque, in un modo o in un altro, finisce per frapporsi tra te e la tua anima, smorzando così il tuo dialogo interiore. chi non è d’accordo o racconta balle o non conosce il significato della frase “cercare la solitudine”.
le piccole follie realizzate, quelle che ti nascono dentro, non quelle fatte seguendo un gregge, le piccole follie ci danno così tanta soddisfazione. sulla pancia, le braccia, le cosce, con la penna mi faccio degli eterni tatuaggi per una notte: “Cry”, “17” e un sole che tramonta sul mare.ho voglia di dormire per un po’ di ore di fila, come ho già detto, l’inquietudine che avevo prima di partire non è svanita del tutto: una chimica spintarella per il mio sonno artificiale. la mia anima ora è un pupazzo di neve immerso nel buio della notte, la mia anima danza sotto la luna, la anima sospira leggera con le mani in tasca. chi non cerca la solitudine non ama abbastanza se stesso. qualche volta la solitudine fa scricchiolare la mia anima però con lei al fianco posso anche farmi sfiorare dal gregge. bisogna saper accettare le ferite che t’impone la tua unicità, per questo mi faccio avvicinare dai miei lupi, offrendogli la mia carne da azzannare, le mie ossa da rosicchiare. sanguinando soffro, sanguinando esalto la mia diversità, sanguinando mi sento unico e fuori dal gregge. e per chi non capisce guerci di musica labiale pprrrrrrrrrrr…

agosto V

certe volte la notte è una passeggiata tra ghiacciati cristalli invernali, appuntiti spuntoni di vetro; altre volte una soffice e preziosa danza sbocciata all’improvviso dal nulla, un piccolo fiore cresciuto nella follia. follia è dimenticare, anche se solo per una notte, di essere soli. sono un’impalpabile e splendida follia. anche se circondato da persone, la verità è che sono solo ventiquattro ore al giorno. la mia ombra è una splendida dama ottocentesca. abbraccio la mia follia, è calda, dolce e non stride accanto alla mia solitudine. l’abbraccio tenendola forte sul mio petto. la notte genera mostri. la notte può farci sognare. la notte può essere così magica…

lunedì 8 marzo 2010

viaggetto-vagabondo I












economica-stracciata-compagnia-aerea-da-quattro-soldi : tutto il viaggio un continuo e irritante messaggio negli altoparlanti , o l’equipaggio cercava di apparire simpatico a tutti i costi con battutine che è già tanto se il signore non ci ha abbattuto oppure tentativi di vendere souvenir, profumi, sigarette-per-smettere-di-fumare, gratta-e-vinci con tanto di messaggi registrati di ipotetici e fortunati vincitori!!! i soldi che spendevo in più per le consuete e blasonate compagnie aeree, ecco dove finivano! in serietà espressa in distacco, freddezza e soprattutto SILENZIO!!!

ancora una volta una camera d’albergo, io e la mia splendida dama ottocentesca; ho l’animo leggero, il viso struccato e senza maschera, la giornata è grigia e piovigginosa. così come lo spirito lascia il corpo durante un viaggio astrale ora io comincio ad abbandonare il mondo, mi distacco da tutto ciò che vedete. comincio a lasciarmi sprofondare come se fossi in un sogno, un sogno che faccio durare alcuni giorni. sia chiaro, per sogno non intendo una sfilza di momenti tondeggianti, privi di spuntoni taglienti e acuminati. sovente i miei sogni sono fortemente venati di un’inquietudine che viene dai più remoti, fondi e pericolosi anfratti della mia mente.

