giovedì 1 luglio 2010

notte calda e sudata. poco fa qualcosa mi ha fatto pensare. una persona tremava di paura, soffriva per qualcosa di assolutamente inesistente e intangibile, qualcosa che esisteva solo nella sua mente. quella persona soffriva, si vedeva, la sua sofferenza era ben visibile nel suo sguardo, nelle sue parole, nei suoi tremori. però non c’era niente di reale che la facesse soffrire. dunque la sofferenza era una sua idea.non sono le cose in sé a farci soffrire bensì l’idea che noi ci siamo fatti di quelle medesime cose. finalmente la musichetta ballabile di qualche vicina festicciola paesana si è spenta. ora sento l’infernale frastuono che fanno gli aironi. ebbene sì, dal balcone del mio posto di lavoro posso vedere, oltre alla luna, anche gli aironi cenerini. fanno un tremendo baccano di notte, come un concerto di un coro vocale di rospi grandi come mucche. chissà se quando fanno così stanno facendo l’amore, litigando, giocando o semplicemente conversando amabilmente. mentre ero sul balcone ho immaginato che una persona, visto che si trattava di una mia fantasia ho pensato ad una bellissima ragazza, mi si avvicinasse con garbo per condividere lo stralcio di notte che avevamo davanti. “posso?” . considerata la bellezza della ragazza la risposta possibile poteva essere una sola “sì, certo, prego…”. fosse stata brutta, la risposta sarebbe dipesa dalla mia, più o meno forte, momentanea tendenza alla solitudine. “a cosa pensavi?”. “alla sofferenza, al fatto che spesso le cose che ci fanno soffrire non esistono ma la sofferenza è una conseguenza della nostra visione delle cose”. balle! in realtà, poco prima che la ragazza si avvicinasse, non pensavo ad un bel nulla, fissavo beatamente il cielo grigio-pesante senza nubi. ma quando ci chiedono a cosa pensiamo, spesso tendiamo a dare risposte più eleganti o, perlomeno, più condivisibili di quella che è la verità. se avessi risposto “ a niente, guardo il cielo senza curarmi di ciò che penso” forse sarei sembrato un po’ sgarbato, o forse un po’ deficiente. circa i nostri pensieri, riusciamo ad essere totalmente sinceri solo con un’ipotetica materializzazione del nostro Io. ma avendo accanto la materializzazione del nostro Io probabilmente le parole sarebbero superflue, lui (o lei) saprebbe benissimo a cosa pensiamo. lei, la ragazza “che silenzio, che pace… si sta benissimo…” io “questione di punti di vista: silenzio e pace, in questa medesima notte, per qualcun altro potrebbero essere sinonimi di “che noia, che palle”, se ora trasportassimo qui un ragazzo che si sta dimenando in qualche discoteca della riviera romagnola probabilmente penserebbe che questo è l’inferno; l’inferno è una conseguenza della nostra visione delle cose eheheheheh”. accenna un sorriso “hai ragione, se ora fossi trasportata nel bel mezzo di una pista di una discoteca penserei di essere capitata all’inferno”. io “ in effetti trovarsi qui con me, su questo balcone, dev’essere per te una sensazione celestiale. devi sapere che in realtà io sono un angelo… o uno svitato…” lei “ preferirei fossi un angelo ma la ragione mi consiglia di pensare che è più facile che tu sia una svitato; chissà perché la ragione spesso è così poco bizzarra e immaginosa”. io “la ragione la cresciamo, la educhiamo noi: siamo noi che troppo spesso la facciamo crescere in un ambiente recintato, restrittivo; un bambino che cresce in una famiglia dalla mentalità rigida è probabile che divenga una persona dalla mentalità rigida”. un’ombra di tristezza le vela il viso “vorrei che fossi cresciuta in un ambiente più aperto… tu forse hai avuto questa fortuna…” io “ sono un angelo e mi è toccato crescere in una famiglia normale, gli spazi del paradiso, in fatto di apertura, non possono certo competere con gli spazi terreni… … ti va di fare due passi?” ci alziamo quasi contemporaneamente.

vi saluto, vado a fare due passi con la mia fantasia eheheheheh.

