domenica 21 agosto 2011








porca miseria, ieri ho comprato colori a olio e pennelli, stamattina mi sono svegliato e.....






.... è meraviglioso dipingere ascoltando musica (bolero di ravel, quadri di un'esposizione di mussorgsky, sinfonia n.10 di schostakowitsch...) ... meravigliosamente rilassante ed intimo...



P.S.



astenersi da commenti tecnici eheheh

sabato 20 agosto 2011

ho parcheggiato il corpo da qualche parte. sono respiro,sottile tagliacarte, impalpabile vela che offre le gote distorte al vento trascendentale. chiudo gli occhi, mi lascio trasportare. spalanco le ali come l’uccello di fuoco immortale. più vado in alto e più le mie ali si dilatano e più divento etereo, completamente immateriale. lo sguardo abbraccia un intero oceano mentre l’infinità mi assale. brucio, esplodo come un armonioso e trasparente fuoco artificiale. ubriaco e spirituale, aleggio nell’azzurro tenero e concettuale.

giovedì 18 agosto 2011

mercoledì 17 agosto 2011

eccolo, mancava da un po’, il mio squilibrato inferno personale, ciò che mi rende una meravigliosa anima in pena abbigliata da anima comune, in puro mediocritas-style. s’intravede la voragine, la bocca dell’inferno, e mi ci tuffo con scriteriata veemenza, volo a testa in giù, come un orfano figlio di puttana che vuole fottere il mondo intero, con un ghigno diabolico sulle labbra. sono crudele, cattivo, malvagio, spietato e insofferente, osservo i miei graffi, le mie mille pugnalate dalle quali sgorga corrosivo veleno acido che nessuno può vedere, nessuno potrebbe tollerare. mi lascio sprofondare nel mio inferno mentre l’utero che mi ha inghiottito si richiude sopra di me, come una vagina a cui sta a cuore la propria verginità. verginità come inviolabilità nei confronti del mondo intero. il cielo flaccido-plumbeo si chiude isolandomi, le cose di cui ho bisogno, se ho bisogno di qualche cosa, restano fuori, dalla vostra parte del mondo. il mio respiro è fuoco, il mio cuore una bomba che esplode ad ogni battito, distruggendo ogni cosa. nessuno potrà mai toccarmi sul serio. mi strappo qualche brandello di carne per trovare un po’ di sollievo, sputo pezzetti di carne mista a denso sangue scuro e pesante, sento la mia insana e perversa serenità sprigionarsi come vapore. mi perdo nel mio inferno. la luce, il vostro mondo, la vostra aria sono il vero inferno. continuo a lacerarmi le membra, mi placo un poco e all’ombra di un cipresso mi stendo respirando buio, sognando buio, vomitando fuoco.

martedì 16 agosto 2011

da un po’ di giorni mi sento un pochino superficiale o, meglio, non sento il sussultare del mio fondale, il mio abissale pozzo infernale. meno male ci sono le personcine che mi circondano, a ricordarmi come sono fatto dentro, nel profondo. più passa il tempo e più sono tangibilmente distante dagli altri, una schizofrenia dell’anima più che del carattere. c’è una bella luna piena stanotte, anche gli alberi col loro profondo respiro non sono male, peccato che qui il cielo faccia sempre cagare. spengo tutto, chiudo gli occhi e provo a naufragare, immaginandomi su una canoa che scivola lungo un fiume tutto nero…

mercoledì 10 agosto 2011

c’è vento stanotte. ha spazzato il cielo, via anche le stelle. stamattina ho sognato le mie antiche camminate campestri, quelle selvagge scampagnate fatte intorno ai quattordici anni, con gli amichetti rozzi e ignorantotti che in seguito si sarebbero dedicati ad attività più o meno illecite. intorno ai quindici anni ho cominciato a frequentare altri ragazzi, tutti “di buona famiglia”, alcuni dei quali con una vaga tendenza intellettualoide, amici con i quali ho condiviso migliaia di allucinate e sconfinate cenette a base di carne arrosto, vino e discorsi più o meno artistici, gli unici amici che ho tuttora, sebbene li senta raramente. per un certo periodo ho continuato a frequentare anche gli ignorantotti però, che “studiavano” per diventare teppistelli, delinquentelli di vario tipo. le camminate selvagge, comunque, le facevo con questi ultimi e restano una delle cose più belle della mia vita. difficile spiegare bene che cos’erano, quelle camminate. spesso mi riprometto di scrivere qualcosa per tentare di spiegarle. questa è la prima volta che le descrivo un pochino. prima o poi le fisserò con una manciata di parole, prima che i colori sbiadiscano eccessivamente. la verità è che è difficile spiegarle e non so se mai ci riuscirò. ora, come tante altre volte, non ho voglia di provarci. il pensiero di quelle camminate mi è stato risvegliato da questo vento che soffia tra gli alberi, oltre che dal sogno fatto stamane. ecco, chiudiamo la parentesi in bianco e nero e torniamo a noi, a questa notte e a questo vento. ultimamente mi sento un pochino inaridito, anzi, a dirla tutta ho una dannata paura che la mia anima si stia irrigidendo. a sedici anni, quando scrutavo i miei infiniti cieli notturni, ricordo che la mia più grande speranza era quella che la mia anima sarebbe rimasta sempre com’era allora. adesso, mentre parlo (lo so, sto scrivendo…) mi sento noioso, monotono, come una collega qualunque che racconti come siano andate le sue vacanze estive (racconti e luoghi tutti uguali). mi sento arido e tedioso, una cosa che mi conforta però è la voglia che mi ha preso da qualche giorno, voglia di un piccolo viaggetto vagabondo. una cosa che mi risveglierebbe da questo torpore sarebbe indubbiamente avere in casa, per qualche giorno, la pietà di Michelangelo. averla davvero dentro casa, poterla ammirare e contemplare in silenzio, per lunghissime ore, seduto sul pavimento, da solo. robetta da poco, vabbè. pubblico senza rileggere, se una di queste notti faticherete a prender sonno, sappiate che come alternativa ad una camomilla c’è sempre questo post eheheheh.

