domenica 5 maggio 2013

le relazioni interpersonali sono inevitabili. il mondo è pieno di gente e qualsiasi cosa faccia, in qualsiasi luogo, c’è sempre qualcuno pronto a dire qualcosa, a guardarti, a cogliere le tue parole o il tuo silenzio.  le persone sono assetate di consenso stima considerazione apprezzamento rispetto. distaccarsi appena possibile  da tutto ciò rifugiarsi in un angolino dell’anima in cui non ci sono né occhi né orecchie indesiderati dove il denaro non conta nulla dove il superfluo è bandito. il mio vezzo preferito.  

mercoledì 1 maggio 2013

mio nipotino ha un meraviglioso incorporeo pallore molto british-ottocentesco. lo vedo quattro cinque sei volte l’anno e penso che mi veneri, seppure a modo suo. imita ciò che faccio e ciò che dico (si tratta perlopiù di esultanze o imprecazioni sugli spalti dei palazzetti durante le partite della nostra squadra di basket). ha il pallore che attribuisco mentalmente a john keats o percy bysshe shelley. il più forte istinto della razza umana è l’istinto alla conservazione alla sopravvivenza. fondamentalmente rappresentato dall’istinto di conservazione dalla volontà di voler allontanare o scacciare la morte. ma anche dalla volontà di mettere al mondo degli eredi. sopravvivere alla morte lasciando sulla terra manciate di geni consanguinei. la mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio avrebbe potuto partorire un battellino con la bellezza di una musa, un pallore lunare degno di john keats. la mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio, lo dice il suo stesso nome, è bellissima.
 ad ogni modo il fato mi ha concesso l’esistenza di una 14enne nata a distanza. la mia splendida 14enne ha un meraviglioso pallore mentale. è piovosa e autunnale, nietzscheana e, nel sangue, ha il lontano ululato dei lupi. gli umani tendono a lasciare semi sul suolo prima di schiattare. infrango anche questo tabù. di me non resterà niente. una manciata di parole in attesa di essere spazzata via dalle folate del tempo....

sabato 27 aprile 2013

forse l’unico lato positivo del circo è che posso arraffare tutti i colori che voglio e farne robusti distillati con cui colorarmi dal di dentro. e così oscurare l’esterno. il guscio. penso al capitano achab. il suo pensiero fisso il suo tormento. moby dick. cammina avanti e indietro ticchettando con la sua gamba d’avorio sulle tavole del ponte del pequod. e il suo pensiero fisso è come un pulcino che dà di becco al guscio per uscire. certe volte i miei lupi azzannano la mia pelle per uscire. e quando succede se non riesco a stare solo sto male. quando i lupi si fanno sentire è tempo di stare soli. nel bosco. senza cazzate senza persone. le persone sono cazzate. verde acido che tende al giallastro acerbo. un treno sparato a mille che fende la notte. una bomba che esplode. abbagliante giallo acceso e rosso fuoco intensissimo. stare soli. essere corteggiati e stare soli. uno stato straordinario. ogni persona nasce sola e tenta per tutta la vita di colmare la solitudine. io non mi sono mai curato di colmare questa lacuna. ci sguazzo dentro e sto male se non posso navigare nel mio mare nero petrolio. che è anche cristallino. e infuocato. ma vabbe’ ora non ho gli strumenti e la voglia per descriverlo meglio. voglio solo far zampillare queste parole. adoro fare questo. come sanguinare. la mia valvola di sfogo nel costato. odio le chiacchiere della gente. amo le mie parole che solitarie danzano nella notte. amo farle danzare come vogliono in un isolato baccanale inventato. ho lo sguardo un po’ spento. come se dovessi morire stanotte. 

lunedì 22 aprile 2013

la quotidianità è una conduttura fognaria in cui tutti allegramente sguazzano schizzandosi allegramente giocosamente si lanciano nauseabondi spruzzi reciprocamente. anziché piangere chiassosamente sghignazzano apaticamente. [pagliaccio dixit].