domenica 27 giugno 2010

penso che l’amore, così come la morte, venga dal profondo di noi. il primo a volte lo indirizziamo verso qualche persona, ma è dal fondo del nostro pozzo interiore che lo attingiamo. la maggior parte delle persone è piuttosto sterile, il loro pozzo alquanto assetato. non parlo della capacità di voler bene ad un’altra persona ma dell’inestimabile, grande amore romantico, quello così magico e inattaccabile, quello che somiglia al sogno adolescenziale, però baciato da una concretezza adulta, da una preziosità ultraterrena. se non lo conoscessi personalmente, sicuramente dubiterei della sua esistenza. parole da innamorato scritte da chi innamorato non è. per questo sono ancora più credibili. se le leggessi scritte da qualche altra mano, diversa dalla mia, probabilmente sarei dubbioso. ma io conosco bene il fondo del mio pozzo, voi siete liberi di dubitare, sghignazzare, burlarvi di queste parole così impalpabili. la verità, forse, è che questo mio credere nell’amore romantico-infinito è la sintesi del mio sentirmi diverso. mai e poi mai vorrei che un innamorato si rispecchiasse in queste parole, dio me ne scampi! probabilmente sarò frainteso, e qui vien fuori un distillato di pura, onestissima umiltà: sarò frainteso perché non so scrivere. qui viene a galla la mia concezione di quello che dev’essere un grande scrittore, ma questa è un’altra storia. amen.

sabato 26 giugno 2010

sono triste e sorrido, triste perchè la mano della mia splendida dama ottocentesca non si allontana mai troppo dal mio viso, sorrido perchè ... perchè siamo vivi quando sorridiamo nel silenzio, quando soffriamo, quando sanguiniamo...
oggi ho voglia di starmene un po' per conto mio (tanto per cambiare ehehehhe ), la mano chiusa a pugno e il viso un po' inclinato, poggiato sulle nocche spigolose, tra mento e guancia, sulla barbetta di cinque o sei giorni... ho uno sguardo così tristemente dolce, poco fa sono andato davanti alla specchiera del bagno per averne conferma: oggi ho degli occhi meravigliosamente tersi e leziosi, due pacifiche nubi che riposano sul trasparente fondale di un irreale lago di luce misteriosa. mi sento beatamente solo come una stella nel cuore di un bosco oscuro, come una lucciola nella più lontana e inimmaginabile profondità del cosmo. una panchina nel cuore della notte dorme solitaria come un'isola. il vociare di una cascata graffia il silenzio senza far male. sono un musicista che cerca di spiegare i misteriosi segreti della morte e dell'amore. nella notte suono inascoltato...

domenica 20 giugno 2010

sorrido riflesso nel mio masochismo. quando mi sveglio sanguinante assaporo la mia bellezza che si fa strada tra le ossa, come una bimba viziosa mi passo la lingua sulle labbra gustando angoscia rovente. mi sento così bello e diverso quando soffro, l’alba mi brucia la pelle mentre i sogni mi corrodono dall’interno, questo il mio risveglio stamani. sorrido pallido e malato, esangue e tremolante. e mi sento così bello, bello e diverso, tagliente e tagliuzzato, corroso e rovente dentro, corrosivo e ghiacciato fuori.

ora notte. fuori aria bagnata, ascolto la tenue pioggerellina cantare con sommessa e gentile discrezione. sotto il trucco sento tutta la mia splendida diversità. adoro sentirla. mi compiaccio dolcemente. il pensiero va alla mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio: in un’esplosione del mio sano narcisismo penso che la cosa più bella della mia musa sia io, era il mio sterminato amore ultraterreno che la rendeva una creatura così meravigliosa. si dice che la bellezza è negli occhi di chi guarda, quando la guardavo nei miei occhi c’era la serenità di una mitologica isoletta sperduta, inattaccabile dagli artigli del tempo, dalle manacce degli uomini. e sempre nei miei occhi c’era il sole i cui raggi si diramavano, fino a formare i riccioli dei suoi capelli, le forme della sua carne. una macchina che passa mi distoglie dalle mie fantastiche visioni idilliache. con affilata razionalità mi rendo conto che non c’era nostalgia nei miei pensieri, perlomeno non la solita nostalgia che attanaglia voi comuni mortali. esco sul balcone a seguire la distrazione nata dal rumore dell’auto. la stessa pioggerellina di prima, immensi alberi come palazzi, neri, silenziosi e bagnati. vorrei che il rumore della ventola del computer si zittisse all’istante. divengo un dio capace di plasmare la realtà circostante: spengo il pc. silenzio e notte. il resto è roba mia.

giovedì 10 giugno 2010

l'autenticità è il migliore dei look, più si cura la superficie e più si lascia inaridire ciò che si ha dentro.

