martedì 9 dicembre 2014

in maniera estemporanea, non durevole non programmata, nell’ambito di questa mia notte, ora. io. mi sento. divino. per quel che mi riguarda sono l’inizio e la fine di tutto quanto. di tutto quello che mi riguarda. una cosa che ora mi piacerebbe fare è donare forza e coraggio per fronteggiare le stronzate quotidiane. a chiunque legga queste parole. a te, solo a te. un pizzico di giullaresca divinità per prendere per i fondelli il mondo tutto quanto. e la vita. e la malattia e la morte. e il salario, il lavoro, l’affitto, il mutuo, il dover essere socialmente accettabile, ogni cosa. poter trattare ogni cosa come una emerita stronzata. ridi e fottitene allegramente di tutto ciò che fiorisce all’infuori di te. sii un meraviglioso e pagliaccesco egoista del cazzo. almeno dentro di te. poi fuori mimetizzati in modo che non ti riconoscano. e che non possano fronteggiare i tuoi sorrisi interiori-bombe-a-mano. un pagliaccio bombarolo col sorriso interiore. sorridi e sarai mio fratello. sarai mia sorella. in maniera estemporanea magari. vi offro una goccia del mio sangue. non è poco.

giovedì 4 dicembre 2014

le mura sono ovunque, a due metri dalle nostra ossa, a due centimetri dalle nostra ossa, dentro di noi. tutti siamo rinchiusi, triste a dirsi ma è così. l’unica salvezza, l’unica via di fuga che conosco, l’unica ribellione accettabile è l’ironia. col pensiero mandare a fanculo tutto quanto. un vaffanculo leggero e inarrestabile che viaggia sulle ali del pensiero. sicuramente il signor verdi non aveva in mente questo mentre componeva la sua aria. libertà è poter sorridere beffardamente quando lo si vuole. anche solo dentro di noi. sorridete. non è un invito ad un vaporoso ottimismo del cazzo. forse capite cosa voglio dire. sorridete. fatelo. anche se non avvertirò i vostri sorrisi ve ne sarò comunque grato. un sorriso per me. un sorriso per voi. amen. e tutte quelle cose lì. 

sabato 29 novembre 2014

pura e semplice estasi, è una bella giornata di sole, l’aria è tiepida, niente circo e niente persone che mi ronzano attorno, giornata perfetta per stare tra me e me. ogni tanto leggiucchio qualche pagina, metto in ordine qualcosa, mi affaccio al balcone, faccio due passi nel miniappartamentino. ascolto le danze slave di dvorak. è un pomeriggio pacato, le persone sedute ai tavolini sotto il grande ombrellone del club burger, a pochi passi dalla mia finestra, sono quiete e conversano e mangiano senza schiamazzi, si sente il rumore della fontanella. una bella giornata senza interferenze, altro che centri commerciali. mi svago facendo ciò con cui la gente solitamente si annoia. io è ai centri commerciali che mi stufo. a ognuno i suoi svaghi e le sue fonti di noia. a proposito di centri commerciali, mi permetto di inserire tra queste pagine un consiglio per gli acquisti: mi sono appena sciacquato il viso col sapone liquido “dove, seta preziosa al profumo di orchidea bianca”: piacevolmente cremoso e morbido e con una profumazione delicata e gradevolmente inebriante. fine dei consigli per gli acquisti. ora atom heart mother. a volume dignitoso. 