giovedì 18 aprile 2013


volteggio come un lallallàà-ààhh galleggio dentro un monopensiero che stravedrà per me, un sortilegio dentro un monolocale fatto di catrame, spazio spaziale per un privilegio mio personale baccanale. una scoreggia è disgustosa, un fantasma una presenza virtuale. in realtà sono la stessa cosa. anale immagine spirituale. non c’è paura non c’è rimpianto. i ricordi sono soffici cuscini su cui sbavare. per quel che mi riguarda tutti possono crepare dopotutto la navigazione in aperto mare.... mmmm cosa stavo dicendo?

domenica 14 aprile 2013

un buco un foro attraverso cui la chimica comincia ad interagire con ciò che accade al tuo corpo e all’interno di esso. qualche attimo di soffice paura se l’ospite non è proprio un abituè. un tuffo di colori nel tuo buio, uno squarcio come una faglia che separa te stesso dal resto della zattera mondana affollata di mute formiche ciarliere. solcando i mari antichi e lontani soffermandoci possiamo vedere riflessa l’immagine dei nostri cocci che invecchiano sorridendo beffandosi di noi. non puoi sconfiggerli o ignorarli puoi solo sputarli addosso. sputare è già qualcosa un romantico gesto forse idiota forse senza senso. un semplice triste e allegro modo di suicidarsi con una pallottola a salve. mi sveglio mi alzo dal letto per entrare in un pollaio. nel pollaio ci entro sempre da solo tutti gli altri sono bipedi pennuti starnazzanti. 

martedì 9 aprile 2013

notte buio nero fuoco silenzio catrame petrolio e desolazione. qualche candela e il freddo del pavimento sulle natiche. mantegna giotto padre brown poe sul pavimento. anche un foglietto con la lista della spesa. rido di me stesso perché tanto non userò mai una lista della spesa. però c’è, quel foglietto, con una penna poggiata sopra. candeggina ammoniaca detersivo piatti e lavatrice birra latte olio riso pepe yogurt cipolle aglio fagioli biscotti crauti succo d’arancia. dal vetro della portafinestra i tetti delle case addormentate. cittadina del cazzo la mia. non è firenze né mantova o assisi, ferrara, urbino siena roma padova o venezia. perlomeno non è nemmeno las vegas. bicchiere mezzo pieno eheh. infilzata in una cornice una cartolina di nantucket. e qui scatta incontrollabile l’erezione letteraria. allineo queste parole con meravigliosa noncuranza. qualcuno disse provocatoriamente che anche gli immortali personaggi della grande Letteratura non sono altro che una sequela di parole. una successione di parole sono achille e don chisciotte, odisseo e achab, orlando e amleto. una sequela di parole, ok. ma con dentro un universo di sfumature potenti, emotive, spirituali, sanguigne e intellettuali, ironiche, tragiche e vitali. i grandi quadri, i grandi libri, sono profondi pozzi in cui potersi perdere. la lista della spesa. il consumismo che appanna la vista è la droga più diffusa oggigiorno. una pozzanghera fangosa in cui imbrattarsi illudendosi di essere felici. guardo il ritratto di jeanne hebuterne di modiglioni sulla mia parete. sorrido a jeanne che è così bella. decido di compiere un mio piccolo personale rituale pagano. al centro della stanza, sul pavimento, brucio il foglietto della spesa. un bacio tra il foglietto e la fiammella della candela. un piccolo falò tutto mio racchiuso tra le mura in un’addormentata cittadina del cazzo. un piccolo falò pagano, rituale antisocial. sorrido mentre la carta brucia. domattina dovrò pulire i residui del minifalò, vabbe’. però adesso sorrido. 

mercoledì 3 aprile 2013


un’idea ardita, sciorinata da un grande scrittore, circa la genesi della commedia dantesca: Dante ha immaginato il suo viaggio oltremondano nei tre regni dell’aldilà per mostrarci le conseguenze dei vizi e delle virtù perseguite durante la nostra vita terrena? Dante ha immaginato il suo percorso, dall’inferno al paradiso, per mostrarci la via della redenzione? no. semplicemente Dante s’innamorò della signora Beatrice Portinari, un amore impossibile il loro, sia perché la signora Beatrice era sposata ad un ricco banchiere e soprattutto perché ella morì molto giovane. cosa fece dunque il signor Dante innamorato (che tra l’altro era dotato di un sovrumano talento letterario)? semplicemente decise d’immortalare l’oggetto del suo amore. e non solo. decise che tutta l’umanità si sarebbe dovuta inginocchiare davanti alla sua amata. e scrisse la divina commedia. scrisse il suo capolavoro semplicemente per far rivivere il suo amore. per poter rincontrare la sua amata. probabilmente è un’ipotesi troppo semplicistica, ma che importa? mi ha sempre affascinato tantissimo proprio per la sua estrema semplicità. la forza della semplicità e del romanticismo e dell’amore. che ci si creda o no poco importa, è un’idea che fa sorridere l’animo e palpitare il cuore. ci pensate? un uomo ama così tanto una donna che per poterla vedere nuovamente scrive la divina commedia. roba da far sorridere l’anima e palpitare il cuore.