tardo pomeriggio: così come stamani, anche ora, all’imbrunire, passeggio solitario tra le mura su cui sbatte senza resa un mare discretamente agitato. cammino con passo lento e lo sguardo aperto, rivolto verso l’animo, non vedo le personcine che incontro, metto le cuffiette dell’mp3 a volume zero, tanto per evitare eventuali contatti “mi-scatti-una-foto-grazie-ciao”. quando il sole decide d’immergersi mi fermo, poggio i gomiti sulla muraglia, il volto, il mento un poco all’insù come per cercare di sentire un suono lontano; ciò che voglio sentire, in realtà, è la fredda brezza marina sulla faccia. l’espressione un po’ antipatica e di sfida, lo sguardo lungo, lungo, una barchetta che presto si perde nell’orizzonte. interiorizzo il rumore del mare, come un respiro che mi appartiene. accendo “down in a hole”, il vento, il rumore del mare li sento ugualmente. in questi momenti sono del tutto incapace di sentimenti quali odio, rabbia, risentimento, ogni soggetto scompare. penso a ciò che diceva il poeta circa l’odio: “l’odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei borgia perché è fatto con il nostro sangue, con la nostra salute, con il nostro sonno e con i due terzi del nostro amore! occorre esserne avari!”

torno in albergo, qualche libricino sparso sul letto e sul comodino, qualche lattina di birra e la bottiglia dimezzata della tipica acquavite locale; la tv ha una ventina di canali quasi tutti criptati, mi compiaccio che riesca a trasmettere il radiofonico canale “auditorium” della rai: prima un biblico e intensissimo oratorio di mendelssohn ( l’ elijah) ora alcune mazurke di chopin. la musica classica del canale rai è l’invariato sottofondo delle ore trascorse in albergo. con più di un pizzico di autocompiacimento mi diverto a pensarmi come ad un artista maledetto in qualche alberghetto bohémien del quartiere montparnasse nei primi del ‘900. nessuno sparge rose rosse lanciandole attraverso la mia finestra, vabbè !
stanotte in un lancinante momento di sconforto ho cercato a tentoni una manina gelida da sfiorare: l’ho trovata, era lì, è stata con me tutta la notte, dolcissima presenza discreta e desiderata. una pallida manina da stringere in piacevoli momenti di autoisolamento. sulle mie labbra ha dolcemente posato le sue dita, suggerendomi un silenzio che sapeva di tepore, di meraviglioso sorriso e complicità d’animi.
in questi momenti, in queste stanzette d’albergo, ho così poca paura della morte, sarebbe una solitaria fine senza invitati, nessuna processione di maschere tristi, una fine semplice e non gridata.
ora sono le sei del mattino: faccio una doccia e vado a saziare lo sguardo con il mare agitato, un pagliaccio in vacanza col suo intrinseco carico di tristezza.



viaggetto-vagabondo II



il tramonto mi porta un messaggio di una morte annunciata, un addio alla luce del tramonto è un condensato di struggente tristezza che non puoi scacciare via. i miei gelidi occhi passano velocemente in rassegna una serie di bellissime immagini di vetro; una tendina di velluto nero e tutto svanisce, tranne la tristezza. per quella il tempo farà il suo corso.
sono umano ( ah si? ) e ho voglia di essere abbracciato, ho voglia di stringere qualcuno a cui voglia mostrare qualcosa di me, qualche centimetro di pelle senza trucco. cammino tra la gente come uno straccio indifferente, incrocio spaventapasseri tutti uguali, sono un pagliaccio senza i vestiti di scena, pallido e morente eppure con quella mia triste allegrezza che mi fa sembrare bello, perlomeno ai miei occhi.

l’amore può essere il più forte ansiogeno o il più forte calmante, percorre le nostre vene come un elettrico veleno che ci strazia o ci lascia beatamente soporosi. decido di perdermi in un paese sconosciuto, una terra dove l’aria regala una freschezza sorprendente, gli alberi sono vivi, maestosi e spettacolari e ogni donna che incontro è una sconosciuta che non mi ha mai fatto del male. passeggio di notte e col buio le mie piume diventano nere, cammino come un umano riscoprendo la semplicità del suolo. la solitudine, penso, mi permette ancora di spiccare il volo. ora, però, ho voglia di camminare con passo straniero. l’acqua nera in cui mi specchio mi chiama con voce familiare, sorrido tristemente e leggero mi lascio inghiottire nel vortice di questa notte in cui nessuno può vedermi, non ho pensieri da esternare, sguardi da condividere, la solitudine è la mia sostanza essenziale. morissi in questo momento morirei tranquillo, introverso come un’implosione di tristezza ancestrale.