mercoledì 26 novembre 2014

un po’ di tempo fa feci una piccola ricerca, qualche googleata, niente di complicato, per capire se potevo definirmi un sociopatico. il responso è stato negativo. resterò semplicemente uno che ama stare da solo, uno che odia le feste e tutte le occasioni che la gente usa per ammassarsi riunirsi ammucchiarsi, uno che quando squilla il telefono o il citofono o anche quando gli dicono “hey, scusa…” o anche solamente “senti…” pensa immediatamente e istintivamente a un’incombente rottura di coglioni. in verità anch’io, come tutti, sento l’esigenza di far prendere un po’ d’aria sociale al mio corpo e al mio cervello solo che, se la maggior parte delle persone sente quest’esigenza ogni giorno o ogni due giorni io la sento, chessò, una volta al mese, una volta ogni due mesi, cose così. [facciamo anche ogni tre mesi]. in genere, come relazione sociale, mi basta ad esempio un commento in questo blog. poche parole spontanee, senza sorrisini ipocriti e senza odiosissimi preamboli tipo “come va? tutto a posto?”. oppure mi basta spalancare la finestra che dà sulla strada e sentire un po’ di brulicante rumore mondano. ogni tanto, sempre più di rado, mi capita di recarmi in un centro commerciale. diomio, la gente va lì per svagarsi, per passeggiare! io dopo due minuti ho già le palle che mi girano come ruote di una formula uno lanciata in rettilineo, poi se la folla è tanta i due minuti diventano venti o trenta secondi. quando vedo agglomerati di persone che chiacchierano ridono e starnazzano chiassosamente, sul marciapiede, in piazza, dentro un bar o, appunto, in un centro commerciale, come se ognuno di loro avesse appena vinto dieci milioni di euro alla lotteria sento di non appartenere alla loro stessa razza, mi sento un alieno e allora sorrido dentro di me. ognuno sorride per quello che vuole. i motivi che suscitano i miei sorrisi interiori, la maggior parte della gente, ne sono sicuro, non riuscirebbe nemmeno a vederli.


martedì 23 settembre 2014

chi tocca muore. così c’è scritto da qualche parte nel mio scheletro come un numero di matricola di un telaio. pensare di conoscerne il motivo sarebbe stupido, un’automobile non s’interroga sul numerino che porta impresso sotto un parafango. ce l’ha e basta. nessuno cerca di proteggermi da me stesso. farei comunque a modo mio però qualche volta sapere che qualcuno tenta di proteggerti potrebbe essere piacevole. stralci di umana vulnerabilità. dopotutto una volta spuntato dalle spalancate cosce della mia madre terrena ho calcato il suolo di questo grande sasso che chiamate mondo. e ciò fa di me un essere umano. a tempo perso, magari. ma sempre un essere umano. mi faccio del male ed è la cosa migliore che possa fare. comportarmi diversamente mi farebbe ancora più male. e non sarei più io. mi faccio del male isolandomi colorandomi pungendomi. mi faccio del male e sorrido. e sono io. sono mio. la pelle truccata del pagliaccio serve anche a questo. a nascondere il fatto che non metto la testa a posto. sempre lo stesso di quando avevo quattordici sedici ventuno anni. sorrido. perché nessuno vede il mio sorriso. sorrido perché la mia splendida dama ottocentesca è sempre lì e non mi lascia mai. senza Lei non sarei niente. senza di me non sarei niente. sarei uno dei tanti. niente. 

giovedì 18 settembre 2014

il canto delle sirene…. mmmm io ho l’ululato dei miei lupi, una variante sul tema, forse. quando i miei lupi ululano la notte è sempre così buia. voglio nero zero più assoluto totale. silenzio. voglio sprofondare. e cadere. precipitare. ma i miei lupi me li tengo. senza di loro, senza i loro morsi, forse sarei morto. morto dentro intendo. ho così tanta nausea addosso. nausea del mondo, della gente, della mediocrità che vedo ovunque. vorrei poter essere libero dentro la gabbia della mia solitudine.

l’orologio sulla parete mi fa sapere che, dall’ultima parola che ho scritto, è trascorsa più di mezz’ora. così, seduto sul pavimento con lo sguardo perso nel vuoto. credo ne lascerò passare almeno un’altra.

