in un certo senso la solitudine è libertà. non si può essere veramente liberi insieme ad altre persone. vivere insieme ad altri è una subdola forma di schiavitù. la società è una confortevole gabbia ammaliatrice, per fuoriuscire dalla gabbia bisogna fare una vita da asceti. indossare i panni del pagliaccio è il mio modo di forzare le sbarre, la mia via per assaporare il profumo della libertà incontaminata. tutto scivola e tramonta, tutto ciò che riguarda gli altri non riguarda me, le persone sono un genere a cui non appartengo. anziché strillare ho imparato a sorridere interiormente, sorridere come reazione al niente che è ovunque, al nulla che è in agguato. tutti felici e contenti, tutti scemi, non sono nemmeno in grado di amare od odiare come si deve.
martedì 14 dicembre 2010
giovedì 9 dicembre 2010
il corpo è stanco, muscoli esausti, testa nuvolosa, occhi spossati, ogni fibra fiacca, stremata. inietto sonno artificiale dentro il mio scafandro, domani, dopo un’incursione nel buio silenzioso e profondo, sarò riposato, rigenerato, probabilmente un poco pallido e con occhi gonfi e sonnolenti. voglio una notte nera senza sogni, sprofondare in acque scure, senza rumori e sottofondi. una fuga da tutto quanto, azzerare il mondo e non solo, azzerare tutto quanto, soffice sprofondare senza pensieri, senza elettricità, soffice sprofondare in soffice buio e stop. mi bacio allo specchio ed è come baciare sulle labbra la mia dolce-adorata Cry, un bacio perfetto ed incorporeo. le uniche persone del mondo che ora mi va di approvare sono il capitano achab, il cavaliere dalla triste figura don chisciotte, il mio arturino vagabondo per mezza europa, il timido e introverso mr morrison riverso su qualche libro, il giovane leopardi che si rovina in sette anni di studio matto e disperatissimo. gente così. qualche sorso d’acqua da una bottiglia verde trasparente poggiata sul pavimento, le note di don’t let me down dei beatles. sono un sacro e inviolabile tempio fragile, nessuno può contaminare il mio elevato silenzio sublime e inattaccabile. mi sento bello e lontano dai secoli, un fiore bianco sbocciato in un mondo estraneo. spalanco il mio scrigno in assenza del mondo, il mio cuore solleva ed abbassa la palpebra con dolcezza e amabile noncuranza, nessun brivido ora potrebbe farmi fremere. non toccatemi, non avvicinatevi. se volete mangiatemi, bevetemi.
sabato 4 dicembre 2010
il sogno
tutte le personcine che mi circondano scambiano il silenzio per noia. per scrivere, così come per leggere, bisogna essere soli. non ricordo l’ultima volta che mi sono annoiato da solo. campane e, ancor più lontano, un uragano nella notte. la vecchiaia si affaccia alla mia finestra e mi dà uno sguardo, poi va via scomparendo nel buio. tutti i fiori di tutti i giardini stanotte appassiscono in un secondo. metallici riffs chitarristici nella mia stanza. mai più mi ricapiterà di morire giovane. stamattina, alle quattro esatte, un orologio da tavolo che aveva smesso di funzionare da qualche anno e in cui c’erano ancora le batterie ha cominciato a suonare all’improvviso. mi sono svegliato ed ho dovuto seguire il suono dell’allarme per capire di che si trattava. comunque, mi sono svegliato all’improvviso, mentre ero profondamente immerso in un sogno. dal sonno profondo alla veglia in un secondo. per qualche istante ho potuto ingannare la mia censura onirica ed ho riflettuto su ciò che sognavo. in effetti, i conti tornano… per indagare l’inconscio ci si avvale dell’ipnosi, delle associazioni libere d’idee, dello studio dei lapsus e soprattutto dell’interpretazione dei sogni, tanto è vero che fu proprio Freud a dire che “il sogno è la via maestra per esplorare l’inconscio”. sempre secondo Freud i sogni sono una forma di appagamento mascherato di un desiderio sessuale rimosso. la vera forza motrice del sogno si chiama “contenuto onirico latente” ed essendo quest’ultimo espressione di un desiderio sessuale, essendo quindi socialmente inaccettabile, viene mascherato, trasformato in quello che viene chiamato “contenuto onirico manifesto”, ciò che noi ricordiamo e possiamo raccontare del sogno. a causa di questo processo di trasformazione il significato reale del sogno non corrisponde mai con il contenuto manifesto. questo processo di trasformazione è operato dalla funzione psichica chiamata “censura onirica” che, quindi, per proteggere la mente, trasforma il contenuto profondo del sogno proveniente dall’inconscio. il mio sogno esprimeva tutto l’astio, l’acredine nei confronti di….. … bè, cose personali…
