in
maniera estemporanea, non durevole non programmata, nell’ambito di questa mia
notte, ora. io. mi sento. divino. per quel che mi riguarda sono l’inizio e la
fine di tutto quanto. di tutto quello che mi riguarda. una cosa che ora mi
piacerebbe fare è donare forza e coraggio per fronteggiare le stronzate
quotidiane. a chiunque legga queste parole. a te, solo a te. un pizzico di
giullaresca divinità per prendere per i fondelli il mondo tutto quanto. e la
vita. e la malattia e la morte. e il salario, il lavoro, l’affitto, il mutuo,
il dover essere socialmente accettabile, ogni cosa. poter trattare ogni cosa
come una emerita stronzata. ridi e fottitene allegramente di tutto ciò che
fiorisce all’infuori di te. sii un meraviglioso e pagliaccesco egoista del
cazzo. almeno dentro di te. poi fuori mimetizzati in modo che non ti
riconoscano. e che non possano fronteggiare i tuoi sorrisi
interiori-bombe-a-mano. un pagliaccio bombarolo col sorriso interiore. sorridi
e sarai mio fratello. sarai mia sorella. in maniera estemporanea magari. vi
offro una goccia del mio sangue. non è poco.
martedì 9 dicembre 2014
giovedì 4 dicembre 2014
le mura sono
ovunque, a due metri dalle nostra ossa, a due centimetri dalle nostra ossa,
dentro di noi. tutti siamo rinchiusi, triste a dirsi ma è così. l’unica
salvezza, l’unica via di fuga che conosco, l’unica ribellione accettabile è
l’ironia. col pensiero mandare a fanculo tutto quanto. un vaffanculo leggero e
inarrestabile che viaggia sulle ali del pensiero. sicuramente il signor verdi
non aveva in mente questo mentre componeva la sua aria. libertà è poter
sorridere beffardamente quando lo si vuole. anche solo dentro di noi.
sorridete. non è un invito ad un vaporoso ottimismo del cazzo. forse capite
cosa voglio dire. sorridete. fatelo. anche se non avvertirò i vostri sorrisi ve
ne sarò comunque grato. un sorriso per me. un sorriso per voi. amen. e tutte
quelle cose lì.
sabato 29 novembre 2014
pura e semplice
estasi, è una bella giornata di sole, l’aria è tiepida, niente circo e niente
persone che mi ronzano attorno, giornata perfetta per stare tra me e me. ogni
tanto leggiucchio qualche pagina, metto in ordine qualcosa, mi affaccio al
balcone, faccio due passi nel miniappartamentino. ascolto le danze slave di
dvorak. è un pomeriggio pacato, le persone sedute ai tavolini sotto il grande
ombrellone del club burger, a pochi passi dalla mia finestra, sono quiete e
conversano e mangiano senza schiamazzi, si sente il rumore della fontanella.
una bella giornata senza interferenze, altro che centri commerciali. mi svago
facendo ciò con cui la gente solitamente si annoia. io è ai centri commerciali
che mi stufo. a ognuno i suoi svaghi e le sue fonti di noia. a proposito di
centri commerciali, mi permetto di inserire tra queste pagine un consiglio per
gli acquisti: mi sono appena sciacquato il viso col sapone liquido “dove, seta
preziosa al profumo di orchidea bianca”: piacevolmente cremoso e morbido e con
una profumazione delicata e gradevolmente inebriante. fine dei consigli per gli
acquisti. ora atom heart mother. a volume dignitoso.
mercoledì 26 novembre 2014
un po’ di tempo fa
feci una piccola ricerca, qualche googleata, niente di complicato, per capire
se potevo definirmi un sociopatico. il responso è stato negativo. resterò
semplicemente uno che ama stare da solo, uno che odia le feste e tutte le
occasioni che la gente usa per ammassarsi riunirsi ammucchiarsi, uno che quando
squilla il telefono o il citofono o anche quando gli dicono “hey, scusa…” o
anche solamente “senti…” pensa immediatamente e istintivamente a un’incombente
rottura di coglioni. in verità anch’io, come tutti, sento l’esigenza di far
prendere un po’ d’aria sociale al mio corpo e al mio cervello solo che, se la
maggior parte delle persone sente quest’esigenza ogni giorno o ogni due giorni
io la sento, chessò, una volta al mese, una volta ogni due mesi, cose così.