venerdì 5 agosto 2011



ascolto “interstellar space” di john coltrane. tutto quello che so di quest’album è che è stato registrato nel new jersey, il 22 febbraio 1967. da john coltrane al sassofono e rashied ali alla batteria. non voglio sapere altro. ho quest’album da tanti anni ed ogni volta che lo ascolto rinnovo la mia riluttanza ad acquisire ulteriori informazioni. mi piace da morire ascoltarlo con la mente ingenua, incontaminata. per me si tratta di sferzanti sventagliate sonore, ingegnose pennellate apparentemente caotiche e acidule che si stagliano su un manto di percussioni sapientemente tribali. inventiva che col bulino in mano graffia una lastra di rame. non voglio che dotte e qualificate parole rovinino la mia visione di questa musica. ricami barocchi nell’aria che si attorcigliano all’inverosimile, sino a diventare rettilinei segmenti che rispondono a ferree regole matematiche. per poi contorcersi più di prima, come riccioli dorati che godono delle loro stesse contorsioni.

lunedì 1 agosto 2011

chi compone, scrive o dipinge lo fa attingendo a piene mani nel proprio inferno.e quelle mani sono sempre imbrattate di sangue.sangue che è quasi sempre invisibile agli occhi delle persone. è una notte affascinante, farei volentieri due passi. peccato che le strade di pietra e asfalto sono sempre più deludenti delle stradine costruite nella propria mente. i viaggetti vagabondi, quelli senza troppa premeditazione, sono un piccolo tentativo di percorrere quelle stradine mentali. la vacanza dei sogni delle mie colleghe è invece quel tipo di viaggio in cui, da quando l’hostess ti accompagna per mano al tuo posto numerato, tutto è preordinato e precotto. ogni cosa programmata e prefissata per non farti alzare nemmeno un dito e per farti emozionare. ma cosa ne sapete di cosa mi emoziona? evidentemente l’emotività delle personcine è così terribilmente prevedibile…

domenica 31 luglio 2011




adoro la mia vita sprecata, la mia anima bruciata. agli occhi di molti sarà una storia finita male, un bel tramonto senza spettatori. non credo che il sole ogni giorno si tuffi nel mare pensando agli occhi di chi guarda. ogni volta che bacio le labbra della morte lo faccio con maggior ardore. ogni bacio un soffio sulla fiamma della candela. ogni soffio un granello di bellezza. quella bellezza che nessuno può vedere. mi sono scarabocchiato sul corpo segni e parole, inchiostro nero come segni delle zanne dei miei lupi. il mio lettone è un deserto, il soffitto della stanza un cielo senza nubi. estasi, follia e sofferenza. una mano vergine tocca la mia, la stringe. ho la sacra impassibilità di un cristo deposto sulle braccia della Vergine. un pallore di cera m’invade e l’isolamento avanza, si fa strada un silenzio privo di menzogna. la debolezza s’insinua nelle carni con un’inebriante sacralità meravigliosa.