giovedì 2 dicembre 2010
martedì 30 novembre 2010
tra poche ore le luci del giorno e della rappresentazione dell’ipocrisia quotidiana, ora ancora notte, ancora solitudine, ancora Io. occhi stanchi e animo che di dormire qualche ora non ne vuole sapere, assaporo sgoccioli di notte in compagnia di me stesso. il corpo non sente sonno e non sente freddo, è un marmoreo prolungamento del mio animo ripiegato su se stesso. mentre tutte le finestre sono chiuse io spalanco l’animo alla notte, sono sconfinato come un cielo notturno sopra una città addormentata. la notte è il paesaggio ideale per stare soli con i propri pensieri. rovistandomi dentro mi rendo conto che il dolore è assopito nel fondale scuro, non lo sveglio. il caldo distacco dal mondo mi abbraccia riconoscente come un uovo abbraccerebbe la chioccia, se solo avesse le braccia. chiudo gli occhi e distendo il corpo, immaginandomi dentro una canoa solitaria alla deriva, verso l’orizzonte, verso l’alba, verso l’infinità…
domenica 28 novembre 2010
che cos’è la solitudine? in questo momento è un’irruente ebbrezza data dal fatto che le persone che poco fa chiacchieravano di modelli di telefonini e cose così si sono finalmente allontanate.
a proposito di telefonini, poco fa un sms da parte della mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio: è impressionante quanto io sia imperturbabile in questo periodo, niente e nessuno può toccarmi. sono distante anni luce da chi mi circonda ma sono anche, stranamente, sereno. bè, sereno sempre a modo mio, s’intende… questa imperturbabilità mi omaggia di una sprezzante e taciturna ironia che riverso verso tutte le sciocche ed epidermiche esistenze che mi attorniano durante il giorno. un tagliente e disdegnoso pagliaccio dotato di un’invisibile arroganza spirituale. intanto pioviggina e l’aria fuori è fredda e pulita, l’asfalto lucido come uno sguardo corvino foderato di pianto (mmmmm, “…come uno sguardo corvino foderato di pianto…” … mi piace… ).
per molti la pioggia pomeridiana è sinonimo di noia e inadeguatezza… esserini piccoli quanto moscerini nani provenienti da lilliput! la pioggia è vicinanza di singole gocce solitarie, è suono che in pochi sanno ascoltare...
a proposito di telefonini, poco fa un sms da parte della mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio: è impressionante quanto io sia imperturbabile in questo periodo, niente e nessuno può toccarmi. sono distante anni luce da chi mi circonda ma sono anche, stranamente, sereno. bè, sereno sempre a modo mio, s’intende… questa imperturbabilità mi omaggia di una sprezzante e taciturna ironia che riverso verso tutte le sciocche ed epidermiche esistenze che mi attorniano durante il giorno. un tagliente e disdegnoso pagliaccio dotato di un’invisibile arroganza spirituale. intanto pioviggina e l’aria fuori è fredda e pulita, l’asfalto lucido come uno sguardo corvino foderato di pianto (mmmmm, “…come uno sguardo corvino foderato di pianto…” … mi piace… ).
per molti la pioggia pomeridiana è sinonimo di noia e inadeguatezza… esserini piccoli quanto moscerini nani provenienti da lilliput! la pioggia è vicinanza di singole gocce solitarie, è suono che in pochi sanno ascoltare...
..... [porca miseria, devo lasciare questo foglio virtuale,queste parole.. ]
venerdì 19 novembre 2010
la Malinconia, Francesco Hayez (1840)
giovedì 11 novembre 2010
Viola
...Viola era totalmente assorbita dalla tela che aveva davanti, le nostre voci, le nostre presenze non la sfioravano nemmeno, una rara, atipica e intoccabile viola del pensiero trascendente. Stava plasmando, al centro della tela, una deflagrazione di colore rosso acceso che si stagliava su uno sfondo che, dal nero dell’esterno, sfumava man mano che ci si avvicinava al centro in un viola cupo, angoscioso e rattristante. E al centro quella cruenta ed efferata esplosione di sangue, un falò di tormento, passione e martirio. Viola aveva la mania di cercare di fissare, sulla tela, la vitalità che, esplodendo con violenza, diventava, in un attimo cruciale, morte. Voleva immortalare quell’istante. E per farlo aveva decimato lo stuolo di animali domestici che pervadono il cortile del caseggiato...
