due giorni di fila con due orette di sonno alle spalle, due sonnellini
di un’ora ciascuno e ora screziati occhi purpurei, testa un po’ flaccida
mongolfiera e… sono praticamente stato a casa per tutto il tempo senza neanche
incombenze circensi dietro l’angolo, semplicemente voglia di disinteressarmi
del mondo, anarchica e squilibrata gestione del mio corpo e della mia mente.
ora chiudo del tutto le tende e spero che domani sia il giorno più silenzioso
di sempre, voglio sprofondare in un fondale scuro e starci per una dozzina di
ore almeno. voglio nutrire il mio disinteresse per il mondo dei vivi, ascoltare
solo le voci di alcuni miei eroi, sto leggiucchiando il chisciotte e on the
road, ho visto la sottile linea rossa, un po’di terry gilliam (le 12 scimmie e
il barone di munchausen) e magari domani guarderò il settimo sigillo e natural
born killers (ora dico così ma domani vedremo cosa mi detterà l’ispirazione).
lunedì 13 gennaio 2014
mercoledì 8 gennaio 2014
la mia splendida dama ottocentesca a braccetto con la Morte, l’elegante,
femminile e scheletrita dama di bianco vestita. insieme qui nella mia stanza,
insieme bellissime, meravigliose mi guardano mi baciano con lo sguardo il loro
sguardo è per me un sorriso che mi scalda come un personale sole in una notte
di sahara. mi regalo una dose massiccia di buio, chimica-colorata carezza una
specie di pennellata di cielo-azzurro ma di colore nero-buio-pesto. una chimica
pennellata nelle mie vene e domani quando mi sveglierò avrò solo la lingua
amara e il viso smorto. un pallido pagliaccio struccato con la barba nera.
sprofondare nel buio è come saltare dal battello, anzi come andare incontro, io
battello, incontro alla bufera.
venerdì 3 gennaio 2014
nessuno ha idea di quanto io sia autodistruttivo e
menefreghista per quel che concerne il mondo intero e tutto il suo ripieno di
cazzate. sembro una personcina normale, poveri idioti miopi. il pagliaccio è
sopravvissuto un altro anno. e non c’è niente da festeggiare. la sola cosa che
importa (che m’importa) è che io sia ancora Io. abbrustolirò un’altra volta. ci
sono sempre state le persone sole e dall’altra parte il mondo intero. non sono
una grande eccezione. sono solo una roccia spoglia in mezzo ad un mare di
palazzi. per amor dell’assonanza mi piacerebbe scrivere che sono semplicemente
cazzi vostri. sorrido e sono meraviglioso. un sorriso bello e fondo come una
notte che precede il bianco e il rosa. nel film “la sottile linea rossa”, gran
bel film, c’è una citazione omerica che adoro, il tenente nick nolte, nel campo
di battaglia, cita “l’alba dalle dita rosee” ovvero la signora Eos, la dea
dell’aurora.
domenica 29 dicembre 2013
mi raggomitolo nella mia adorata
sociopatia. sono un sociopatico con un enorme talento da pagliaccio. a parte il
circo adoro starmene rinchiuso in casa senza il minimo contatto con persone.
sto così bene solo e nudo e crudo e selvaggio e tagliente come un’amigdala di
pietra legata all’estremità di un bastone. seduto sul freddo bianco del
pavimento ascolto e riascolto the wall. ascolto e riascolto the wall. là fuori
ci sono persone che dicono di amarsi, dicono di stare bene assieme. bah!
contenti loro. ogni tanto affiora il pensiero che morirò solo come un cane. e
non è un pensiero deprimente come potrebbe sembrare. vorrei morire con lo stato
d’animo che ho in questo momento, lo stato d’animo di un pagliaccio che sorride
dentro di sé, rinchiuso nel suo Io, sorridente e tranquillo, freddo come un
iceberg che nessun arcobaleno toccherà mai. vorrei morire senza manichini che
mi stiano attorno. vorrei solo essere ricordato da chi ha intravisto qualche
piccolo stralcio di me.venerdì 20 dicembre 2013
martedì 17 dicembre 2013
sciolgo un po’ di silenzio nella lattina, quella
dove c’era l’ananas sciroppata, insieme ad un po’ d’acqua e a qualche goccia di
veleno di scorpione, accendo sotto una candelina, sopra ci metto un po’ di
alice in chains, altre candeline accese sparse qua e là come galleggianti
fluttuanti a mezz’aria nella stanza tutta battelliana. parafrasando il signor
omero, nel bicchiere un vino nero come il mare (per lui era il mare ad essere
nero come il vino), mi graffio e sorrido e penso che per me nessuna persona ha
l’effetto della nicotina. in questo momento m’immagino in bianco e nero,
barbetta incolta e un viso anni ’40 0 ’50, strade lucide di pioggia e
sentimenti vivi ma appannati da una malinconica pioggerella interiore. nessuno
verrà a salvarmi stanotte. dopotutto non voglio alcuna scialuppa di
salvataggio. mmmmm ma dov'è la mia 14enne?