venerdì 29 marzo 2013


il mio soggiorno, pieno dei pensieri miei, è un inferno notturno e perverso, ci navigo in stretto e largo, fino all’alba sbatto la testa contro le onde, fino a che arriva la consapevolezza che non riuscirò a compiangermi. mattone dopo mattone edifico la mia cappella sconsacrata. una rosa dei venti, fatta di luce accecante, affrescata nella volta, una peste dilagante nel mondo. delicatissime le mie mani ringiovanite sono intellettuali appendici del tutto prive di ombre, voci di callas e disegni di Raffaello, parole di Dante volteggiano come angeliche ammaliatrici. le personcine che mi attorniano chissà se ce l’hanno un’anima (forse è atrofizzata come un chicco d’uva passa). probabilmente, se ce l’hanno, è muta e non ha molte pretese. la mia vuole cielo, vuole giocare come un aereo di carta. a lei piace provare a volare. periodo di danze spaziali, sterminate distanze sociali. da oltre due mesi non scambio una sola parola con un briciolo di quasi-piacere, annullerei volentieri gli spettatori che mi attorniano. sto così bene da solo. chiuso nel mio buio non ho voglia di nessun altro sangue che non sia il mio. 

domenica 24 marzo 2013

il vento che con un soffio avvelena gli stolti arriverà. arriverà, da lontano arriverà. dal triste mondo, dal meraviglioso mare interiore e spirituale, arriverà. forse dopo pioverà. è notte e non soffia alcun vento. dovrei dormire anziché scrivere queste cose. già, forse dovrei. ma senza le mie impressioni sputate su questo foglio non sarei il pagliaccio che amo amare. 

mercoledì 20 marzo 2013


sorrido al pensiero che ogni tanto chi mi manca sono Io, ogni tanto mi manco. Io, con le mie ferite, i miei lupi, le mie braci, i miei tizzoni, il mio inferno personale. ma il mio inferno riemerge, la mia pazzia, quella che mi fa rigirare nella notte, un’allucinazione rumorosa e cristallina. ogni tanto sorrido guardandomi. sono i miei momenti migliori. io bellissimo pagliaccio, la star del pianeta che abito da quando sono nato. chissà cosa succederebbe se avessi una pistola. quante volte ci ho pensato. prenderei tutto a calci in culo accarezzandomi la tempia. chissà quante volte ci ho pensato, fin da ragazzino. un boato che potrebbe far paura. ma sarei Io. sono Io. mi sorrido. sorrido a me stesso. esiste qualcosa di più bello? adesso, nel fondale dell'oceano, la morte dei suoni e delle voci terrestri è musica per i miei timpani tesi e rilassati e colorati. leggo una lettera d'addio di una mia cara amica morta suicida. non ho care amiche morte suicide e non leggo alcuna lettera. è tutto nella mia testa. tutto si muove calmo nel mio fondale...