... Usando dei petardi e dei piccoli fuochi artificiali che padre Carhal si era fatto portare per festeggiare il capodanno, la bizzarra quattordicenne aveva dilaniato una certa quantità di anatre, galline e oche, lo faceva con l’austerità di uno scienziato che osserva e annota i fenomeni che vuole studiare. Il suo sogno, però, era quello di squarciare con l’esplosivo un bel cigno...
... [intanto] ... lei aveva lo sguardo fisso alla tela, uno sguardo nero lucido, intelligentissimo ed estremamente vivace, incastonato in un amabile visino pallido contornato da un caschetto di capelli neri, un poco mossi. Immaginavo il suo sorrisino brillante e pungente mentre aveva la faccia cosparsa di sangue e frattaglie, immersa in una vorticosa nube di piume svolazzanti. ...
martedì 9 novembre 2010
Jeliza Rose

“non sono una vandala, sono jeliza rose…”.
la gioia dell’anticonformismo, la leggerezza di un’anima libera e decentrata, l’estrosa visione di un mondo completamente personalizzato, distante anni luce dal mondo standardizzato e precotto che la società perbenista e consumista ci propina da quando nasciamo.
jeliza rose è una splendida, meravigliosa bambina protagonista del film tideland-il mondo capovolto, di terry gilliam. il film ci permette di osservare il mondo attraverso gli occhi di questa curiosa, stravagante alice-nel-paese-delle-meraviglie e, in effetti, la piccola ha una visione del mondo tutta sua, del mondo ma anche dell’amicizia e della morte, della paura, del rapporto con i genitori…
è bellissima quando, all’energico sferragliare di un treno che le passa accanto, strilla forte mentre gioca dentro la carcassa di un’automobile ( aaahhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!! ), o quando ride mentre gioca con le teste delle sue bambole infilate nelle dita… e che dire delle sue inscenate morti teatrali, davanti allo specchio, con le piume di struzzo al collo, il dorso della mano sulla fronte “diomiooo… sto morendo! “. semplicemente meravigliosa.
sabato 6 novembre 2010
una strana quiete si è impossessata di me. ironizzo su me stesso persino dopo aver battuto il mignolino del piede contro lo stipite della porta (concretissimo esempio a favore di voi comuni mortali). non esiste forza senza pace interiore. la mia pace sovente ha colori forti e accesi come quelli della lava e dei lapilli di un’eruzione vulcanica, tutto racchiuso da un perfetto involucro di fredda ceramica bianca. ogni tanto si spegne la luce e gli occhi vedono tutto, con grande, splendente distacco. le fiamme del mio inferno personale ora sono tiepide, ci gioco come facevo da bambino con la fiammella delle candele, quando a casa mancava l’elettricità a causa di un temporale.
martedì 26 ottobre 2010
contro l’abitudinarietà
l’assuefazione, l’abitudinarietà penetrano come un tarlo nella nostra vita, nelle nostre giornate, dentro la nostra stessa pelle logorando dall’interno la nostra effervescente tendenza all’emotività. senza troppi giri di parole mi rivolgo a te, che ora stai leggendo queste parole: se hai intenzione di leggere con leggerezza e pressappochismo vattene, non ti voglio, vai via, se non hai intenzione di toccarmi, anche se sono sudato malato bagnato e dannato, vai via, fammi questo favore. in questo momento ce l’ho con l’abitudinarietà, quella che ci rende superficiali e frettolosi e poco permeabili alle parole e alle persone: continua a leggere solo se veramente ti va, solo se hai voglia di lasciarti toccare dalle parole, in caso contrario, come ho detto, vattene, anzi, aggiungo che se ti va di leggere devi commentare per forza, dire la tua, anche una sola parola. altrimenti sparisci.