[facciamo anche ogni tre mesi]. in genere, come relazione sociale, mi basta ad esempio
un commento in questo blog. poche parole spontanee, senza sorrisini ipocriti e
senza odiosissimi preamboli tipo “come va? tutto a posto?”. oppure mi basta
spalancare la finestra che dà sulla strada e sentire un po’ di brulicante
rumore mondano. ogni tanto, sempre più di rado, mi capita di recarmi in un
centro commerciale. diomio, la gente va lì per svagarsi, per passeggiare! io
dopo due minuti ho già le palle che mi girano come ruote di una formula uno
lanciata in rettilineo, poi se la folla è tanta i due minuti diventano venti o
trenta secondi. quando vedo agglomerati di persone che chiacchierano ridono e
starnazzano chiassosamente, sul marciapiede, in piazza, dentro un bar o,
appunto, in un centro commerciale, come se ognuno di loro avesse appena vinto
dieci milioni di euro alla lotteria sento di non appartenere alla loro stessa
razza, mi sento un alieno e allora sorrido dentro di me. ognuno sorride per
quello che vuole. i motivi che suscitano i miei sorrisi interiori, la maggior
parte della gente, ne sono sicuro, non riuscirebbe nemmeno a vederli.
martedì 23 settembre 2014
chi tocca muore.
così c’è scritto da qualche parte nel mio scheletro come un numero di matricola
di un telaio. pensare di conoscerne il motivo sarebbe stupido, un’automobile
non s’interroga sul numerino che porta impresso sotto un parafango. ce l’ha e
basta. nessuno cerca di proteggermi da me stesso. farei comunque a modo mio
però qualche volta sapere che qualcuno tenta di proteggerti potrebbe essere
piacevole. stralci di umana vulnerabilità. dopotutto una volta spuntato dalle
spalancate cosce della mia madre terrena ho calcato il suolo di questo grande
sasso che chiamate mondo. e ciò fa di me un essere umano. a tempo perso,
magari. ma sempre un essere umano. mi faccio del male ed è la cosa migliore che
possa fare. comportarmi diversamente mi farebbe ancora più male. e non sarei
più io. mi faccio del male isolandomi colorandomi pungendomi. mi faccio del
male e sorrido. e sono io. sono mio. la pelle truccata del pagliaccio serve
anche a questo. a nascondere il fatto che non metto la testa a posto. sempre lo
stesso di quando avevo quattordici sedici ventuno anni. sorrido. perché nessuno
vede il mio sorriso. sorrido perché la mia splendida dama ottocentesca è sempre
lì e non mi lascia mai. senza Lei non sarei niente. senza di me non sarei
niente. sarei uno dei tanti. niente.
giovedì 18 settembre 2014
il canto delle sirene…. mmmm
io ho l’ululato dei miei lupi, una variante sul tema, forse. quando i miei lupi
ululano la notte è sempre così buia. voglio nero zero più assoluto totale.
silenzio. voglio sprofondare. e cadere. precipitare. ma i miei lupi me li
tengo. senza di loro, senza i loro morsi, forse sarei morto. morto dentro
intendo. ho così tanta nausea addosso. nausea del mondo, della gente, della
mediocrità che vedo ovunque. vorrei poter essere libero dentro la gabbia della
mia solitudine.
l’orologio sulla parete mi fa
sapere che, dall’ultima parola che ho scritto, è trascorsa più di mezz’ora.
così, seduto sul pavimento con lo sguardo perso nel vuoto. credo ne lascerò
passare almeno un’altra.