sabato 16 marzo 2013

ho voglia di semplicità. di fredda solitudine di montagna, di assenza di calore di stupidi riflettori quotidiani. aria gelida e cieli tersi che quasi fanno male. quasi. bianco e nero ma quello vero, non quello finto patinato. inchinarsi davanti al tempo senza piegarsi. senza sentirsi in prigione. in fondo sentirsi bene che cos’è se non sentirsi liberi? adoro il pensiero della libertà del viaggiatore. anche se non viaggio quasi mai. sono un viaggiatore che non viaggia quasi mai. sono un viaggiatore senza nome, uno di quelli che non hanno bisogno di ricordi confezionati, i sorrisi interiori sono le migliori cartoline. sono le cose più belle che ti aiutano a tirare fuori ciò che hai dentro. insieme alle cose brutte. amori e dolori, bellezze e timori. mi sento bene. sono solo. e insieme. a me. sorrido. sorrido anche perché scrivo quello che dico io. in fondo sentirsi bene che cos’è se non sentirsi liberi? adoro sentirmi libero, libero e squilibrato. forse lo sono nato e tutto quanto ha cercato di farmelo dimenticare. i miei sogni, il mio inconscio mi suggeriscono che provo rabbia per chi ha cercato di distruggere il mio spazio, d’impacchettare un animo che sogna di essere libero (e forse, a modo suo, ci prova ad esserlo…). adoro non dover cercare il senso delle cose. vedere le cose, sentirle senza ragionare. avere la testa nel mio pianeta. [chissà dove cazzo ce l’ho la testa…]. in questo momento i miei occhi sono meravigliosi, ne sono sicuro. sono Io. 

martedì 12 marzo 2013



ho sposato l’assenza di strategia. improvviso come un jazzista usando come strumento la mediocrità dell’esistenza terrena. improvviso inebriandomi con l’assenza di programmi o pensieri troppo elaborati. ho sposato un’esteriore leggerezza che libera la mia voglia di profondità spirituale. finché morte non sopraggiunga. notte da bluesman giorno da soldatino di bianco vestito mimetizzato nel mediocre mondo più piatto di un foglio bianco. sorrisino interiore di fronte alla schizofrenica esistenza. dopo una piccola vacanzina è tornata la mia splendida dama ottocentesca che con la sua carezza mi fa sentire dannato, maledetto e terribilmente solitario. una sensazione che mi mancava. sono ancora io, posso guardare allo specchio le mie lucenti pupille e sorridere gioioso come un pagliaccio delizioso che prende in giro la vita e tutto il mondo.


giovedì 7 marzo 2013

ho voglia di firenze. e di un Raffaello nella parete di casa. sul nostro palcoscenico ci sono jovanotti, crozza, muccino e benigni. qualche secolo fa c’erano Brunelleschi, Bramante, Michelangelo, Leonardo, Mantegna, Piero della Francesca, Parmigianino, Caravaggio. e Raffaello. deterioramento della mente umana. a proposito di Rinascimento c’è una famosa frase di orson welles che dice “in italia, sotto i borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento; in svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e cos’hanno prodotto? gli orologi a cucù”.

sabato 2 marzo 2013


se stai leggendo queste parole stai guardando la faccia di un clown senza maschera. non ho la presunzione di pensare che a qualcuno interessi guardare la mia faccia, ci si stufa delle persone, figuriamoci di un’accozzaglia di parole assemblate in uno schermo tanto vasto quanto un mare che rende invisibili i pesci che contiene. forse scrivo qui per illudermi di pensare che qualcuno sentirà la mia voce. forse scrivo qui solo perché è il modo più schietto, onesto che conosco per sentirmi parlare. tra le mura parla il violino di niccolò paganini per interposta persona (itzhak perlman). chissà che strano fascino emanava la persona del signor paganini, era estremamente brutto, magrissimo e dalla faccia ossuta e macilenta, sempre vestito di nero come un beccamorto, una spalla più alta dell’altra (forse per le infinite ore trascorse ad esercitarsi col suo strumento), zoppo perché, si diceva, al posto di un piede aveva uno zoccolo da caprone, dopotutto è risaputo che fece un patto con satana in cambio di uno smisurato talento musicale. per queste dicerie e per la sua condotta immorale, assiduo frequentatore di bettole malfamate, alla sua morte gli fu negata la sepoltura in terra consacrata. nonostante non fosse di bell’aspetto era sempre circondato da donne, anche bellissime e ricche e aristocratiche, restavano le donne stregate da ciò che riusciva ad estrapolare dal suo strumento. chissà che strano fascino emanava il signor paganini. oggigiorno sembra che l’unico fascino riconosciuto in una figura maschile sia un connubio di volgare prestanza muscolare e totale incapacità intellettuale anche se, c’è da scommetterci, ogni donna sarà pronta ad ammettere il contrario.