solitudine, rifletto sullo star soli e ovviamente la cosa più positiva che balza alla mente è la libertà. libertà dai compromessi, vabbè, fin troppo ovvio. ma anche la libertà di non essere usati. usati per occultare insicurezze, allontanare paure, ottenere tepore e premure. ultimamente gli angoli che avevo volontariamente smussato hanno ripreso il loro acuminato aspetto di una volta. sono un educato e perbene ragazzaccio che si piega il meno possibile ai dettami sociali. non gioco a fare il chiassoso sovversivo, a sbandierare ai quattro venti atteggiamenti ribelli. la mia è la libertà del pagliaccio che, tornato a casa, si toglie il trucco di dosso, sorride e si compiace guardandosi allo specchio. più sono solo e più sento, tratteggiando la mia mente col dito, le asperità taglienti che mi piacciono tanto. una volta, uscimmo in compagnia, tra gli altri c’era anche mio fratello e una sua amica che s’interessava a me, lei chiedeva a lui di me e lui se ne uscì dicendo “lo vedi così ma è matto, è matto come max di “c’era una volta in america”…” io sorrisi perché il paragone non era affatto appropriato, del resto mio fratello non ha neanche l’un per cento del mio acume psicologico. le mie stranezze sono bagnate dal mare della riservatezza, la prima immagine che mi salta in mente, pensando alla mia stranezza, sono i miei cieli stellati adolescenziali. quanto ero bello e strano, a sedici anni, sotto quei cieli così profondi, quando tutto svaniva e tutti rientravano a casa, io, provetto pagliaccio, sotto quei cieli riflettevo il mio sguardo sulla luna e mi fondevo con quel cosmo, mi sentivo così splendidamente solo. li ricordo così bene quei cieli, osservati dal giardino della casa dei miei. una volta, erano le tre, le quattro del mattino, mi trovavo in giardino a fissare e ascoltare il mio cosmo, un barbagianni si posò su un albero a pochi passi da me, io mi spaventai un po’ e feci un pochino di rumore, era estate e la finestra della camera dei miei era aperta, si svegliarono e mi toccò rientrare in casa. il mattino dopo “abbiamo sentito un po’ di rumore, abbiamo visto un grosso uccello bianco e tu eri fuori, ti sei spaventato eh!” e tutti a ridere eheheheeh. ma dei miei cieli, del mio cosmo, che cosa ne potevano sapere? comunque la storia del batt che si prese uno spavento per l’improvvisa visita di un barbagianni tenne banco per un po’ ed ora, bè, la sapete anche voi ehehheehhe
mercoledì 13 aprile 2011
domenica 10 aprile 2011
stamattina alle 6 tormenti e spasimi a contorcere le mie viscere, quasi come la volta scorsa. questa volta, però, con la fierezza e il coraggio di un giovane capitano achab, ho tentato di andare a lavoro. già, tentato… fatti due o tre passi, oltre il portone, un’improvvisa secchiata di sudore freddo mi ha gelato sul posto, mentre sentivo che le gambe non mi avrebbero sorretto per più di tre o quattro secondi. mi accovaccio per terra poggiando la schiena sul muro. due, tre minuti così, poi vado avanti, forse riesco a fare sei o sette metri e penso che la cosa più sensata da fare sia sedermi su una panchina, sul ciglio della strada. brusco e violento esplode un conato di vomito. vomito per strada come un barbone, come un ubriacone, come un ragazzino appena fuori dalla discoteca, come uno sbarbatello che ha deciso di affogare in un bar la sua delusione amorosa, vomito per strada come un animale. raccolgo tutte le mie forze per tornare a casa, mi sembra quasi un’impresa impossibile. anche telefonare per avvisare che non andrò a lavoro è un’impresa mastodontica, comporre il numero e articolare qualche parola mi costa tantissima fatica. mi butto sul letto supino, con le braccia spalancate come su di un soffice crocifisso. senza anima, senza neanche pensieri, sento solo il sudore gelido sulla pelle che immagino bianchissima, totalmente priva di sangue, di vita. non dormo ma non soffro neanche tantissimo, quando il cervello decide di analizzare la situazione, la mia attenzione si concentra su di una morte completamente solitaria, dentro una bianca stanza che comincia ad essere baciata dalle prime luci dell’alba. ho la forza e il coraggio di restare solo, non mi sfiora nemmeno l’idea di inviare anche un solo sms per ricevere un microgrammo di inutile tepore umano. vabbè, sapevo benissimo che non sarei morto sul serio, questo è vero. ora pieno pomeriggio, da stamattina che mi gongolo tra cd, libri, cd e libri. ora forse riesco ad ingurgitare un po’ di pastina in brodo rigorosamente liofilizzato (quest’ultima cosa, ahimè, la cosa più triste e raccapricciante della storia).