giovedì 12 dicembre 2013
è il
periodo della felicità, pieno di lucine colorate per le strade e le vetrine, i
commercianti si sfregano le mani al pensiero di come le persone si dimostrino a
vicenda quanto siano vicine le une alle altre. mi diverte inebriarmi di
anticonsumismo nel periodo natalizio. niente mi lascia senza fiato. be’,
l’ultima volta è stato davanti agli affreschi giotteschi alla cappella degli
scrovegni. alzando gli occhi al cielo, anziché banali decorazioni multicolori
al neon, vorrei vedere il solenne simurg che maestoso sorvola le nostre teste.
secondo un poema persiano del XIII secolo il simurg, il cui nome significa
“trenta uccelli”, era un magnifico uccello che viveva su un albero che generava
i semi di tutte le piante selvatiche della terra. un giorno gli uccelli,
stanchi di non avere un re, un po’ in crisi di identità, decisero di andare
alla ricerca del simurg. attraversarono sette mari, sette vallate, sorvolarono
sette alte montagne e si accorsero che il lungo e duro viaggio li stava
decimando, erano sempre meno. ad un certo punto si sentirono come purificati
dall’estenuante ricerca e dalla durezza del viaggio e si accorsero che erano
rimasti in trenta, loro stessi erano il simurg. appresi e apprezzai secoli fa
questa storia dal mio amico jorge luis borges, il mio eroe dalla sterminata
cultura letteraria. i miei eroi sono le lucine che volentieri appendo sulle vie
del mio animo solitario.
sabato 7 dicembre 2013
un fiume acqua verde opaca inespressiva senza vita,
la luce non filtra nemmeno di qualche centimetro sotto la superficie, adagio
navigo su una piccola imbarcazione, una via di mezzo tra una barchetta e una
canoa, scivolo a rilento, le due sponde sono rivestite di erba di un verde più
acceso ma pur sempre spento e statico. un ronzio inesistente accompagna il mio
fluttuare indolente, dalla luce del giorno deduco che è un pomeriggio nordico
da paese annoiato assuefatto a sorde piogge senza persone sguardi e parole da
incrociare. penso queste cose e nient’altro mentre procedo sull’imbarcazione,
un apatico non pensare simile ad un volo senza gioia di volare. sogno numero
due, a ridosso del primo, questo decisamente più corporeo, tangibile,
risolutamente meno poetico: litigo con i miei genitori, con una rabbia così
forte che non svanisce nemmeno al risveglio, viene lesa la mia libertà, per
motivi anche banali, una lite ordinaria, io sono adolescente e m’incazzo
talmente tanto che la rabbia straripa dal mio cervello e mi sveglia, mi sveglio
incazzato, incazzato come un leone chiuso in gabbia. il dono più grande che
farei ad un figlio sarebbe la libertà, farlo sentire libero.
lunedì 2 dicembre 2013
the addiction
uno dei miei film vampireschi preferiti, il dono
oscuro in una rivisitazione filosofica esistenzialista, vampirismo riportato al
xx secolo come metafora dell’aids, della droga e del male in generale, il male
che come un cancro ossessiona la storia e l’umanità, il male dell’olocausto e
delle guerre, il male come un’incurabile e inevitabile malattia che accompagna
l’uomo, che lui lo voglia o meno. e ovviamente cristopher walken nei panni del
vampiro è perfetto (anche annabella sciorra non è male).frase finale del film: "l'autoconoscenza è la distruzione del sè"
[the addiction, regia di abel ferrara, 1985]
![]() |
| annabella sciorra |
mercoledì 27 novembre 2013
sospeso
a mezz’aria in equilibrio sul filo che separa voglia di spiritualità e
nichilismo allo stato puro. anche se è piena notte un raggio di luce lambisce
il mio animo, diceva il poeta “chi ha il volto privo di un raggio di luce non
diventerà mai stella”. dopo seratina da pagliaccio in birreria eccomi ora
dentro un sottomarino monoposto negli oscuri abissi privi di chiacchiericcio
futile come un talkshow pomeridiano televisivo. profumo di lavanda misto a fumo
di sigaretta nell’aria, candeline sparse come gocce di fuoco in un cimitero
visto dall’alto. sono un trasandato bluesman che girovaga per la notte tra le
strade battute dalla pioggia, con in mente le luminose e spirituali follie dei
santi che con l’accetta della loro convinzione mentale affettavano i normali
crismi socialmente accettati dalle masse. sono bello chiuso nel mio
inaccessibile sommergibile a 2000 leghe sotto i mari. potrei esplodere
lanciarmi a pazzesca velocità contro un qualsiasi inanimato obiettivo privo di
colore e interesse. brillerei come un diamante perduto nei fondali oscuri
dell’umana condizione. sorrido e in qualche modo esplodo. e amen.