suona una musica sporca e bastarda che parla con la lingua impregnata di sangue e sudore e notte e fumo e alcool e penombra e solitudini che si sfiorano per il tempo di uno sguardo. cose così. una specie di nebbia triste e romantica venata di quel sapore che solo i ricordi stagionati hanno. suona una musica così, se capite cosa voglio dire. uno sparo o una lama, chissà cosa ci starebbe meglio. un blu macchiettato di grigio con qualche schizzo di sangue e la notte a fare da sfondo. il fondale di un mare ma senza acqua o cielo aria e nemmeno un uccello che vola.

ogni tanto penso alla morte, si sa. la giovinezza che evapora è morte che s’insinua lenta attraverso la pelle, morte che scava piano le sue radici. nella tua pelle. e ad un certo punto ti lascia secco. ho visto così tante persone morire. una persona che muore è…. non so. puntini di sospensione. se non vi chiamate superman forse potete capire. che cazzo di giorno è oggi? mercoledì giovedì venerdì? cosa importa? cosa importa?

sabato 13 settembre 2014

con una matita per il trucco dimenticata chissà-da-chi mi disegno sull’avambraccio sinistro un bel 17. seduto sul pavimento sono splendidamente solo. le persone spariscono e ciò che ci resta è come un’immagine virtuale, un’ombra a colori, la sagoma di un fantasma. non sono le persone in sé ad esserci vicine bensì le persone che abbiamo incrociato, voglio dire che le persone non sono immagini in diretta ma viventi ritagli della nostra memoria. anche se sono vive, in carne ed ossa, e possiamo incontrarle, toccarle, sentirle, in realtà le persone che incontriamo, sentiamo, tocchiamo sono le persone che abbiamo incrociato. per noi restano così, ferme al momento dell’incrocio degli sguardi.

lunedì 8 settembre 2014

Urbano pomeriggio solitario passo dopo passo dopo passo tra vetrine e gente con eleganti buste cartonate, gente silenziosa e sola, gente che parla per cercare di venderti qualcosa o per cercare d’illudersi di avere dei pensieri e una vita. La vostra adorata Cry in pieno centro cittadino, indosso un delizioso e delicato abitino di cotone a fiori molto casa-nella-prateria sfondo bianco e miliardi di microfiorellini perlopiù rosa e rossi, ai piedi i miei dr martens rosa a pois bianchi. Nessuno mi può avvicinare, sono più bella di una dea di una fata e di una stella tutte assieme. Unmetroesettantaquattro per quarantaseichiliesettecento d’incontaminata e fatata bellezza stronza e intoccabile. La più bella fatina perduta nel suo incantato bosco di asfalto vetrine e cemento. Cammino come un aggraziato soldato alieno a cui niente importa della sua missione nel vostro cazzo di pianeta di merda. Forse un secolo che non uscivo dal mio monolocale al tredicesimo, mi sgranchisco le gambe mentre la mia pelle lunare accarezza un po’ di sano smog cittadino. I miei occhi sono più neri del solito incorniciati da soffici ciglia mascarate, specchi neri che riflettono cose che non m’interessano. Voglia di camminare. Passo dopo passo dopo passo. Un’ora fa ho incontrato il mio chimico bottegaio farmaceutico, seduti ad un tavolino mi ha dato la sua busta il kit perfetto di sciroppi e caramelle per una provetta e pervertita bambina chimicamente viziosa. Roba da farci tanti bei picnic sul prato di marmo del mio monolocale. Rallento il passo senza fermarmi per posare dentro un vecchio cappello accanto a un vecchio cane e un vecchio senza una gamba una manciata di banconote. A parte le chimiche sostanze è l’unico shopping che oggi mi concedo. Decido di fare un salto nella profumeria dove lavora Senia. La trovo dietro un bancone di lucido rovere senza polvere, mi sorride coi suoi occhi verdi i capelli color miele e le labbra color ciliegia. Ci sono due signore che parlano con Senia e l’altra commessa, io prendo e riposo a casaccio matite, mascara e eyeliner lei si congeda dalla cliente con cui parlava e mi si avvicina con un altro sorriso che significa “hey, ciao Cry” le rispondo con un sorriso di soli occhi “sei adorabile questo vestitino è un amore” mi dice. “Prendo questa” le dico tenendo tra pollice e indice una matita qualunque, si allontana un momento e torna con una bustina di cartoncino arancione, “per la matita sono sei euro, questi provali pure poi mi farai sapere” dice con tono un poco formale per via delle persone che origliano, “una di queste sere ci si vede” dico uscendo alla mia amica Senia. Cammino ancora poi entro in un locale stretto e lungo praticamente vuoto, mi siedo ad un tavolino mi rialzo mi dirigo alla toilette e dico all’uomo dietro al bancone “un Jack Daniels… doppio senza ghiaccio”, davanti allo specchio mi spruzzo sul collo il profumo regalatomi da Senia nella busta arancione, abbandono la prismatica boccetta azzurrognola sul lavandino, pesco dalla busta un rossetto color prugna che applico abbondante sulle labbra, bacio lo specchio e scrivo col rossetto “guardate il riflesso di un sogno e pisciate come se fosse l’ultima volta” torno al tavolino e trovo il mio doppio jack senza ghiaccio. Prendo una pasticchetta bianca dalla bustina del pusher-farmacologico, una pasticchetta bianca con un riga nel mezzo che sembra un anemico chicco di caffè privo di aroma, dalla busta arancione prendo uno smalto verde smeraldo e coloro meticolosamente quella righina mediana poi butto giù insieme ad una sorsata di jack. Arrivano due o tre ragazzi si siedono non lontani da me e parlottano guardandomi, io faccio cadere una lacrima di smalto nel centro del bicchiere con poco jack, agito a mezz’aria il bicchiere e trangugio tutto quanto d’un fiato. Loro parlottano e ridacchiano io  li mando mentalmentea fare in culo. 