sabato 9 aprile 2011
solo, come un finestrino del treno che osserva ogni paesaggio passare, senza occhi che lo attraversano. le cose grandiose, meravigliose, le lascio dentro, non le libero all’aria aperta, si rimpicciolirebbero come figurine adesive prive di fascino. quello che faccio è solo zampillare un po’ del mio sangue, sanguinare come un dio pagano, mille volte morire dissanguato, straziato sull’altare della mia bellezza personale. mi bagno nel lago della più soave delle crudeltà, tutto questo senza che gli altri vedano, comprendano. sono un dio. a modo mio lo sono. con umane fragilità che mi donano una grazia che nessuno può vedere. affogo nella mia follia, quando posso farlo lo faccio senza ascoltare voci, senza indossare mimetici indumenti sociali, follia-libertà, coraggio di fuggire, estraniarsi, abbandonarsi a se stessi. sono un moderno, giovane dio pagano sbocciato nel cemento. sono un concentrato di parole sgrammaticate con una miriade di grovigli di suoni e rumori che come rovi si arrampicano avvoltolandosi con le loro spine. mentre i vostri visi s’illuminano stroboscopicamente davanti agli spot pubblicitari, io gioco a punzecchiarmi con le mie spine invisibili, divine lance che mi trapassano regalandomi estasi a voi negate. indossare i panni del pagliaccio significa non parlare in questo modo, di queste cose, con chi mi circonda. sono stato un uomo, un ragazzo, un astro e un amante. sono un moderno e giovane dio pagano con abiti modesti. galleggio ma è come se volassi come un maestoso uccello dalla bellezza fiabesca. sono l’uccello di fuoco e se vi sfioro, se vi sembra d’intravedermi, è solo una mia piuma che vedete…
giovedì 7 aprile 2011
la mia anima è meravigliosa, anche quando scende a terra e cammina tra gli uomini. io ho la fortuna di vederla, la sua pregiata bellezza invisibile agli occhi miopi dei corpi ambulanti. qualcuno asserisce di avermi perlomeno intravisto, di avermi sfiorato. molti dubbi e gran disinteresse. se mi hanno anche solo intravisto, buon per loro. non gioco a fare il narciso, do voce alla mia distanza, alla mia unicità, che mi pugnala amabilmente da quando son nato. quanto sono bello nei panni del giullare grigio e solitario, ho un sorriso interiore, imbevuto di malinconica desolazione, che è una meraviglia caravaggesca. nessuno saprà mai quant’è profondo il mio sorriso (e la mia tristezza). eppure, chi si bagna il dito nel mio pozzo, parla di profondità sconvolgenti o, perlomeno, affascinanti. comunque belle. la verità è che il fondo di quel pozzo lo conosco solo io, il resto sono stralci di debolezze che prendono vita, visioni che si fanno carne, ornamenti preziosi per la vanità della mia splendida dama ottocentesca che si abbiglia guardandosi allo specchio, con la genuinità di una bellissima dea immortale che nulla teme. la verità è che anche stanotte andrò a dormire da solo, e sarò con la persona che più mi comprende, la sola creatura che abita gli inesplorati tunnel della mia esistenza.nessuno può vedermi, nessuno può toccarmi. ciò che vedete di me sono solo alcuni spruzzi del mio sangue. nessuno può ascoltarmi sul serio. vado da me stesso. abbraccio lo splendido giullare che sono. nessun conforto oltre la consapevolezza, l’unicità, la solitudine.
lunedì 28 marzo 2011
[anche questa una canzone, come sempre la musica, quella rimane nella mia testa... ]
.