le divinità del cielo credo si siano prese una vacanza: qua c’è solo mare e aria di mare, la noia deve averle assalite e il loro sguardo, ne sono sicuro, è rivolto altrove. non ho più niente da guardare, un tempo esistevano cose che per me superavano qualsiasi bellezza, mi riempivano di gioia fino a farmi sorridere dentro ( a volte anche fuori). ora mi abbandono ad un delirio di vento e di mare, il mio pensiero è un pallido sospiro assetato di baci e di pianti, mi lascio erodere dalla brezza come una millenaria statua dimenticata. scavo nel mio profondo fino a far sanguinare le pareti della mia caverna, sono il carnefice di me stesso, diceva il poeta “ si devono avere le ali se si ama l’abisso”.

viaggetto-vagabondo III

eccola, tra le pareti rovistate dall’inquietudine, eccola un po’ di pace! ha il colore dei riflessi sfavillanti dell’acqua, il fresco pungente della brezza, il calore del sole, la distanza dalle persone, lo sciabordìo delle onde sulle rocce. mi riconosco ancora una volta tra miriadi di sconosciuti tutti uguali, mi riconosco e quasi sorrido, mi riconosco sorseggiando gocciole di pace, brevi scintille di solitudine inesplorata. in questo momento mi piaccio da morire, sono un rapace che vola alto sulle vostre teste indistinte. mi scopro, ancora una volta, innamorato di me stesso.

ultima notte in quest’anonimo alberghetto: forse anche stavolta non muoio, nessuna fine in puro stile rockstar-dannata fine anni ’60. seduto sul letto di questa camera d’albergo sono in verità un angelo disoccupato, in attesa di un dolce compito che gli venga assegnato. dolcissimo come un condannato mi lecco le ferite, come un notturno pensiero diseredato.

adoro sentirmi tanto diverso in mezzo alla folla, una mosca bianca con cappotto nero e occhiali scuri ehehhehehe. la consapevolezza della diversità mi rende sarcastico nei confronti del mondo. ancora una volta completamente solo nel bel mezzo del paesaggio innevato del mio animo. con espressione serissima scrivo queste parole ma in realtà sorrido internamente, sotto questi abiti borghesi si nasconde un pagliaccio di talento in grado di prendere in giro il mondo tutto intero.
lo so, l’ho già scritto, ma se non lo fossi m’innamorerei volentieri di me stesso. solo io conosco sino in fondo il mio fascino acuto e scapestrato, timido e discreto ma pacatamente istrionico e libertino, sono un affidabile e mediocre saltimbanco colorato col suo bel vestitino grigio d’ordinanza.
vedo continuamente la gente “accoppiarsi”, appoggiarsi a qualcuno esclusivamente per debolezza, debolezza che immediatamente si traveste da sentimento affettuoso o qualcosa di simile. la follia di camminare esclusivamente con le proprie gambe, facendosi accompagnare da madama solitudine, necessita di un raro coraggio corroborato da un sano innamoramento per se stessi. mmmmmmm ometto le cose troppo personali e offro ai vostri occhi i pensieri di questi giorni.
adieu.






