venerdì 5 luglio 2013

mick jagger...

se il rock è una religione mick jagger è dio in terra porcaputtana. porcaputtana se lo è. sinuoso magro e superbamente provocante, l’ho visto due volte e… e se il rock è una religione lui è dio in terra. o il diavolo. il diavolo che canta il rock, che danza il blues, che gioca esibendo sfarzosi costumi e colori sgargianti e labbra  plasmate nel più proibito dei laboratori che si occupano della umane fattezze che calcano i palcoscenici di questo pianeta. uno stupefacente pagliaccio milionario con le rughe del più trasandato menestrello che campa narrando le storie semplici e cutanee del blues diabolico e umano umano e antico quanto l’uomo e i tamburi e le danze e i fuochi e i canti che sanno di pietra e maschere e legno e spalti e occhi che ascoltano e sognano e….e quelle rughe così… così millenarie, di pietra e sabbia e sale, il rosso che incontra il giallo e che bacia il blu.

a parte la barbetta più lunga del solito in questo momento sono il mio mick jagger personale, magro e nervoso e sinuoso, indosso una strana t-shirt rossa col cappuccio che mi copre mezza pancia, maglietta appartenente (l’ho scovata qualche giorno fa) alla mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio… sono blueseggiante e maledetto al punto giusto… violino e veleno e serpente, statua pagana e bacio e femmineo liquore sgocciolante… sono bianco e nero, freddo e sporco al punto giusto, respiro armonica e i miei occhi rilasciano riffs chitarristici millenari.

questa notte sono semplicemente un dio del rock

lunedì 1 luglio 2013

Appena  rincasata dopo Rock Island e dopo dieci doppi jack, dopo venti vodka, cinquanta irish coffee e cento birre rosse fredde e cupe e profonde. A casa. Nel mio freddo monolocale al tredicesimo. Metto nel lettore dvd il concerto dei radiohead. Lo sfondo è blu, la musica è magnificamente perfetta, perfetta miscela di rock e alienazione, ghiaccio e colori forti e sincopati, odierne melodie fiabesche e viscerali. Sono sola, finalmente sola. Fumo e continuo a bere ciò che la mia casa offre. Sono sola, finalmente sola. Senza contegno mi autodistruggo mi anniento e sto bene bene come una nota musicale posta esattamente al suo posto, esattamente al suo posto. Sono esattamente una nota musicale posta al suo posto. Sono così magra e così pallida che farei invidia ad un ruscello d’alta montagna. Blu e ghiaccio grigia e cristallo, metallo e celeste dannazione, sono uno splendido capriccio per l’umanità tutta intera. Sono così bella che potrei morire in quest’istante. Voglio morire soffocata nei colori sgargianti dei sogni più bizzarri. Sono una dea. Sono un fiore cresciuto nel cristallo. Sono una regina della solitudine di vetro e asfalto e cemento. Adesso mi stendo e penso di morire. Non succederà ma lo penso lo stesso. Penso di morire mentre voi dormite all'oscuro di tutto. Se dovessi morire stanotte m’incarnerei nel marmo della pietà di Michelangelo. Vivrei nella fredda e perfetta bellezza burlandomi dei vostri ignari sguardi. Se morissi. Stanotte. M’incarnerei. Nel marmo. Della pietà. Di Michelangelo. Tutte le dita delle mie mani scorrono vezzeggiando i mie capelli dalla fronte fino alla nuca, le mie braccia sono lunghe e bianche e sottili quasi di marmo. Mi siedo sul freddo del pavimento abbracciando le mie nude ginocchia ossute. Sono bella e sola come una dea. Una dea caduta da chissà dove.


venerdì 28 giugno 2013

in risposta alla 14enne, un rimedio contro la Noia dettato da un grande scrittore:

bisogna sempre essere ubriachi. tutto qui: è l'unico problema. per non sentire l'orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. ma di che cosa? di vino, poesia o di virtù: come vi pare. ma ubriacatevi. e se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull'erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perchè l'ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all'orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l'orologio, vi risponderanno: " è ora di ubriacarsi! per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! di vino, di poesia o di virtù, come vi pare".