lo sguardo di quando mi sento distante è un cielo interiore un manto pesante mi separa dal mondo un battello fluttuante una coltre di nebbia un mare alienante mi sento un po’ chiuso un pagliaccio ammaliante cammino per strada un astro pensante procedo sinuoso senza guardare senza riposo mi lascio affondare fondale tortuoso mi lascio morire senza parlare un pozzo un po’ triste un sole maestoso gli occhi perduti nel mondo mostruoso petali lievi volare insensato dannazione di vetro un viaggio affossato a largo nel mare senza pensare senza ritorno un pensiero accecato sprofondo nel buio finché muore il giorno ed io mi spengo nella sofficità della mia solitudine
giovedì 24 marzo 2011
acque serene stanotte. persino la mia abituale megaindifferenza sembra essere un pochino più docile e flessibile. la mia megaindifferenza, se uno la comprende al solo nominarla bene, altrimenti credo non sprecherei nemmeno una parola per tentare di spiegarla. odio sperperare il mio fiato. chissà in quanti pensano, o hanno pensato, di essere degli incompresi. l’ho sentito dire anche da personcine con niente da capire, animi banali e sempliciotti come le canzoncine di un biagio antonacci qualunque. chissà, se da qualche parte del pianeta, ci sono delle persone simili a me. chissà in quanti si pongono questa domanda, eh? le anime somiglianti finiscono per attrarsi, per innamorarsi. in genere, quando ci si innamora, capita di sentire che la persona che hai accanto vede le cose dal tuo stesso punto di vista o quasi, capita che uno termini le frasi dell’altro, che uno nomini cose che pensavi appartenessero solo a te. ma in che cass di argomento mi sto impelagando? ehehehhe scrivo senza troppo pensare o, meglio, scrivo e penso all’unisono, con adorabile naturalezza. c’è una bellissima notte, mi pare persino di scorgere il respiro del mare, il verso dei gabbiani, frutto della mia mente, vabbè. spengo il pc e mi lascio cullare…
mercoledì 23 marzo 2011
dipingo i miei malori
senza testa
senza dame
senza nessuno che mi implori
mi ritiro
mi accoltello
per far schizzare un po’
dei miei umori
.
sei tu che mi hai trapassato il cuo...
respiro come un fiore
in ginocchio
con tutto il suo splendore
e colgo
le luci delle aurore
mi annienti e mi colori
mi fai piangere
mi rigiro nei miei dolori
sono un lampo
una farfalla
un pagliaccio
coi suoi trucchi allucinatori
.
e mi ricordo
che sei tu
che mi hai spezzato
anche se a malincuore
sei tu
che mi hai ferito
fino a farmi sanguina...
resto in questo mondo
privo di pretesto
sono un cristo
con tutto il suo tormento
un momento
lasciami addormentare
e sognare
che sei sempre tu
che hai sconfitto
il mio pallore
sei tu
che hai pugnalato il sole
sempre tu
che hai deciso di tramonta...
respiro
ancora non so per quanto tempo
respiro
re...
...spiro
senza testa
senza dame
senza nessuno che mi implori
mi ritiro
mi accoltello
per far schizzare un po’
dei miei umori
.
sei tu che mi hai trapassato il cuo...
respiro come un fiore
in ginocchio
con tutto il suo splendore
e colgo
le luci delle aurore
mi annienti e mi colori
mi fai piangere
mi rigiro nei miei dolori
sono un lampo
una farfalla
un pagliaccio
coi suoi trucchi allucinatori
.
e mi ricordo
che sei tu
che mi hai spezzato
anche se a malincuore
sei tu
che mi hai ferito
fino a farmi sanguina...
resto in questo mondo
privo di pretesto
sono un cristo
con tutto il suo tormento
un momento
lasciami addormentare
e sognare
che sei sempre tu
che hai sconfitto
il mio pallore
sei tu
che hai pugnalato il sole
sempre tu
che hai deciso di tramonta...
respiro
ancora non so per quanto tempo
respiro
re...