troppo spesso lasciamo che la nostra unicità venga sepolta da quella gelatinosa marea che è la routine, è un mezzo per reagire alla paura dell’isolamento, osserviamo senza dare spazio, senza dar voce alla nostra unicità. una volta ogni tanto diamo voce alla nostra vera, schietta reazione, senza pensare troppo alle conseguenze, dare fiato alla nostra emotività. un modo per sentirsi liberi…
una frase conclusiva del filosofo:
troppo spesso lasciamo che la nostra unicità venga sepolta da quella gelatinosa marea che è la routine, è un mezzo per reagire alla paura dell’isolamento, osserviamo senza dare spazio, senza dar voce alla nostra unicità. una volta ogni tanto diamo voce alla nostra vera, schietta reazione, senza pensare troppo alle conseguenze, dare fiato alla nostra emotività. un modo per sentirsi liberi…
una frase conclusiva del filosofo:
“Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle
mediocri all'abitudine e quelle meschine alla paura" (Friedrich Nietzsche)
venerdì 22 ottobre 2010
tum tum tum la mente pulsa tachicardica tum tum tum …quando fa così so che al massimo dormirò ad intermittenza, un sonno costellato di sogni brevi e densi, frammezzato da tormentati risvegli sudati. mi stringo, mi avvinghio a me stesso diventando un tutt’uno col mio arcano fondo intricato. mi sento distante da tutti. le distanze più profonde non si vedono con l’occhio.
c’è chi fin da giovane ripudia la vicinanza di manichini caduchi e vuoti prediligendo un rapporto violentemente schietto e incontaminato con se stesso. osservo inermi brandelli di favole arse, avanzi di una vita che ho deciso di bruciare. freddamente tasto il polso della mia splendida dama ottocentesca, sento dentro la mia stanza il malinconico lamento delle foglie ingiallite, soffia forte un vento di occhi perduti, mi scoppia dentro un persistente spasimo invernale. ascolto la mia voce. in realtà sto scrivendo, non parlando. mi viene in mente che le mie parole più belle non sono mai uscite dal mio animo, mi girano dentro fino a quando non si posano per sempre nel fondo del mio lago, quel lago nero come il petrolio in cui nessuna paperella può nuotare.
c’è chi fin da giovane ripudia la vicinanza di manichini caduchi e vuoti prediligendo un rapporto violentemente schietto e incontaminato con se stesso. osservo inermi brandelli di favole arse, avanzi di una vita che ho deciso di bruciare. freddamente tasto il polso della mia splendida dama ottocentesca, sento dentro la mia stanza il malinconico lamento delle foglie ingiallite, soffia forte un vento di occhi perduti, mi scoppia dentro un persistente spasimo invernale. ascolto la mia voce. in realtà sto scrivendo, non parlando. mi viene in mente che le mie parole più belle non sono mai uscite dal mio animo, mi girano dentro fino a quando non si posano per sempre nel fondo del mio lago, quel lago nero come il petrolio in cui nessuna paperella può nuotare.
domenica 17 ottobre 2010
giovedì 30 settembre 2010
mi guarda, mi bacia e mi morde,il suo abbraccio, le sue labbra beffarde sono le corde di un ring che arde fino alla morte, le fauci ritorte di un lupo che non demorde. le mie ombre colate a picco giacciono nel fondo, il fondale in cui mi conficco quando assecondo le mie dinamitarde voci ingorde, affilate alabarde, arsenale del mio impercettibile oceanico mondo. nessuno potrà mai capire ciò che brucia dentro di noi, se pensiamo che qualcuno possa sentire va a finire che diventiamo vascelli che si possono persino innamorare, imbarcazioni che sognano le coste sicure, che cedono all’autoinganno, che si lasciano illudere dai fuochi di capodanno. accarezzo la mia lama sottile e luminosa, nessuno mi ama come la mia dama.
mercoledì 22 settembre 2010
...emergo parzialmente dal tuffo nel dipinto di arnold bocklin “l’isola dei morti” (adorabile quindicenne-che-ascolta-i-talking-heads…). un minuto fa dalla finestra fissavo un grande albero, scuro e immobile, che sembrava racchiudere in sé tutta la silenziosa quiete di questa notte. la stessa quiete racchiusa dalle acque che scorrono sotto il ponte, su cui, immobile, sta la ragazza dei miei sogni, appoggiata al parapetto, in procinto di fare l’ultimo passetto. pensierosa, vacillante tra dolori e sofferenze, desiderio e apatica sottomissione. l’aria fredda si deposita sul suo viso come una fatale nebbiolina siberiana , il suo sguardo è fisso, insensibile, disumano. passo avanti, chiedendomi se ci si possa innamorare di una notte. di sicuro, durante la notte, è più facile allontanarsi dal mondo. e di uno sguardo ci si può innamorare? diceva il poeta “ l'anima può parlare con gli occhi ma può anche baciare con lo sguardo” …
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