mercoledì 3 settembre 2014

lolita

questi occhiali furono una pura invenzione pubblicitaria, nel film non ci sono!
è una di quelle perversioni che mette tutti d’accordo, la pedofilia. tutti s’inorridiscono davanti ad essa. ma non è proprio di pedofilia che voglio parlare. voglio parlare della soggettività di uno sguardo, di un punto di vista che ti offre un’opera letteraria o cinematografica. nel romanzo di nabokov, ancor più che nei film di kubrick o di adrien lyne (il remake del 1997), è palese che il professore humbert è un pedofilo. la scintilla che percepisce quando vede per la prima volta lolita non è un fulmine a ciel sereno, prima di lolita c’erano le panchine dei parchi, dove il professore sbirciava oltre il giornale e fantasticava su quelle che lui chiamava “ninfette”. quindi d’accordo, ecco nella vostra mente farsi largo pensieri tipo “è un mostro, un porco, merita la forca o la galera”. non voglio fare un’arringa difensiva quindi non dirò che alla base di quella sua perversione c’è il suo amore adolescenziale, sbocciato sulla costa azzurra, che morì di tisi, mi pare. e lui, in ogni ninfetta, rivedeva quel suo amore, quella sua ragazza morta così giovane. e poi, quelle ninfette, come le chiama lui, sono bambine, ragazzine che possiedono qualcosa di malizioso, qualcosa, forse nel loro inconscio, che stride con l’innocenza che dovrebbero avere. insomma, non sono certo qui per giustificare la pedofilia. forzare una persona a fare ciò che non vuole o ciò che non comprende appieno è sempre esecrabile. ciò che volevo evidenziare (cosa volevo evidenziare? mi stavo perdendo nelle mie parole…) è il punto di vista, ovvero come, attraverso un’opera d’arte, possiamo guardare attraverso gli occhi di un personaggio, guardare e sentire, percepire le cose. e, se l’artista è bravo, riesci benissimo a posizionarti dietro gli occhi e il cervello del personaggio e vedere così le cose come non le vedresti con il tuo cervello e i tuoi occhi. ecco, ciò che volevo sottolineare l’ho sottolineato. ora potrei sprecare chissà quante parole per elogiare il film di kubrick (e il romanzo, ma anche il remake del film non è male). ci sono così tante scene memorabili, la scelta della casa da affittare per via “delle torte di ciliegie”, il lento e angosciante inseguimento automobilistico, il tavolo da ping pong, il finale quando lei dice “dunque mi stai dicendo che ci darai i soldi se verrò nel motel con te?”, per non parlare del fatto che stiamo parlando di una storia incentrata su una passione, una perversione incontrollabile e ciò lo si percepisce benissimo sebbene non ci sia nemmeno una scena minimamente sconcia. grande maestro il signor kubrick, chapeau. 