venerdì 4 settembre 2009

appunti parigini I : (seduto in riva alla Senna alle 15 di un pomeriggio di fine agosto…)

immagino lo sguardo di un angelo che, solitario e avvilito, se ne sta in piedi in una scogliera desolata, a fissare impassibile la linea tra cielo e mare. nelle sue pupille scroscia il biancheggiare dei flutti, vorrei chiedergli il permesso di avvicinarmi ma non posso. quest’impotenza mi lascia un vuoto di polvere e lacrime… non mi resta che osservare rifulgere, nel suo pensiero, quel lampo d’infinità…

ho esposto la mente alle gelide folate, pungenti e salmastre, che vengono dal mare, mi nutro di chilometri e sassi, bevo veleno in compagnia di angeli e chimerici fanciullini che non temono il male, sono una galleggiante anima nell’ignoto, un’insanguinata vela sotto il sole…

ho visto la vanità di un lampo, la sottile sommità di una duna affilata di continuo dal vento, una lunga processione di schiavi, un notturno festino multicolore…
mi sono dissetato col silenzio, le voci, le spade, le urla addomesticate non riescono a scalfirmi… il cielo sobrio e il caos esuberante mi commuovono ben più delle vostre riprovevoli e tediose storielle da salotto, ho ballato con i diavoli, pallido come un’esangue bottiglia, il mio indice ha sfiorato il cielo, ho pianto come un riflesso sull’acqua…

appunti parigini II : (seduto in riva alla Senna alle 15 di un pomeriggio di fine agosto…)

leccami il cuore, senti com’è duro e pulsante, bevi il mio sangue mia ninfa fremente e ansimante, stordiscimi coi tuoi morsi infuocati, graffiami piccola, siamo due amanti ubriachi, coraggio, distruggi il mio muro, beviamo il cianuro, passeggiamo per le vie del sole immaturo… su, vieni, in penombra danziamo come molli spade affusolate, vieni, imbrattiamo di noi lenzuola un tempo immacolate, vieni, offrimi da bere, sii la mia succosa fontana incantata, lasciati andare come una folle e viziosa dea bendata, inumidisci il mio umore, derubami di tutto il mio sapore, immergiamoci nel rosso senza pudore…

la mia anima è una farfalla svolazzante nel cuore dell’europa, sul suolo delle ardenne leggiadra e sinuosa si posa, pensando agli orfanelli timorosi e alle loro strenne un poco si commuove, bella e leggera, sulle acque della mosa, balbettante si muove con fare d’innamorata, lei stupenda irraggiungibile sposa…

irresistibile vago per le vie allucinato, sono un romantico illuso e affascinato, un cavaliere innamorato, sorrido magico e incorrotto, sono un amante impossibile dallo sguardo sedotto, errabondo cammino e mi sento così bello… mi abbandono e continuo a sognare, continuo a camminare come un matto che non smette di sperare… distorto come un suono nel vento vago, un selvaggio sanguinario senza amore, senza tribù, volo come un mago millenario forte dei suoi incantesimi, volo sopra le vostre teste, sono uno spirito andato a male, una strega mandata al rogo…

appunti parigini III : (seduto in riva alla Senna alle 15 di un pomeriggio di fine agosto…)




vergini e spose e puttane, indistinte passeggiano in fila, femminea processione starnazzante, gabbiani e piccioni, alate sfumature bianco-grigiastre, navigano multipanchine a pagamento, il mio sguardo trapassa i confini corporali, il sole mi scalda affilato le ossa,sento il rumore del mare… …un sorriso interiore mi scalda dal di dentro, il clamore non mi tocca, leggero e distratto sono un odore nel cielo incorrotto, odo le voci animali, accarezzo pensieri lunari, solitari deliri si librano in volo senz’ali… … scompaio e mi faccio vivo, muoio e ritorno, infinite volte, navigo nel mio mare, navigo nel mio mare…

mi sento così bello mentre il sole prosciuga la mia finissima noia, che tu lo voglia o no sei qui ad ascoltare il mio canto quasi di gioia, che muoia la stanchezza di piombo, la zavorra dispersa in miglia percorse senza qualcuno che mi rincorra…

la mosa è una giovane dama sciupata, la senna un’esperta sgualdrina invecchiata, di entrambe ho abusato senza baciarle, solcarle è l’ultimo pensiero che mi sfiora la mente affilata…