mercoledì 27 luglio 2011

notte inoltrata, le parrucche rosse, silenziatori del cervello, poggiate sulla sedia come marionette messe a riposo. le stradine desolate, sentendosi sole, si prendono qualche libertà: quelle dritte si torcono un po’, quelle arcuate si stiracchiano allungandosi finché possono. i cani abbaiano come cuori straziati che non vogliono rassegnarsi alla solitudine. dai vetri un’aria umidiccia che è un’illusione invernale. se solo ci fosse un cazzo di bel ponte in questa cittadina…mi prenderei per mano e starei lì, a guardare l’acqua passare. sentirei un lontanissimo flauto suonare, ascolterei il fondo del mio pozzo gemere e trasudare, un bosco privo di fiori, senza parole. un silenzioso temporale mi scoppierebbe dentro, si farebbe strada dentro me con le sue dita affilate. non passerebbe nessuno, se qualche persona facesse la sua fuggevole apparizione non sarebbe comunque passato nessuno. a distanza, con le labbra bacerei l’acqua del fiume, nera disumana, un bacio sospeso ancorato al mio respiro. imperturbabile girovago nel mio interno senza fermarmi, fiume di veleno, sonorità mitologiche, stralci d’incontrollata elettricità.

domenica 24 luglio 2011

introspezione su tela







Ferdinand Keller, la tomba di Bocklin (1901). Mi suggerisce l’introspezione, il ripiegamento di noi stessi verso ciò che abbiamo di più sacro, il nostro Io, la nostra anima. Un viaggio che può cominciare come una piacevole passeggiata, su di un prato baciato dalla luce primaverile e dall’arietta fresca e pulita ma, se procediamo, ciò che ci attende è un cupo e profondo bosco mai baciato dalla luce del sole, dove nemmeno i nostri fantasmi osano dimorare.




L’introspezione non porta alla felicità bensì ad una specie di serenità che somiglia al sacrificio, un’autoconsapevolezza grondante solitudine e abissali baratri che le altre persone non possono nemmeno immaginare. Solitamente i sommovimenti del nostro animo sono suggestionati da ciò che succede all’esterno. Con l’introspezione i sorrisi ed i singhiozzi del nostro animo scaturiscono dall’interno, è un portare a galla qualcosa che dorme in oscuri fondali freddi e inesplorati. Il mondo tende ad ignorare chi lo ignora, ergo l’introspezione richiama solitudine, non solo perché si rivolge lo sguardo a se stessi.

martedì 5 luglio 2011

anziché leggere, o pensare, scrivo. per liberare la mente, farla respirare, dare voce al mio Io. è notte e domani ho tremila cose da fare, dovrei dormire. ma negare ossigeno alla mia anima è una cosa che non voglio fare. congedo il corpo e comincio a fluttuare. è la mia silente avversione alla schiavitù che mi tiene lontano dal letto, preferisco negare ossigeno alle diurne incombenze sociali. adoro esercitare la libertà di non farmi opprimere dalla quotidianità. tutti i miei sentimenti, ora, sono concentrati come un unico raggio laser, concentrati su me stesso. sono il sole di me stesso, cuore e anima s’incontrano, si abbracciano e si fondono in un tramonto che dà vita a questa notte solo mia. alzo lo sguardo al soffitto e vedo il cielo del deserto.









notte torrida
calda come l’affannoso
respiro
di
un triste diavolo
affaticato

suoni e rumori
lontani
la città
se n’è andata
mi
ha lasciato solo
vecchio e
abbandonato
distante da
occhi
inutili e
crudeli
dalla mia
finestra
il vuoto tendone di un
circo
tutt’attorno
fili d’erba
calpestata
cartacce e popcorn
la
carcassa di un carnevale
plastificato

notte nera
muta come
un cielo del
deserto
scompaio nel mio silenzio

m’inginocchio
nel mio
Io
prego taciturno
come un cadavere in
decomposizione
osservo
l’immobilità
della vita addormentata
mi
lascio sprofondare
nel
silenzio
della mia anima
pioggia delicata
a
bagnare le mie ossa
millenarie
respiro
l’aria
di mille notti
immaginate

la notte
è uno tragica
fiaba incantata
un
implosione di silenzi
una dannata
cerimonia
improvvisata

gorgogliano le angosce e le paure
le
insicurezze creano mostri da incatenare
spuntano fiori
incontaminati
tra
le erbacce dei pensieri arroventati
germogliano
creature
immaginarie

un vascello pirata
in un cosmo
straziante
fluttua
tremendo
solcando oscillante
l’oscuro
piacere
del male
“capitano, la
rotta è perduta
ci stiamo lasciando
portare
in un gorgo tremendo e
abissale”
il mare freddo e
nero
è
uno scosceso labirinto
macchiato di
sangue
animale

la neve è
la mia luce immorale
sono un cattivo
discepolo del mio mare
un giro di
blues
un dannato immortale
la
città
se n’è andata per sempre
per
stanotte
andata
senza
pensare
traspiro
veleno
un’armonica il mio
respiro
m’inebrio di
antico
sono un relitto
perduto
alla
deriva
nel mio canto
trascendentale




ora è la vita che passa che si ferma a guardarmi, sono il punto fermo mentre essa è un frammento che non mi fa fremere, sono solo col mio abisso e la vita è una lastra di vetro incastonata nella finestra. ora la vita è priva di alcuna utilità, è la mia anima che respira, la vita è solo un naso appiccicato al vetro della finestra. provo a formulare mentalmente una lacrima, come un fiore germogliato in un vasetto di terracotta. il cesto di frutta nato sul foglio di carta ha un antico sapore manufatto, lavoro di mani secolari prive di influenze salottiere. mi struscio contro la mia anima sanguinante in un gesto sensuale che non potete immaginare. risorge la mia incorporea dannazione che annichilisce ogni frammento di vita concreta. non c’è tempo, non c’è voglia di pensare al domani. esisto solo Io.