mercoledì 9 giugno 2010

una macchia violacea esplosa su una superficie giallognola e intarsiata con mille sottili ghirigori verdi che formano lettere e quadratini, riccioli e faccine. e un foglio manoscritto in cui mi sono sentito vivo, sapete, come le lettere dei film che vengono lette da una voce fuori campo, la voce dell’autore della lettera. ecco, leggendo la lettera ho sentito la voce di chi mi ha scritto che mi parlava in modo familiare. piacevole sensazione. non mi capita spesso di ascoltare con piacere una voce che mi parla ma, dopotutto, non capita spesso neanche d’incontrare una ex-quattordicenne-che ascolta-i-talking-heads. mi rendo conto che sentire la voce di qualcuno che per me è stato importante sarebbe, se non spiacevole, perlomeno insipido, fastidiosamente scialbo. il tempo che passa ricopre inesorabilmente le persone care, ora lontane, di una patina d’indifferenza che affievolisce i sentimenti, una rugiada naturale e opacizzante. il ricordo di una persona cara, quello resta vivido, ma è un’immagine muta e statica, che non ha niente a che fare con il presente. c’est la vie. ora sono immerso nella notte. la solitudine notturna è per me un venticello che accarezza un fuoco, gli dona ossigeno e ravviva l’ardore delle braci del mio animo. la brace a volte scalda e conforta, altre volte brucia e fa male. è pur sempre il mio fuoco, senza di esso sarei un corpo morto. la domanda che in questo periodo va molto di moda è “allora dove andrai in vacanza?”. “ma non rompetemi le palle” mi verrebbe da dire. ed è quello che dico, seppure in toni un tantino più garbati e vaghi. sogno una prolungata notte della durata di quattro o cinque giorni, una persitente notte ininterrotta in un antico paesino desolato. notturne passeggiate senza meta e senza orario, l’anima libera di volteggiare come un pipistrello svolazzante nell’aria fresca e buia, nessuna preoccupazione per l’alba che sarebbe sempre pacificamente distante. la solitudine notturna dà voce al silenzio dell’anima, un silenzio che è un distillato della nostra essenza. chi non ha piacere di ascoltarlo odia se stesso o ha un’anima muta, è dunque un corpo morto che cammina. lascio svolazzare un po’il pipistrello…

saluti notturni dal batt

martedì 18 maggio 2010

l’ottusa monotonia della persona con cui sono obbligato a trascorrere un bel po’ di ore stimola, in me, la voglia di solitudine, di malinconica riservatezza, di scrivere parole folli e colorate. la squilibrata quattordicenne che ama dipingere, percependo appassionati vortici sprigionati dall’esplosione di creature viventi, appositamente imbottite di petardi, non troverebbe molti spunti dallo squartamento della persona che ora ho accanto. la folle e geniale adolescente, che ancora è senza nome, dall’esplosione della tizia ricaverebbe un dipinto dalle tonalità grigio-chiaro, un pannello color sabbia con alcuni puntini neri, sparsi qua e là, che darebbero un senso di desolazione e silenzio, un foglio di carta abrasiva spazzato da uno sconsolante vento né caldo né freddo, l’avvilente monocromia della superficie di una scrivania moderna, laccata e completamente priva di venature e di espressive suggestioni visive,olfattive, emotive.
stanotte la luna mi sorride, mia beffarda complice. la mia profumatissima malinconia, che affonda morbide e soavi radici nel cuore della luna, ha la delicatezza di un fiore, il vigore di un albero, il calore del vino, la leggerezza dell’aurora. mmmmmmm ahimè, devo abbandonare carta e penna…

buonanotte.

mercoledì 12 maggio 2010

che gente!