…sentirsi straniero è sentirsi meno prigioniero di quella quotidianità che soffoca e ti spia, se riesci anche per poco ad andare via, provi un’ebbrezza che è quasi magia, un pensiero che svolazza senza lancette e senza denaro, lontano dall’ipocrisia del solito binario…. …. sentirsi straniero è sentirsi un po’ primitivi, giocare coi rovi, sfoderare istinti lascivi, sfidare la morte e magari scappare prima che arrivi…

lunedì 31 agosto 2009

Charleville I







25 ago esco di casa con poche cose, una maglietta e un paio di boxer di ricambio, il libro con l’opera completa di Rimbaud, un po’ di soldi in tasca e quella leggerezza che mi fa sentire bello, sorrido armoniosamente dentro di me. A mezzanotte parto da XXXXX, la notte trascorre inutile e silenziosa e alle 8,30 del mattino sono alla stazione Bercy di Parigi. Attraverso mezza Parigi a piedi, per raggiungere la stazione Est, me ne infischio affabilmente del fascino e delle attrattive parigine e prendo il treno alle 12:57, alle 14:30 sono a Charleville. Dopo un quarto d’ora decido che anche a me Charleville sta sui coglioni, una mediocre parentesi urbana immersa nelle ardenne, mi sta sui coglioni e per spirito di emulazione, per affilare quell’affinità, per rafforzare quel sentire che mi ha portato fin qui (Lui non la sopportava la sua cittadina, quante rocambolesche fughe di casa…) decido d’investire buona parte del mio budget prenotando cinque notti in albergo, non ci sarà spazio (…and money! Eheheheh) per Reims, Parigi etc. , starò qui fino ad annoiarmi, fino ad aver voglia di scappare. Arturino-caro, infiltrati dentro me ancora di più, miscèlati con i miei globuli rossi! Proprio davanti alla stazione c’è un busto di Arturino, eretto nel 1901 per celebrarlo come esploratore, quando ancora l’umanità aveva troppe fette di prosciutto negli occhi per apprezzarne l’opera letteraria.

.

Ho percorso parecchi chilometri a piedi (quanti ne avrai percorso tu?), ho attraversato mezza Parigi ed ora percorro e ripercorro le strade di Charleville, accanto al vecchio mulino, sul lungofiume della Mosa, m’imbatto, in quai Charcot, nella statua realizzata una dozzina d’anni fa da un certo Hervè Tonglet, statua raffigurante il mio Arturino con la testa inclinata poggiata sulla mano destra, la chioma indomabile, l’espressione triste e pensierosa e l’aspetto da adorabile ragazzino impertinente: non c’è praticamente nessuno nei paraggi ed io resto un po’ solo con lui, sembra che poco sia cambiato in tanti anni, i suoi concittadini pare ancora non si rendano conto della grandezza dell’adolescente geniale e ribelle cresciuto nella loro città. Pochi passi e, in rue du mulin, all’inizio di quai Rimbaud, incontro il vecchio mulino, sulla Mosa, ora sede del museo Rimbaud: decido che il museo lo visiterò domani perché ora mi preme fare una cosa che ho sognato per tanto tempo, una cosa che ora mi fa palpitare il cuore, comincio a sentirmi emozionato come un bambino; quasi a voler prolungare l’emozione dell’attesa scelgo con cura il punto in cui scendere sino alla riva della Mosa, scendo, sono a pochi passi dall’acqua: mi siedo sull’erba, sento piacevolmente gli occhi inumidirsi, il mondo allontanarsi. Sono davanti a quelle stesse acque che ispirarono, ad un geniale adolescente, Le bateau ivre, poesia che incontrai a sedici anni e che non mi lasciò mai più. Non voglio certo fare il sentimentale a tutti i costi ma l’emozione che sento m’impregna tutto l’animo, come una nebbiolina che solo io posso vedere, penso al mio Arturino-caro così intensamente, come ad un vecchio amico scomparso, di più, come ad un fratello mai conosciuto di persona. Attraverso gli occhietti lucidi fisso quell’acqua verde scura, mi accendo una sigaretta, poi un’altra, i minuti volteggiano senza toccarmi, mai una massa d’acqua, neanche troppo pulita, è stata tanto bella e cristallina, pura e divina. Lascio che le mie sensazioni si adagino sulla superficie dell’acqua, come foglie che abbandonano l’albero-madre e si lasciano trasportare libere, leggere…