suona una musica sporca e
bastarda che parla con la lingua impregnata di sangue e sudore e notte e fumo e
alcool e penombra e solitudini che si sfiorano per il tempo di uno sguardo.
cose così. una specie di nebbia triste e romantica venata di quel sapore che
solo i ricordi stagionati hanno. suona una musica così, se capite cosa voglio
dire. uno sparo o una lama, chissà cosa ci starebbe meglio. un blu macchiettato
di grigio con qualche schizzo di sangue e la notte a fare da sfondo. il fondale
di un mare ma senza acqua o cielo aria e nemmeno un uccello che vola.
ogni tanto penso alla morte,
si sa. la giovinezza che evapora è morte che s’insinua lenta attraverso la
pelle, morte che scava piano le sue radici. nella tua pelle. e ad un certo
punto ti lascia secco. ho visto così tante persone morire. una persona che
muore è…. non so. puntini di sospensione. se non vi chiamate superman forse
potete capire. che cazzo di giorno è oggi? mercoledì giovedì venerdì? cosa importa?
cosa importa?
sabato 13 settembre 2014
con una matita per il trucco dimenticata
chissà-da-chi mi disegno sull’avambraccio sinistro un bel 17. seduto sul
pavimento sono splendidamente solo. le persone spariscono e ciò che ci resta è
come un’immagine virtuale, un’ombra a colori, la sagoma di un fantasma. non
sono le persone in sé ad esserci vicine bensì le persone che abbiamo
incrociato, voglio dire che le persone non sono immagini in diretta ma viventi
ritagli della nostra memoria. anche se sono vive, in carne ed ossa, e possiamo
incontrarle, toccarle, sentirle, in realtà le persone che incontriamo,
sentiamo, tocchiamo sono le persone che abbiamo incrociato. per
noi restano così, ferme al momento dell’incrocio degli sguardi.
lunedì 8 settembre 2014
mercoledì 3 settembre 2014
lolita
è una
di quelle perversioni che mette tutti d’accordo, la pedofilia. tutti
s’inorridiscono davanti ad essa. ma non è proprio di pedofilia che voglio
parlare. voglio parlare della soggettività di uno sguardo, di un punto di vista
che ti offre un’opera letteraria o cinematografica. nel romanzo di nabokov,
ancor più che nei film di kubrick o di adrien lyne (il remake del 1997), è
palese che il professore humbert è un pedofilo. la scintilla che percepisce
quando vede per la prima volta lolita non è un fulmine a ciel sereno, prima di
lolita c’erano le panchine dei parchi, dove il professore sbirciava oltre il
giornale e fantasticava su quelle che lui chiamava “ninfette”. quindi
d’accordo, ecco nella vostra mente farsi largo pensieri tipo “è un mostro, un
porco, merita la forca o la galera”. non voglio fare un’arringa difensiva
quindi non dirò che alla base di quella sua perversione c’è il suo amore
adolescenziale, sbocciato sulla costa azzurra, che morì di tisi, mi pare. e
lui, in ogni ninfetta, rivedeva quel suo amore, quella sua ragazza morta così
giovane. e poi, quelle ninfette, come le chiama lui, sono bambine, ragazzine
che possiedono qualcosa di malizioso, qualcosa, forse nel loro inconscio, che
stride con l’innocenza che dovrebbero avere. insomma, non sono certo qui per
giustificare la pedofilia. forzare una persona a fare ciò che non vuole o ciò
che non comprende appieno è sempre esecrabile. ciò che volevo evidenziare (cosa
volevo evidenziare? mi stavo perdendo nelle mie parole…) è il punto di vista,
ovvero come, attraverso un’opera d’arte, possiamo guardare attraverso gli occhi
di un personaggio, guardare e sentire, percepire le cose. e, se l’artista è
bravo, riesci benissimo a posizionarti dietro gli occhi e il cervello del personaggio
e vedere così le cose come non le vedresti con il tuo cervello e i tuoi occhi.