...spiro
sabato 19 marzo 2011
quasi quasi scrivo due righe nel blog, mi son detto poco fa. eccomi senza niente da scrivere, solo come un viandante a cui capiti d’incappare in un campo di battaglia subito dopo lo scontro, solo una distesa di cadaveri e qualche corvo. lì la solitudine odora di sangue e sofferenza, qui da me, ora, un silenzio senza odori, i corvi, quelli ci sono anche qui. il balcone mi regala un fosco dipinto con alberi addormentati, l’immobilità della notte. il sole, con gli schiamazzi che l’accompagnano, è dall’altra parte del pianeta. da questa parte ci sono io, una lucciola a mezz’aria nel profondo nero d’un bosco. il vento, anch’esso, è da qualche altra parte. quante meravigliose inquietudini nell’ormai corpulento libro delle mie notti. quando penso alle mie notti il pensiero corre istintivamente ai miei sedici anni. che meraviglioso ragazzino sono stato. una pietra preziosa ricca di sfumature invisibili ai comuni mortali. “il poeta vede cose che gli altri non possono vedere” diceva qualcuno.
lunedì 28 febbraio 2011
i miei occhi sono un sax penetrante mentre i pensieri spaziano nel mio blu, scuro, profondo e brillante, come satelliti senza orbita. assenza di voci e di tempo, concepisco balbettanti filastrocche violente come aguzze scaglie impazzite. ho voglia solo di me stesso. i miei occhi cercano gli antichi cimiteri letterari. parole rincorrono parole, sono il mio dio personale e con me, di me, morirà tutto quanto. l’oceano solamente si ricorderà di me, con la sua libertà che rigetta ogni cosa. sarò un’invisibile bara galleggiante, perennemente alla deriva. il mio sorriso sarà come il sole che bacia l’acqua, quando puro, all’aurora, sorge come un cielo mai immaginato.
sabato 26 febbraio 2011
canzone notturna
Quando morirò
io mi sentirò bene lo stesso
e fresco e semplice
come una volta.
Quando il colpo alla tempia
mi ucciderà
io starò ancora più bene
conserverò sempre
il mio odore selvaggio
e sfiderò il vento
con l'identico stile
di questa sera d'inverno.
Starò sempre e bene comunque.
Anche da morto
io sarò un ribelle
uno strano tipo
giacché non c'è altro modo
oltre la morte
di curare i rimorsi i dispiaceri
la noia dei soprusi
le bruttezze le violenze
i capogiri della vita.
Mi sentirò bene anche da morto
e puro e semplice e ribelle.
.
[salvatore toma]
.
[salvatore toma]
lunedì 21 febbraio 2011
mi allontano dal caos. tutte le persone che mi circondano sono caos. fastidioso rumore di sottofondo. mi allontano per guardarmi serenamente allo specchio, senza vivaci mormorii irritanti o noiosi. mi allontano e mi sento solo. spero di non incrociare mai, lungo il mio tragitto, la paura della solitudine. la mia solitudine è la logica conseguenza della mia bellezza. bellezza è diversità, e spesso diversità chiama sofferenza. le nostre sofferenze più profonde, quelle che non racconteremmo mai a nessuno, ci sono così care, se si è abbastanza forti e intelligenti da essere in qualche modo sereni, va a finire che ci si affeziona persino ad esse. inoltre credo che la sofferenza renda persino più intelligenti: ho visto cretini che a contatto con il dolore diventavano momentaneamente più intelligenti, più profondi. “la saggezza si conquista attraverso la sofferenza” diceva lo scrittore.
come dicevo, tutte le persone che mi circondano sono caos. tutte le loro voci messe assieme sono la grande voce della mediocrità. la mediocrità che non vede oltre la punta del proprio naso, la mediocrità che non è consapevole di quanto sia mediocre.
il loro mondo è piccolo, se fai loro intravedere un po’ della tua bellezza diventi “strano”, mi viene in mente un’altra cosa che diceva lo scrittore “parla da saggio ad un ignorante ed egli dirà che hai poco senno”. ad esempio, è così strano desiderare di fare quattro passi nel cuore della notte? ricordo una volta, da adolescente, io ed un amico eravamo afflitti dai nostri grandi problemi adolescenziali, quelli che poi si risolvono e a distanza di anni alla fine ti fanno pure sorridere. mi chiese, il mio amico, “facciamo quattro passi?”. era notte fonda, ci armammo ognuno con le proprie cuffiette (entrambi volevamo star soli con i nostri dolori) e camminammo, camminammo sino a trovarci in aperta campagna, nel cuore della notte. chilometri di solitudine e buio. splendida camminata. è un peccato che il luogo in cui vivo ora non abbia dei ponti. l’unica persona a cui mi va di dire, nel cuore della notte, “facciamo quattro passi?” è la mia splendida dama ottocentesca, la mia fedele tristezza che mi accompagnerà fin dentro la fossa.