domenica 3 luglio 2011

tutto tace, si sente il profondo respiro degli alberi. di notte le paure, le angosce e le insicurezze creano i più disparati rumori. i rumori più spaventosi sono quelli creati dentro di noi. stanotte un grande silenzio abbraccia la notte, un silenzio così non lo si può condividere. non lo si può condividere perché gli uomini preferiscono condividere le chiacchiere, le paure e le angosce. i silenzi sono difficili da condividere. le anime più grandi sono quelle che sanno ascoltare il silenzio, sanno fondersi con esso in una miscela infinita e spirituale. le persone che mi attorniano sono cumuli di vuote parole limitate. ieri, appena sveglio, sono riuscito ad acciuffare un sogno per la coda, prima che si dileguasse negli impenetrabili meandri dell’inconscio. mi ha sorpreso constatare la volgare natura concreta del sogno: sedimentata rabbia nei confronti dei genitori. da ragazzino, alle prime piogge, si andava a cercare le lumache; quando si tornava a casa le si lasciava appese dentro una retina, per qualche giorno, in modo che “spurgassero”. l’anima dovrebbe “spurgarsi” per lasciare spazio alla contemplazione del silenzio.

martedì 7 giugno 2011

mmmm uno di quei momenti in cui mi sento estremamente riflessivo, mi metto davanti ad una pagina bianca e non so cosa scrivere. le parole sembrano essere troppo superflue per dare forma ai pensieri. mi viene in mente una cosa letta chissà dove, un articolo di musica classica; il giornalista diceva che tutte le anime si sentono in qualche modo "inespresse", tutti noi sentiamo quest'incapacità ad esprimire totalmente la nostra anima, fanno eccezione solo grandissimi spiriti(il giornalista in questione come esempio tirò in ballo Beethoven). in questo momento mi piace palesare questa mia incapacità espressiva, scrivere che non so cosa scrivere.

poco fa sul balcone, davanti alla notte: mi è venuto in mente un verso di, credo, william wordsworth (che bello quando mi metto a citare un po' alla cazzo, con quasi la certezza di sbagliare... che sensazione di libertà!), diceva il verso "pura beatitudine esser vivi davanti a quest'alba". al posto dell'alba io ci metto la notte et voilà il mio stato d'animo mentre mi trovavo sul balcone.

vorrei fare un sogno in cui incontro una persona che vorrei tanto abbracciare. nella realtà non esiste una persona simile. ci vorrebbe un sogno straordinario. buona notte.

giovedì 2 giugno 2011

mi sento vaporoso, impalpabile, un sarcastico folletto con sembianze umane. sto diventando sempre più nichilista, pericolosamente avulso dalla moltitudine. l’avverbio “pericolosamente” l’ho scritto a beneficio della comprensione di chi legge, ovviamente il nichilismo porta in sé un menefreghismo anche nei confronti di ciò che è, o potrebbe essere, pericoloso. le cose che m’interessano riguardano sempre più esclusivamente il mio mondo interiore, le persone che mi attorniano, quella roba lì è sempre più una sottile pellicola a contatto con la mia pelle. quanto poco mi conoscono le persone che mi attorniano! non so se si tratti o meno di ipocrisia, da parte mia. faccio vedere solo il mio guscio di pelle umana, nego ciò che c’è sotto e loro credono di conoscermi. ovviamente non m’interessa il loro errore di valutazione, la loro miopia, non m’interessa farmi conoscere. ieri sera sono uscito per una birra, mi sono soffermato a sentirmi parlare e, porca miseria, sono davvero bravo a mimetizzarmi con il volgo. ad uno sguardo superficiale (tutti gli occhi che mi circondano sono miopi e superficiali) potevo passare per uno di loro. ora, ad esempio, in solitudine sul balcone, davanti alla notte e alle goccioline di pioggia che cadono dalle foglie degli alberi (in questo momento non piove più, ha smesso da qualche ora) mi sento spinto a far prendere aria a ciò che c’è sotto il guscio di pelle. uscirei volentieri per una birra con questa notte, questa solitudine, questo ticchettio di goccioline. ora, se mi ascoltassi parlare, riconoscerei la mia vera voce. questo è ciò che intendo quando parlo del pagliaccio.