ecco, ciò che volevo sottolineare l’ho sottolineato. ora potrei sprecare chissà
quante parole per elogiare il film di kubrick (e il romanzo, ma anche il remake
del film non è male). ci sono così tante scene memorabili, la scelta della casa
da affittare per via “delle torte di ciliegie”, il lento e angosciante
inseguimento automobilistico, il tavolo da ping pong, il finale quando lei dice
“dunque mi stai dicendo che ci darai i soldi se verrò nel motel con te?”, per
non parlare del fatto che stiamo parlando di una storia incentrata su una
passione, una perversione incontrollabile e ciò lo si percepisce benissimo
sebbene non ci sia nemmeno una scena minimamente sconcia. grande maestro il
signor kubrick, chapeau.
[Lolita, regia di Stanley Kubrick, 1962]
venerdì 29 agosto 2014
ho
inghiottito l’inferno, arroventato chiassoso e pieno di rocciosi spigoli
appuntiti. arroventato chiassoso e appuntito inferno dentro la mia carne.
nessuno può sapere. nessuno può capire.
mi
distacco per un attimo dal mio inferno per pensare a quanti iniziano a scrivere
un blog poi si stufano e smettono. per me è sanguinare, la mia valvola di sfogo
nel costato, la pugnalata che fa schizzare un poco del mio sangue. mera
esigenza. poco importa se qualcuno legge i miei schizzi insanguinati. chi
accoglie l’inferno dentro sé deve avere l’occasione di sanguinare. sennò muore
bruciato dal di dentro.
mi giro
di lato e sputo fuoco, tizzoni ardenti nelle mie viscere. belli i miei odierni
cd sparsi per terra attorno al lettore, radiohead, miles davis, un po’ di
blues, pumpkins, pearl jam, edie brickell, the wall. anche se, come diceva un
mio amico, all’inferno si ascolta marilyn manson. senza tonnellate di cerone
oggi sarei inguardabile per gli esseri umani. ma di quello ho la scorta, dio me
l’ha data in dotazione quando sono stato sputato su questo suolo. privilegi dei
pagliacci di nascita.
stanotte
se un serpente a sonagli mi mordesse creperebbe avvelenato. probabilmente, se
avesse un pizzico di istinto primordiale che tanto gli si confà, se ne starebbe
alla larga.
domenica 24 agosto 2014
faccio parte di quegli esseri celesti visibili a
tutti, vedo tutte le vostre gocce e i vostri peccati e i vostri piccoli spazi.
il tempo, ciò che più vi spaventa, non vi rendete conto che siete tutti fuori
tempo? le cose che m’importano non le so bene nemmeno io, ciò che non possiedo
non m’importa, questo sì. sono fatto di antimateria e ciò che voi vedete di me
è pura quisquilia. i vostri pensieri sono illusioni e le vostre illusioni,
diomio, sono così stupide. fate ancora quel giochino, vi schierate in due
parti, la maggior parte dalla parte dei buoni, gli altri con i cattivi. ma
quando la finirete di giocare? cercate di fuggire per tentare di non affondare.
siete un esercito di mercenari e vi pagano con illusioni così insignificanti.
nessuno ahimè è il soldato di se stesso. tutti soldati che cercano di fuggire
dalla noia. nessuno vuole farsi male. ognuno dev’essere la religione di se
stesso. io non sono nato per tentare di non affondare. chissà perché sono nato
per essere visibile ai vostri occhi. se riuscite a vedermi, perché non riuscite
a vedere le mie ferite? perché ognuno è perso nel suo piccolo mondo, nelle sue
piccole finzioni, nei suoi giochini senza senso.
martedì 19 agosto 2014
un morto, poco prima che i nuovi raggi solari toccassero
la terra sotto cui era sepolto, sognò, sogno di essere vivo. si svegliò
trafelato, con l’animo tutto agitato per quella sensazione che aveva quasi
dimenticato. appena sveglio, sciacquarsi il viso e guardarsi allo specchio per
assicurarsi di avere un aspetto presentabile nei confronti degli altri vivi.