Charleville II











27 ago Mi sveglio presto, alle 7:20 sono nella saletta dell’hotel per fare colazione, dentro me la palpitante felicità del ragazzino che si prepara all’appuntamento con la fidanzatina. Esco, il cuore freme serenamente, arrivo in piazza ducale, con al centro una modesta , quasi ridicola fontanella, solo qualche donnetta nei dintorni che si appresta a fare la spesa quotidiana. Dalla piazza prendo un lungo violone, avenue Charles Boutet, che mi conduce fino all’ingresso del piccolo cimitero civico, un cartello nero indica “Tombe Arthur Rimbaud”, avrei voluto cercarla io con lentezza ma ‘fa niente, all’esterno del cimitero degli operai asfaltano la strada, dentro nessuno, solo io (splendido!!).
Davanti a me la modesta tomba di uno dei più grandi uomini che il mondo abbia mai conosciuto, due lapidi verticali di marmo bianco, una per lui e una per sua sorella morta diciassettenne, un’altra lapide orizzontale, anch’essa bianca, col nome della mamma e del nonno. Eccomi, ci sono, sono arrivato. Mi compiaccio di esser solo nel cimitero e… …… bè, quello che penso, quello che sento sono cazzi miei, non sono certo affari vostri ( ehehehhehehe…)
… dopo un po’ di tempo scatto qualche foto, fumo due sigarette sulla panchinetta davanti alla tomba e penso “domani tornerò, e anche dopodomani..”. Lascio il cimitero con la leggerezza d’animo e la soddisfazione del post-orgasmo-spirituale, giungo al vecchio mulino sulla Mosa, entro nel museo Rimbaud: quattro stronzatine messe in croce, disposte sui tre piani del piccolo edificio alto e stretto, d’interessante solo il manoscritto originale della poesia “Vocali” e alcune copie di altri manoscritti autografi, lettere e poesie: voglioso osservo attentamente l’elegante e ottocentesca calligrafia del mio Arturino (elegante e ottocentesca come la mia splendida dama…) e concedo uno sguardo distratto alla sua valigia, le posate che usò in Africa… Il mio animo ancora pensa al cimitero quando lascio il museo ed entro nel cortiletto della casa, sempre vicina al vecchio mulino, in cui Arturino-caro soggiornò dal 1869 al 1875 ( penso ancora “forse oggi pomeriggio, di sicuro domani e dopodomani tornerò al cimitero!”).


.

So che non è vero ma penso “dopo averti conosciuto da vicino credo che non scriverò mai più”, non è vero ma mi piace pensarlo lo stesso…
.

Ma quale adolescente
bruciato dal proprio talento
Ma quale ragazzo dannato
sensibile e annoiato
Ma quale mistero
del precoce genio suicidato…
.
Tu sei semplicemente Magia…

.