“c’è una collega della mia ragazza che si è lasciata col fidanzato e vorrebbe uscire per bere una cosina, perché non vieni?” dopo trecentomila NO eccomi in un pub frequentato da troppi adolescenti. nel giro di due minuti mi sono già pentito di non aver pronunciato il trecentomilaunesimo NO. sono convinto che se alla tizia facessero una tac del cranio si vedrebbero delle forme cubiche. cervello squadrato come una scacchiera, mentalità rigida come una stecca da biliardo, la stessa fantasia e immaginazione di una pulce depressa e lobotomizzata, puro distillato di noiosissimo pragmatismo soporifero e tedioso. mai un essere vivente è stato meno interessante ai miei occhi. per buona parte del tempo trascorso in quel tavolino ho pensato fondamentalmente a tre cose: alla McFarland che avevo davanti, al fatto che il tizio che ha piantato quella tizia ha fatto la cosa più sensata che potesse fare e a come avrei potuto far fuori il mio collega. che gente! avrei potuto passare un’ora del mio tempo a fissare la mia bellissima jeanne, anche fissare una parete spoglia non sarebbe stato male e persino un’ora in compagnia di gerry scotti o enrico papi sarebbe stata una cosa migliore. chissà se quella tipa si rende conto di essere così oscenamente avvilente, magari è per quello che il suo unico scopo è accalappiare un povero cristo qualunque affinché possa condividere con qualcuno il suo animo così slavato e insignificante. forse si rende conto di quanto è insostenibile e non si sopporta da sola… bah. cazzi suoi, della sua amica, del mio collega e di tutta l’umanità tranne che miei. penso alla mia jeanne, ad una fetta di strudel fatta in casa, ad un’altalena, ad una ex quattordicenne che ascolta i talking heads, ad una persona che mi ha paragonato ad un cactus, ai budini e alla carta igienica che rubo a lavoro,ai ponti di san pietroburgo, alle rose sparse sul pavimento della mia stanza, ad una ex quattordicenne, quella di prima, che guarda La corazzata potemkin, a una giornata di pioggia, ad una fiorentina seguita da una grappa…. mi sorprendo a sorridere. mi adoro. vorrei baciarmi ma mi accontento di sorridermi

domenica 9 maggio 2010

SsSsSsshHhhhhhhhh......

tutto fermo, calmo, statico. notte. anche gli uccelli, che generalmente fanno un gran baccano, sono diventati taciturni stanotte. buio immobile, senza vento, senza rumori. tutto tace. tutti si sono chiusi dentro le loro stanze e ora dormono. e mi hanno lasciato fuori. e non mi dispiace per niente. mi avete lasciato fuori dalle vostre inutili vite del cazzo, e non me ne frega niente. niente. godere dell’isolamento è un’esclusiva degli esseri superiori. e gli esseri superiori sono spesso tristi e soli. ma questa è un’altra cosa. sorrido pensando che le persone sono come grossi contenitori metallici colpiti con un bastone: più sono vuoti e più fanno rumore. il silenzio e l’introspezione sono per pochi. alla massa le sue chiacchiere, i suoi sciocchi intrattenimenti televisivi. sorrido. mentre mi godo questo momento di autoisolamento. c’è un bellissimo silenzio stanotte. solo mio, tutto per me. è così bello pensare con lentezza, divagare, perdersi come un sottile filo di fumo nell’aria. il mio pensiero è così diafano, ascetico. sono un celestiale sogno trascendentale. penso agli occhi che si poseranno su queste parole: occhi che non mi hanno mai visto. paradossale che chi più mi sta vicino senta solo le parole che vengono dalla mia carne. è anche vero che se ora sto scrivendo è perché ho voglia di sentire la mia voce. questo silenzio è bellissimo. apprezzare questo silenzio, anche questa roba per pochi. mentre osservo questo silenzio sono bellissimo. l’ideale sarebbe sentirsi sempre così belli, peccato che per la maggior parte della giornata siamo circondati da personcine infime, tediose, ignobili, povere, fastidiose, inutili. la libertà di essere completamente asociali e antipatici: sogno ad occhi aperti. davanti a questo silenzio mi viene in mente che le cose che più ci colpiscono delle persone che amiamo (o apprezziamo, rispettiamo…) sono i loro silenzi, i loro vuoti, le loro assenze. sono cicatrici che ci portiamo dietro molto più a lungo dei sorrisi, dei baci, dei momenti felici. forse mi sbaglio, ma tanto che importa? sono solo e sto vaneggiando davanti a un bellissimo silenzio. ssssssshhhhhh…