ora è tardi, voi andate pure a dormire, io quasi quasi vado a fare quattro passi….
come dicevo, tutte le persone che mi circondano sono caos. tutte le loro voci messe assieme sono la grande voce della mediocrità. la mediocrità che non vede oltre la punta del proprio naso, la mediocrità che non è consapevole di quanto sia mediocre.
il loro mondo è piccolo, se fai loro intravedere un po’ della tua bellezza diventi “strano”, mi viene in mente un’altra cosa che diceva lo scrittore “parla da saggio ad un ignorante ed egli dirà che hai poco senno”. ad esempio, è così strano desiderare di fare quattro passi nel cuore della notte? ricordo una volta, da adolescente, io ed un amico eravamo afflitti dai nostri grandi problemi adolescenziali, quelli che poi si risolvono e a distanza di anni alla fine ti fanno pure sorridere. mi chiese, il mio amico, “facciamo quattro passi?”. era notte fonda, ci armammo ognuno con le proprie cuffiette (entrambi volevamo star soli con i nostri dolori) e camminammo, camminammo sino a trovarci in aperta campagna, nel cuore della notte. chilometri di solitudine e buio. splendida camminata. è un peccato che il luogo in cui vivo ora non abbia dei ponti. l’unica persona a cui mi va di dire, nel cuore della notte, “facciamo quattro passi?” è la mia splendida dama ottocentesca, la mia fedele tristezza che mi accompagnerà fin dentro la fossa.
ora è tardi, voi andate pure a dormire, io quasi quasi vado a fare quattro passi….
sabato 19 febbraio 2011

cammino con la solitudine a braccetto, l’aria piacevolmente fredda è l’unica cosa che può sfiorarmi la pelle, le labbra, le mani, cammino come il silenzio di un crepuscolo in una zona di mare. la notte, l’aria fredda, il silenzio. poi scorgo lei. immobile dentro il cappotto nero lievemente svolazzante, ritta in piedi sul cornicione del ponte, al di là del parapetto. nessun altro in giro nei paraggi, è sola come un angelo, immobile come un quadro. non mi sente avvicinarmi, fissa il vuoto. scorgo il suo viso, il suo sguardo. il viso di cera, candido, fisso e bello come quello di una statua, il suo sguardo…. quello sguardo… un’istantanea di un altro mondo, quegli occhi non hanno niente a che vedere con questo mondo, con questa vita. è bellissima, esile come un sorriso nascosto, pallida come la veste del vento. bellissima. me ne innamoro in un istante, senza neanche rendermene conto. mi avvicino, lei è a due metri, sente la mia presenza, si volta e mi vede. quello sguardo nero e lucido, eccessivamente nitido, lucente. mi guarda e vorrebbe dirmi “cosa vuoi?” ma non dice niente. mi avvicino ad un metro di distanza, i miei gomiti sul parapetto di pietra. mi accorgo che il mio sguardo somiglia al suo. la osservo e la mia discrezione è un sogno appena dileguatosi con la luce del mattino, apprezza il mio silenzio. stiamo così per qualche minuto, per qualche secolo, non saprei…
d’un tratto, come se il suo corpo fosse tornato su questo pianeta, comincia a tremare, per il freddo o chissà. le tendo la mano. la vedo deglutire come se mandasse giù un macigno che scende a rallentatore, chiude gli occhi e resta così. gli occhi chiusi, il mondo fermo, solo l’acqua sotto il ponte continua a scorrere, nera come i suoi capelli. la sua mano gelida tocca la mia, qualche istante ed è da questa parte, al di qua del parapetto...
d’un tratto, come se il suo corpo fosse tornato su questo pianeta, comincia a tremare, per il freddo o chissà. le tendo la mano. la vedo deglutire come se mandasse giù un macigno che scende a rallentatore, chiude gli occhi e resta così. gli occhi chiusi, il mondo fermo, solo l’acqua sotto il ponte continua a scorrere, nera come i suoi capelli. la sua mano gelida tocca la mia, qualche istante ed è da questa parte, al di qua del parapetto...