 [Lolita, regia di Stanley Kubrick, 1962]

venerdì 29 agosto 2014

ho inghiottito l’inferno, arroventato chiassoso e pieno di rocciosi spigoli appuntiti. arroventato chiassoso e appuntito inferno dentro la mia carne. nessuno può sapere. nessuno può capire.
mi distacco per un attimo dal mio inferno per pensare a quanti iniziano a scrivere un blog poi si stufano e smettono. per me è sanguinare, la mia valvola di sfogo nel costato, la pugnalata che fa schizzare un poco del mio sangue. mera esigenza. poco importa se qualcuno legge i miei schizzi insanguinati. chi accoglie l’inferno dentro sé deve avere l’occasione di sanguinare. sennò muore bruciato dal di dentro.
mi giro di lato e sputo fuoco, tizzoni ardenti nelle mie viscere. belli i miei odierni cd sparsi per terra attorno al lettore, radiohead, miles davis, un po’ di blues, pumpkins, pearl jam, edie brickell, the wall. anche se, come diceva un mio amico, all’inferno si ascolta marilyn manson. senza tonnellate di cerone oggi sarei inguardabile per gli esseri umani. ma di quello ho la scorta, dio me l’ha data in dotazione quando sono stato sputato su questo suolo. privilegi dei pagliacci di nascita.
stanotte se un serpente a sonagli mi mordesse creperebbe avvelenato. probabilmente, se avesse un pizzico di istinto primordiale che tanto gli si confà, se ne starebbe alla larga. 

domenica 24 agosto 2014

faccio parte di quegli esseri celesti visibili a tutti, vedo tutte le vostre gocce e i vostri peccati e i vostri piccoli spazi. il tempo, ciò che più vi spaventa, non vi rendete conto che siete tutti fuori tempo? le cose che m’importano non le so bene nemmeno io, ciò che non possiedo non m’importa, questo sì. sono fatto di antimateria e ciò che voi vedete di me è pura quisquilia. i vostri pensieri sono illusioni e le vostre illusioni, diomio, sono così stupide. fate ancora quel giochino, vi schierate in due parti, la maggior parte dalla parte dei buoni, gli altri con i cattivi. ma quando la finirete di giocare? cercate di fuggire per tentare di non affondare. siete un esercito di mercenari e vi pagano con illusioni così insignificanti. nessuno ahimè è il soldato di se stesso. tutti soldati che cercano di fuggire dalla noia. nessuno vuole farsi male. ognuno dev’essere la religione di se stesso. io non sono nato per tentare di non affondare. chissà perché sono nato per essere visibile ai vostri occhi. se riuscite a vedermi, perché non riuscite a vedere le mie ferite? perché ognuno è perso nel suo piccolo mondo, nelle sue piccole finzioni, nei suoi giochini senza senso. 