domenica 25 aprile 2010

sguardi, pioggia e cieli adolescenziali

ieri ho a lungo osservato il cielo notturno. un cielo estremamente diverso da quello che contemplavo tra tormenti e cosmiche riflessioni adolescenziali. questo è così basso, modesto, grigio-spento. mi vien da pensare che man mano che si procede nel percorso della vita gli spazi si riducano sempre più. dalle idilliche e sfrenate escursioni giovanili per le campagne, alle interminabili giornate passate a cazzeggiare tra campetti di calcio più o meno improvvisati sino alle giornate di adesso, vissute in un appartamentino del cazzo, scandite da orari di lavoro e pagamenti di bollette, supermercati e bla bla bla. e probabilmente all’orizzonte gli spazi si ridurranno ineluttabilmente, prendendo le fattezze di un ospizio, una camera d’ospedale e infine una cassa di legno zincata. detto così sembrerà pure drastico e pessimistico ma, con impercettibile gradualità, gli spazi hanno cominciato a ridursi e guardando il cielo lo si sente eccome. gli spazi ristretti comportano immagini mentali agli antipodi della libertà e del romanticismo. per non lasciare avvizzire la libertà devo preservare i miei spazi interiori, salvaguardate oasi spirituali in cui posso gioire di incontaminati scenari dove i mediocri esserini non possono metter piede.
.

ieri, parlando della mia bellissima jeanne, una piacevolissima persona mi ha detto, citanto Shakespeare: “l’amore non guarda con gli occhi ma con l’anima, è per questo che la vedi così bella”. appropriatissime parole che condivido in pieno. e, sempre ieri, ho intravisto un’altra cosina che, estasiato, osservavo giorni fa con l’anima. vedere le belle cose con gli occhi dell’anima mi fa sorridere di piacere.
.
da diversi giorni ho in mente un’immagine che, ciclicamente, fa la sua comparsa tra i miei pensieri, da anni e anni. quando il divino Raffaello morì,nel 1520, stava lavorando alla Trasfigurazione, appunto la sua ultima opera. il Vasari ci racconta che la tavola, col dipinto incompiuto, fu messa davanti al letto funebre e, vedere quella tavola così viva e il corpo morto “faceva scoppiare l’anima di dolore”. ho sempre immaginato quella scena in una notte di pioggia. ho sempre immaginato quella pioggia, la pioggia di quando morì Raffaello. quelle gocce di pioggia erano l’espressione del dolore della natura, che piangeva per la scomparsa del divino fanciullo. ho più volte visto nitidamente, con i miei occhi, quelle bellissime gocce di pioggia. quella pioggia è bellissima.

lunedì 19 aprile 2010

l'aliena che costruì un'altalena

come un corpo celeste cadde, stramazzò al suolo e piombò in un sonno profondo. dormì per quattro giorni di fila e sognò profondamente. vide un'intera specie di individui marciare all'unisono, tutti apparentemente standardizzati. ciò che li rendeva diversi, uno dall'altro, era l'intimo turbinio che imperversava nel loro animo. più o meno intense reazioni psichiche che condizionavano il loro respiro, il loro cuore, le loro azioni. un'incessante danza che li rendeva ora felici, ora disperati, concitati o scoraggiati. le loro esistenze erano foglie in balìa di quel turbinio mentale.
la luce che filtrava attraverso le fronde la svegliò. fresca aria incontaminata, ombra tranquilla accarezzata dalla luce che filtrava tenue. un bosco. si alzò, inspirò profondamente per alcuni imperturbabili attimi senza tempo. inspirò un invisibile alito risucchiato da milioni di anime che vivevano nelle città, a chilometri e chilometri da quel bosco. si alzò, inspirò profondamente e con le sue mani costruì un'altalena.
mi sento libero solo se sto solo. la solitudine è il mare in cui la mia anima, come una goccia di colore, si espande apertamente. non dico che sia sempre bello esser soli, nel proprio angolo, ma la libertà, si sa, ha un prezzo. stanotte lo sciabordìo del mare mi provoca un'angoscia arrotondata, smussata.
sorrido nel vuoto della stanza. la vergogna non è nello star soli bensì nell'esser prigionieri di ciò che non ha importanza. vorrei avere tutti gli strumenti per non farmi influenzare dalle stronzatine che mi circondano. benedico questa notte perchè posso stare davanti al mio focolare. il resto ora non m'importa. mi dico così mentre coloro le mie vene, allento le invisibili catene, pennello le mie allucinogene parole oscene.

giovedì 15 aprile 2010


mai bellezza è stata tanto gentile e immortale. e se lui la vedeva così (ed io la vedo, ne sono sicuro, come la vedeva lui) ditemi se non è amore!


parafrasando pessoa, cosa vuoi che ti dica oltre che sei bella se ciò che voglio dirti è che sei bella?