martedì 15 febbraio 2011
oche! qualche ora in obbligata compagnia di personcine scialbe come un piatto di minestra annacquata, e dire che si lamentavano del fatto che qualcuno le avesse chiamate “oche” . quack quack quack bla bla bla …. mentre blateravano io desideravo un po’ di solitudine ed ora eccomi qui, davanti a questo foglio virtuale, e la sola assenza di quelle voci noiose e sgradevoli è puro piacere musicale.
illetterate, zotiche, spregevoli esistenze, dio quanto sono diverso da quegli scorci di umanità grossolana, modesta e così inconsistente. la mia fame è diversa, la mia voce, il mio silenzio sono diversi.
sono uscito sul balcone e, piacevole sorpresa, pioggia. non mi ero accorto che piovesse. mi è quasi venuta voglia di abbracciarla, la pioggia. sono sicuro che tutte le personcine tremendamente ordinarie che conosco vedrebbero solo acqua che cade. chissà quante persone, in questo momento, osservano questa pioggia e la trovano attraente, in qualche modo interessante. chissà come sono e dove sono queste anime affini, rare gemme preziose e raffinate. in questi momenti il titolo di un film del ’76, con david bowie, mi calza a pennello come una veste dipinta solo per me da un sensibile, delicato pittore dotato di una brillante vista sottile. “l’uomo che cadde sulla Terra”. sono fatto di un’altra pasta, i miei sensi sono diversi dai vostri. chissà come cavolo ci sono finito su questo pianeta…
illetterate, zotiche, spregevoli esistenze, dio quanto sono diverso da quegli scorci di umanità grossolana, modesta e così inconsistente. la mia fame è diversa, la mia voce, il mio silenzio sono diversi.
sono uscito sul balcone e, piacevole sorpresa, pioggia. non mi ero accorto che piovesse. mi è quasi venuta voglia di abbracciarla, la pioggia. sono sicuro che tutte le personcine tremendamente ordinarie che conosco vedrebbero solo acqua che cade. chissà quante persone, in questo momento, osservano questa pioggia e la trovano attraente, in qualche modo interessante. chissà come sono e dove sono queste anime affini, rare gemme preziose e raffinate. in questi momenti il titolo di un film del ’76, con david bowie, mi calza a pennello come una veste dipinta solo per me da un sensibile, delicato pittore dotato di una brillante vista sottile. “l’uomo che cadde sulla Terra”. sono fatto di un’altra pasta, i miei sensi sono diversi dai vostri. chissà come cavolo ci sono finito su questo pianeta…
venerdì 11 febbraio 2011
notte fonda, leggermente brumosa e non particolarmente fredda. mi sento stranamente di buon umore, come se avessi accanto una persona intelligente, interessante e piacevole. sono solo con me stesso. mi sento quasi loquace ed il fatto che non abbia nessuno accanto è un dettaglio insignificante. anzi, è una benefica concessione notturna. la mia consueta megaindifferenza nei confronti del prossimo è sana e robusta e mi regala una dilettevole propensione al notturno sorriso solitario. fisso la parete e sento il mio arguto sorriso penetrante, il muro come uno specchio che riflette senza fronzoli il mio irrisorio stato d’animo. non c’è realmente nessuno accanto a me, allargo le braccia come un grosso uccello che dispiega le ali per tastare l’impalpabilità del cielo. sorrido, ora con il mento un poco verso l’alto, lo sguardo liquido e sottilmente glaciale, uno stato d’animo di una raffinatezza impagabile. ho una delicatezza veramente sovrannaturale. in questi momenti sono considerevolmente distante da ogni impalcatura sociale, probabilmente sono più che mai affine al più armonioso e seducente nichilismo. in questi momenti le persone m’interessano meno del solito, sono tutte quante come i minuzzoli su un foglio bianco, residui di una cancellatura con la gomma pane. quando sto così mai vorrei qualcuno al mio fianco, eccezion fatta ovviamente per la mia meravigliosa dama ottocentesca, lei può accarezzarmi il viso senza distrarmi dai miei pensieri, lei può guardarmi senza infastidirmi, può toccarmi senza che io senta la necessità di anche solo un velo di cerone. ora chiudo gli occhi e regalo a questa notte un lieve sorriso che nessun altro vedrà mai.
buonanotte...
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