martedì 19 agosto 2014

un morto, poco prima che i nuovi raggi solari toccassero la terra sotto cui era sepolto, sognò, sogno di essere vivo. si svegliò trafelato, con l’animo tutto agitato per quella sensazione che aveva quasi dimenticato. appena sveglio, sciacquarsi il viso e guardarsi allo specchio per assicurarsi di avere un aspetto presentabile nei confronti degli altri vivi. poi preoccuparsi. preoccuparsi di fare una buona impressione con questo e quello. sino a sera, quando ci si doveva preoccupare di fare bella figura con questo o quell’altro. seduto sulla sua lapide pensò: la gente potrebbe prendersi un anticipo sui benefici della morte: dovrebbe preoccuparsi molto, molto meno. 

giovedì 14 agosto 2014

voglia di buio di battelliano silenzio antimondo di solitaria panchinetta autunnale. essere libero nel mio nero privo di cazzate. un tuffo nel non-mondo. assenza dei pensieri che impregnano l’aria e il terreno e i silenzi ultraterreni. ho il viso struccato barbetta lunga nelle vene sangue bianco. adoro affondare nel mio denso torbido tenebroso nero tutto petrolio e silenzio. e mentre sprofondo mentre colo a picco percepisco le mille sfumature colorate donate dagli ultimi brandelli di luce. prima che cali il sipario di spesso velluto nero.

prima del buio nero zero più assoluto alcune invisibili microbollicine colorate che col dito (o lo sguardo) faccio scoppiare e dalla silente deflagrazione nubi e piccole piogge di parole che come scintille di colorati fuochi artificiali danzano prima di accasciarsi al suolo spegnendosi.

il vuoto è volo l’assenza di tutto un paio di ali. chi dice che ci si debba curare dal niente? perché mettere gli occhiali se la vista è troppo aguzza? l’inquietudine non è malattia è lo scenario di un animo particolarmente acuminato. seduto sul pavimento vedo al contempo le altissime stelle e la formichina solitaria sperduta nella mattonella bianca. adoro guardare il niente e non ascoltare ciò che ha da dirmi.

sabato 9 agosto 2014

Sono la più bella diciannovenne del mondo. Sono sola come una croce piantata in uno sterminato camposanto di marmo bianco senza croci. Io l’unica croce in un oceano di vuoto e di silenzio. Bevo la mia decima mezzolitro di acqua minerale. Sono pallida e bellissima, il volto intorpidito da mille ore di sonno artificialmente indotto e da totale assenza di luce solare e vita sociale e chiacchiere e volti e rumori e bla bla bla. Gironzolo a caso nel mio monolocale, a piedi nudi, lo sguardo sofficemente sbatte dove capita, finestra pareti pavimento soffitto. La porta-finestra mi dice che è piena notte. Devo aver dormito per qualche secolo almeno. Il mondo là fuori, ne sono sicura, non sarà cambiato di una virgola. Accendo la sigaretta che stringo fra le morbide labbra. Infilo il cd, track number two, even flow. Mi guardo allo specchio e ammiro il mio pallore che farebbe arrossire d’invidia la luna e le sue sorelle. Se la luna è distaccata dai pensieri degli uomini io sono la madre dell’alienazione e dell’indifferenza. Quando comincia alive le culotte nere e la t-shirt bianca cadono sul pavimento e m’infilo nella doccia.  Questa notte è solo mia. I’m still alive.

lunedì 4 agosto 2014

le mie ossa non sbagliano mai, nemmeno quando le scheggio impudentemente. mi graffio e sanguino e sto bene così, grazie. vagolo nella mia strada fatta di un meraviglioso nulla. nella mia strada c’è una splendida ombra. e piove. diceva il poeta "la mia strada non passa vicino alla tua casa, la mia strada non passa vicino alla casa di nessuno".

penso spesso alla morte. a quella degli umani. e alla mia. credo che il mio più grande desiderio sia quello di arrivare in punto di morte con la serenità che possiedo in questo momento. serenità nei confronti della morte, intendo. vorrei sorridere mentre so che devo morire a breve. c’è chi desidera un’auto nuova, chi una scopata, chi un anello con un diamante grosso così. io desidero questo. arrivare in punto di morte con un lieve sorriso interiore.