Alle 18:30 sono ancora nella mia panchinetta davanti alla tomba di Arturino-caro, è sempre gradevole notare che sono solo nel cimitero, solo qualche sporadico movimento nella casetta alla destra del cancello d’ingresso, la dimora della famiglia del custode del cimitero. Il cimitero chiude alle 20:00, ci resto sino alle 19:55, con il sole che stanco comincia a pensare al tramonto. In quella panchinetta si sta da dio, ci tornerò sicuramente domattina, è il mio posto preferito! A parte quella della mia prima volta sulla riva della Mosa, in quella panchinetta fumo le migliori sigarette della mia vita.
Faccio un giretto nel centro della cittadina, m’imbatto nella fontana dedicata a Carlo Gonzaga, che nel ‘600 fondò la città, fontanella decisamente discreta se confrontata a quella della piazza ducale (in fatto di monumenti noi italiani siamo abituati troppo bene!!!)…
Cammino e cammino, decido di andare sul battello intravisto ieri, un nero battello ormeggiato sulla Mosa e adibito a pub, “ma cristosanto”, mi dico,” come cavolo si fa a gestire un esercizio del genere e a non chiamarlo Le Bateau Ivre??? Uno dev’essere proprio folle, pazzo e stravagante!!!”. Ad ogni modo, sul serio, solo un pubettino-ristorante chiamato Le Rimbaud, come può non esserci, QUI, un pub chiamato Il Battello Ebbro? Proprio strano il mondo… Mi siedo al tavolino del battello-pub-anonimo o, meglio, davanti a ciò che funge da tavolino ovvero una botte di legno, bevo qualche birra mentre il sole decide che è ora di tramontare, guardo il tramonto sospeso sull’acqua e mi è impossibile non pensare alle parole “E’ ritrovata. Che cosa? L’eternità. E’ il mare andato via col sole.”.
Mi gusto il tramonto mentre i camerieri, coi quali intraprendo tranquille discussioni sulla birra da portarmi “ yess, red beer… yes, red but not sweet, no sucker… yes, this one from belgium…” mi portano delle birre servite in bicchieri a dir poco stravaganti, il più carino è a forma di clessidra, con la base arrotondata che per stare in piedi dev’essere sostenuto da un supporto di legno. Mi sento meravigliosamente e non solo per le birre scolate, la sostanza che mi procura la migliore ebbrezza è sempre il pensiero della mia panchinetta al cimitero… Ho con me una copia del mio incompreso capolavoro, “la mia stagione”, leggo il capitolino “notte ebbra” e lo trovo stupendo, me ne compiaccio e mi sento come un piccolo Dioniso in incognito tra voi poveri mortali, sorrido dentro me e mi sento bellissimo, sorrido dentro. Accendo per qualche istante il cellulare ed arrivano le risposte ai messaggi inviati stamane dal cimitero: la piacevole discrezione di una donna senza volto, mio fratello che mi chiede “ma chi è sepolto a Charleville??”, un’animascura che mi scrive “Che culo! Anch’io…”

Charleville III







"La morte è sempre al mio fianco, anche adesso che sono così leggero e sereno, la mia morte mi scorta, io mi ci sono affezionato, lei mi adora in silenzio, mi segue come un’amorevole ombra che adoro…"


.
28 ago mattino, alle 8:20 sono già al cimitero, stavolta, contrariamente ai giorni scorsi, la giornata è quasi autunnale, cielo grigio e nuvoloso a far presagire pioggia,nessuno nei paraggi, il fosco gracchiare delle cornacchie nell’aria, qualche foglia secca che tacitamente svolazza trasportata dal venticello fresco, la mia panchina davanti alla tomba di Arturino-caro. Alle 9:30 comincia a venir giù una finissima pioggerellina, mi faccio bagnare un po’ dall’acqua e mi dirigo verso l’uscita. Accanto al cancello d’ingresso c’è una cassetta postale con l’immagine di Arturino e la scritta “Arthur Rimbaud”: ci infilo una copia de La mia stagione nella cui prima pagina ho scritto semplicemente “to Arthur” e tra le cui pagine ho inserito un foglio con scritto: “Ma guarda un po’ dove cazzo sei finito! Probabilmente l’ultimo posto che avresti scelto per riposare così a lungo. Avresti senz’altro preferito un fazzoletto di terra accanto al mare, magari in Africa… … Io, comunque, ti avrei raggiunto anche in capo al mondo. Sono venuto fin qui per salutarti, ho camminato tanto, cosa che non ti è molto estranea, eh? Ciao Arturino...“