martedì 13 aprile 2010

mi nego in continuazione, col corpo e con la mente, non mi lascio avvicinare, la mia oasi è sacra e inviolabile, non mi lascio avvicinare da chi vorrebbe accostarsi in ogni modo. nessuno m’interessa sul serio. appena il giogo del lavoro mi lascia libero, prendo a fregarmene altamente delle persone che mi circondano, nessuno incontra il mio interesse. nelle acque del mio mare, ora cristalline e pure, ora fangose e tormentate, mi specchio in solitudine come un altezzoso narciso beffardo e arrogante. la mia è un’aristocratica indifferenza salubre e imprescindibile. il mondo non riesce ad infiltrarsi nel mio animo, dove echeggiano risate e inquietudini come spirali scaturite da una palude introversa e incontaminata. le uniche vibrazioni che avverto vengono dall’interno della mia corteccia stagionata. i fantasmi che abitano le mie inquietudini portano tutti delle maschere ma, sotto, c’è sempre la mia faccia, sarà per questo che non ho mai pensato di sopprimerli.
.
quando sono con altre persone sono come svenuto, mi sveglio del tutto solo con me stesso. vivo e rido, sogno e piango solo con me stesso. sotto il velo di cerone c’è una persona che fa il suo lavoro, una mediocre recita neanche troppo interessante, un pagliaccio che fa il suo lavoro al minimo sindacale. sulla cima del mio essere non c’è posto per altre persone, osservo il mondo dalla vetta, in completa e conciliante solitudine. chi è solo nella sua vetta è spesso un pazzo, un genio o comunque un ribelle. uno che non accetta il compromesso e vive come se stesse sempre per morire e non gl’importasse niente di tutto ciò che lo circonda. nessuno ha mai sentito il respiro delle mie tenebre, un diavolo che suona il violino, il profumo dei miei fiori insanguinati.
.
vista da vicino la mia anima sarebbe uno spettacolo sconvolgente. se fossi un artista riuscirei a ritrarre scorci della mia anima inaccessibile, non essendolo, l’unico mezzo che mi viene in mente sarebbe quello di ingoiare un piccolo e potente ordigno esplosivo e farlo esplodere mentre, posato e silenzioso, sto davanti ad una tela bianca. immagino il dipinto perfettamente cosparso sulla tela, sangue e brandelli di carne e viscere, pezzetti di cervello, schegge di ossa, il tutto assestato armoniosamente dalla preziosa essenza della mia anima lucente.sarebbe un grondante capolavoro carnale e spirituale, il più confidenziale e sensuale atto che potrei regalarvi.
le persone che conosco mi amano tutte, mi percepiscono tutte come un unico corpo indistinto, un immenso colosso sfocato. se aguzzo lo sguardo non trovo traccia di individualità, dalla vetta osservo il paesaggio sterminato, se cerco di definire meglio con uno scrupoloso zoom appuntito, ciò che trovo è assenza di particolarità. ora è tempo di limitate e doverose chiacchiere sociali, svengo e fingo di farmi avvicinare. nasino rosso e…. platonicamente cado, "come corpo morto cade".

venerdì 2 aprile 2010

mmmmmmmm pensavo a quanto mi sto abbandonando, da un bel pezzo, ad una piacevole e individualista apatia, venata di misantropia e sana asocialità. le cose che m’interessano veramente, che mi piacciono davvero, le faccio da solo: che sia un film, un libro, un cd, un museo o un viaggetto-vagabondo. i momenti migliori li vivo con me stesso, con altre persone solo ritagli marginali, scorie accessorie, avanzi inessenziali. persino la mia ironia la condivido solo con me stesso, quando prendo per il culo il mondo intero e mi faccio dei bei sorrisini interiori. e pensando a questo mi è venuta in mente una serie tv americana e, visto che sono in debito con bambi di un consiglio in tal senso (lei mi ha consigliato scrubs eheheheh) ne approfitto per citare “due uomini e mezzo”. il protagonista, interpretato da charlie sheen, è un cinico ed egoista single a cui piace bere, dormire e non avere troppi problemi, ha un gran successo con le donne ma con loro è sempre preventivamente chiaro, se ne guarda bene dall’avere relazioni serie e durature, è pigro e indossa quasi sempre bermuda e t-shirt larghe, ha una bellissima casa sul mare, un fratello noioso e un nipote che sotto sotto adora…. una specie di homer simpson single (o jeffrey lebowski) solo fisicamente più attraente… mmmmm chissà se un personaggio simile incontra anche le simpatie femminili. se siete donne e avete visto qualche puntata fatemi sapere…