poi preoccuparsi. preoccuparsi di fare una buona impressione con questo e
quello. sino a sera, quando ci si doveva preoccupare di fare bella figura con
questo o quell’altro. seduto sulla sua lapide pensò: la gente potrebbe
prendersi un anticipo sui benefici della morte: dovrebbe preoccuparsi molto,
molto meno.
giovedì 14 agosto 2014
voglia
di buio di battelliano silenzio antimondo di solitaria panchinetta autunnale.
essere libero nel mio nero privo di cazzate. un tuffo nel non-mondo. assenza
dei pensieri che impregnano l’aria e il terreno e i silenzi ultraterreni. ho il
viso struccato barbetta lunga nelle vene sangue bianco. adoro affondare nel mio
denso torbido tenebroso nero tutto petrolio e silenzio. e mentre sprofondo
mentre colo a picco percepisco le mille sfumature colorate donate dagli ultimi
brandelli di luce. prima che cali il sipario di spesso velluto nero.
prima
del buio nero zero più assoluto alcune invisibili microbollicine colorate che
col dito (o lo sguardo) faccio scoppiare e dalla silente deflagrazione nubi e
piccole piogge di parole che come scintille di colorati fuochi artificiali
danzano prima di accasciarsi al suolo spegnendosi.
il vuoto
è volo l’assenza di tutto un paio di ali. chi dice che ci si debba curare dal
niente? perché mettere gli occhiali se la vista è troppo aguzza? l’inquietudine
non è malattia è lo scenario di un animo particolarmente acuminato. seduto sul
pavimento vedo al contempo le altissime stelle e la formichina solitaria
sperduta nella mattonella bianca. adoro guardare il niente e non ascoltare ciò
che ha da dirmi.
sabato 9 agosto 2014
Sono la più bella
diciannovenne del mondo. Sono sola come una croce piantata in uno sterminato
camposanto di marmo bianco senza croci. Io l’unica croce in un oceano di vuoto
e di silenzio. Bevo la mia decima mezzolitro di acqua minerale. Sono pallida e
bellissima, il volto intorpidito da mille ore di sonno artificialmente indotto
e da totale assenza di luce solare e vita sociale e chiacchiere e volti e
rumori e bla bla bla. Gironzolo a caso nel mio monolocale, a piedi nudi, lo
sguardo sofficemente sbatte dove capita, finestra pareti pavimento soffitto. La
porta-finestra mi dice che è piena notte. Devo aver dormito per qualche secolo
almeno. Il mondo là fuori, ne sono sicura, non sarà cambiato di una virgola.
Accendo la sigaretta che stringo fra le morbide labbra. Infilo il cd,
track number two, even flow. Mi guardo
allo specchio e ammiro il mio pallore che farebbe arrossire d’invidia la luna e
le sue sorelle. Se la luna è distaccata dai pensieri degli uomini io sono la madre
dell’alienazione e dell’indifferenza. Quando comincia alive le culotte nere e
la t-shirt bianca cadono sul pavimento e m’infilo nella doccia. Questa notte è solo mia. I’m still alive.
lunedì 4 agosto 2014
le mie ossa non sbagliano mai, nemmeno quando le
scheggio impudentemente. mi graffio e sanguino e sto bene così, grazie. vagolo
nella mia strada fatta di un meraviglioso nulla. nella mia strada c’è una
splendida ombra. e piove. diceva il poeta "la mia strada non passa vicino alla tua casa, la mia strada non passa vicino alla casa di nessuno".
penso spesso alla morte. a quella degli umani. e
alla mia. credo che il mio più grande desiderio sia quello di arrivare in punto
di morte con la serenità che possiedo in questo momento. serenità nei confronti
della morte, intendo. vorrei sorridere mentre so che devo morire a breve. c’è
chi desidera un’auto nuova, chi una scopata, chi un anello con un diamante
grosso così. io desidero questo. arrivare in punto di morte con un lieve
sorriso interiore.
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