giovedì 21 novembre 2013
l'ultima volta che mi sono suicidato
un altro dei miei
eroi, neal cassady, scrittore e amico di jack kerouac che lo immortalò nel
libro on the road, il protagonista del romanzo, infatti, dean moriarty, è
ritagliato sulla figura di neal. nato mentre i genitori erano in viaggio per
gli stati uniti, passò l’infanzia col padre inaffidabile e alcolizzato e la
malattia del non stare mai fermo non lo lasciò mai. non poteva morire in un
modo e in un posto più adatto alla sua indole: dopo i bagordi di una festa di
matrimonio, imbottito di alcol e droghe, s’incamminò da solo, a piedi, lungo i
binari della ferrovia e qui svenne (fu rinvenuto in stato comatoso, portato in
ospedale dove morì… ma per me morì lungo quei binari, da solo, mentre camminava
“sino al termine della notte”, così è molto meglio, perfetto direi).![]() |
| neal, nel film |
![]() |
| la bellissimissima claire forlani |
una cosa buona che fece il padre per lui fu
quella di iscriverlo in una buona scuola, a sei anni. visto che per iscriversi
in quella scuola bisognava essere residenti nel quartiere dove appunto c’era la
scuola, il padre bluffò dichiarando che il bimbo risiedeva all’indirizzo della
madre, mentre in realtà vivevano, lui e il bimbo, in un palazzone pericolante
adibito a specie di hotel per barboni e poveracci vari. quindi, per recarsi a
scuola, il bimbo tutte le mattine, dopo essersi svegliato da solo mentre il
padre alcolizzato ronfava alla grande, doveva camminare per chilometri e
chilometri perché non aveva nemmeno i soldi per il tram. e quel lungo tragitto
quotidiano lo viveva con una meravigliosa spensieratezza infantile,
accompagnato perennemente dalla sua pallina da tennis che faceva continuamente
rimbalzare mentre camminava e notava il mondo, con l’acutezza di un bambino e
l’acume di uno scrittore. uno stralcio della sua vita è raccontato in un film
che mi piace tanto, “l’ultima volta che mi sono suicidato”, basato su una lunga
lettera che neal scrisse al suo amico jack kerouac. film recente, è del 1997,
girato in bianco e nero e accompagnato da un immancabile jazz anni ’50. mi
piace un sacco e grazie ad internet sono riuscito a recuperarlo e a rivederlo. il film racconta di due ragazzi innamorati che giunsero ad un soffio dal "vissero felici e contenti" e di come tutto poi andò a puttane. visione caldamente consigliata. ah, nel film c’è una claire forlani
bellissimissima. (ok, per voi donne c’è anche keanu reeves).p.s.
mi sono dimenticato alcune cose che potrebbero sembrare irrilevanti ma per me sono fondamentali:quando è morto e si è incamminato lungo i binari aveva con sè un paio di jeans e una t-shirt e basta (probabilmente anche il freddo avrà fatto la sua parte). di notte neal cassady parlava ininterrottamente, un vero fiume in piena di parole. e sapeva scrivere. scrivere bene. per saper scrivere bisogna saper vedere, sentire le cose e le persone. per le altre mille cose che ho dimenticato pazienza.
p.s. II
quant'è bella la voce narrante, quella di neal cassady, che pronuncia l'ultima frase del film:"così è la vita... così è l'amore... ...e così sono io!"
[l’ultima volta che mi sono suicidato, regia
di stephen kay, usa 1997]
venerdì 15 novembre 2013
il
mondo è pieno di macchine un giorno la tecnologia ucciderà il mondo chissà chi
l’ha detto chissà dove cazzo l’ho letto boh. un giorno pensare col proprio
cervello vedere le cose attraverso il proprio cervello suonerà strano poi sarà
persino sospetto fino a diventare reato. quel giorno grazie a dio sarò morto e
sepolto e dimenticato. e potrò chiacchierare con i miei eroi. fino ad allora
trucco e cerone e nasino rosso e quelle cose lì. faccio due passi bevo un amaro
scuro perché l’amaro non può permettersi di essere arcobaleno faccio due passi
e mi concedo persino la vicinanza di una donna al mio fianco una donna che non
mi disturbi non m’infastidisca. tutto quanto dentro la mia testa s’intende il mio
culo poggia spensierato sul freddo del pavimento. sono solo nella mia stanza
sorseggio un amaro fatto dal sottoscritto esattamente dieci anni fa l’etichetta
adesiva dice “aiace 2003”, periodo iliadico immagino, ricordo usai per l’infuso
tarassaco alloro genziana verbena carciofo luppolo ginepro e chissà cos’altro.
la bottiglia dentro l’armadio riposava al buio indisturbata fino a poco fa. ora
il mio volto e il mio corpo sono decisamente in bianco e nero barbetta lunga e
splendida magrezza oltremondana. l’unplugged di clapton nell’aria della mia
stanza. comincia ad approssimarsi il periodo della felicità quello con mille
lucine di plastica colorate palpitanti finte come piccole uova commerciali
deposte dal ventre di las vegas. sogno una vicina di casa che suoni alla mia
porta e mi porti in dono i biscottini di buon augurio per l’anno nuovo eheheh…
domenica 10 novembre 2013
martedì 5 novembre 2013
chet baker nella mia stanza. come una candela che
si scioglie lentamente ma che resta viva e fa sentire la sua luce. chet baker
nella mia stanza. ad una certa ora si suol dire che la notte è giovane ma a me
piace pensare che la notte abbia ora un’età matura, sia nel fiore della sua
età. come una donna ricca di fascino, fascino dovuto alle sofferenze, alle
difficoltà accumulatesi sulla sua pelle. come diceva la scrittrice “le
sofferenze accelerano l’intelligenza, gli agi e le comodità la rallentano”.
sorseggio un buon whisky condividendolo con questa notte (mmm si chiama cardhu
e ha dodici anni ma, per la gioia, credo, della mia 14enne, il mio preferito
resta sempre il laphroaig). sorrido al pensiero che questo whisky dodicenne è
quasi coetaneo della 14enne. appena rincasato dopo un doppio tagliere di salumi
e formaggi e una bottiglia di rosso. seratina da pagliaccio, ora via il trucco
e un goccio di buon whisky in solitudine con chet baker nella mia stanza.
un’altra giornata che sta morendo, anche questa è fatta, “anche questa
l’abbiamo imbrogliata” diceva la mia nonna, almeno così mi raccontava la mia
mamma quando mia nonna sparecchiava la tavola, intendeva, credo, che anche per
quella volta erano riusciti a sfamarsi, a cavarsela. le sofferenze che
accelerano l’intelligenza. a parte i bambini che muoiono di fame in africa
credo di essere l’individuo meno viziato del pianeta e questo fa di me
l’individuo più intelligente del pianeta. a parte i bambini africani. non ho
voglia di mettermi a letto, voglio vomitare queste parole. parole forse
sciocche ma le ho dentro e non mi va di farle fermentare nella mia botte. basta
col trucco, basta con le cazzate. ho voglia di stare seduto sul pavimento
davanti ad una tastiera con la “t” che si è staccata e che stamani ho
riattaccato con l’attack e ogni volta che devo scrivere quella lettera devo
premere come un indiavolato e una volta su due nemmeno compare, quella lettera.
prima o poi mi comprerò un pc nuovo, credo. mmmm in questo momento mi adoro più
che mai, vado a coccolarmi, mi autoabbraccio, mi amo, mi bacio, mi scaldo. il
mio equatore interiore. come stare in africa. stanotte una notte del cazzo, una
notte africana. mi amo. bye.
venerdì 1 novembre 2013



frullate assieme 1984 di orwell, un kafkiano inferno burocratico, la foga di lottare per la libertà della fallaci, la visionarietà di una mente sognatrice in un mondo di catene, la superficialità del consumismo e della chirurgia plastica dilaganti, prendete a secchiate il mondo con il composto ottenuto e otterrete Brazil. al pari di fuga di mezzanotte è un film che mi terrorizza a morte. c’è il terribile regime liberticida di V per vendetta, quello che incappuccia e sequestra e interroga e tortura i cittadini ma qui è più spaventoso e il motivetto da samba che caratterizza tutto il film, con la sua spensieratezza colorata e senza peso non fa che mettere in evidenza il terrore. c’è un nazismo postmoderno che, così come quello del secolo scorso, si è radicato subdolamente nella società, nella vita, nella quotidianità, rendendo normale e consueta l’assenza di libertà. è proprio questo che mi terrorizza e mi spaventa a morte. una delle più belle dichiarazioni di libertà della cinematografia che io ricordi la esprime il simpatico ribelle-terrorista robert de niro: “grazie ai vostri metodi, quelli che voi accettate, tra poco non si potrà aprire il rubinetto dell’acqua senza compilare un modulo 24/b2. il modo di lottare contro il sistema del ribelle de niro mi ricorda un po' i miei rotoli di carta igienica eheheh. bellissimo film, forse un po’ troppo lungo ma comunque notevole.
[brazil, di terry gilliam, 1985]
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