Baudelaire

giovedì 27 giugno 2013

qualche giorno in bianco e nero, senza circo, senza lancette, senza la preoccupazione di diversificare le ore, i giorni, compiacersi di un piattume esteriore e poter distendere l’intelletto come meglio crede. adoro sgualcire la mia pelle, barbetta incolta e occhietti lucidi e stanchi, pupille vetrose di un castano che tende al verde. spiegazzato come un vecchio giornale già letto. vedermi così mi piace. nudo come un osso di una carcassa sotto il sole cocente del deserto. nudo e crudo senza orpelli. pura essenza priva di ornamenti. non mi va di dormire. voglio solo vedermi appassire come un socrate che accetta di morire. silenzioso come un fantasma in incognito mi aggiro nei meandri della circense realtà. per poi riesumarmi nella solitudine che mi è propizia. un mare di acqua nera fonda come una morte fredda priva di ogni profumo. nuoto sott’acqua sotto quell’acqua nera fonda come una morte fredda priva di ogni profumo. prendo un bicchierino di cognac, me lo serve nei miei pensieri una piacente cameriera bella come un angelo costretta a timbrare il cartellino, il suo circo immagino. assassini da film in bianco e nero conversano ad un tavolino abbigliati con impermeabili di pelle nera, sigarette e bicchieri di whisky a fare da contorno insieme ad una specie di calma routinaria decisamente fuori luogo. ho voglia della mia distorta lucidità. un libro scritto col sangue da un demone spietato e disumano. anch’esso nella mia mente. ancora un po’ di grigio e di nero prima di abbandonarmi nel mio letto rovente di buio, inquieto come un arido paesaggio dell’anima. 

giovedì 20 giugno 2013

le donne di modigliani


elvira
leggiucchiando a proposito di modigliani mi sono sorpreso a riflettere su un’affermazione fatta da uno scrittore sul pittore livornese. l’affermazione è la seguente: “certamente è stata beatrice hastings la donna più importante nella vita di modigliani, più ancora di jeanne hèbuterne, che sarà sì il grande amore, ma di scarso peso intellettuale”.
lunia
 modì ebbe numerosissime amanti, elvira detta “la quique”, figlia di una prostituta marsigliese, lunia czechowska, amica polacca del mecenate del pittore, leopold zborowski, la franco-canadese simone thiroux, che diede un figlio a modigliani ancor prima di jeanne hèbuterne, figlio che però non venne mai riconosciuto dal padre. numerosissime amanti, spesso storielle di una notte o poco più. ma due furono le donne importanti, con cui modigliani instaurò un legame duraturo, la scrittrice, giornalista e poetessa inglese beatrice hastings, con cui ebbe un legame molto tumultuoso che durò due anni, e jeanne hèbuterne che fu, come recita l’epitaffio sulla tomba dei due “di amedeo modigliani compagna devota sino all’estremo sacrifizio” (si suicidò, jeanne hèbuterne, incinta di nove mesi, gettandosi dalla finestra dell’appartamento dei genitori, il giorno dopo la morte di modigliani).
beatrice hastings
ma torniamo alla frase che mi ha colpito. mentre leggevo le parole “certamente è stata beatrice hastings la donna più importante della vita di modigliani, ancor più di jeanne hèbuterne” il mio cervello si è incazzato, ho pensato istintivamente “ma dai, il grande amore di un uomo, l’amore della vita è per forza la persona più importante nella vita di un uomo!”. poi mi sono reso conto che lo scrittore parlava dell’artista, del pittore amedeo modigliani, e in questo senso forse non aveva tutti i torti, lo scrittore, a identificare in beatrice la persona più importante per lo sviluppo mentale del pittore, dopotutto beatrice fu l’unica donna che seppe tener testa a modigliani, grazie al suo carattere molto forte, eccentrico e soprattutto al suo intelletto affilato. sicuramente jeanne amò infinitamente modigliani, ma anche quest’ultimo amò jeanne e la prova più bella di ciò la si vede nei ritratti che modì fece a jeanne hèbuterne, ritratti dai quali trasuda l’amore, l'ammirazione, l’incanto. sarà che nelle mie vene scorre una sorta di romanticismo mai sopito ma io faccio il tifo per jeanne.
jeanne hèbuterne





domenica 16 giugno 2013

aspetterò la morte da solo. tutti lo fanno, tutti fanno i conti con la morte a tu per tu. sono i corpi che avendo qualcuno accanto danno l’illusione che non si sia davvero soli. il mio corpo, quando avrò davanti la morte, sarà solo. non verrebbe etichettato, dalla gente, come un pensiero allegro. è un pensiero come un altro. balle. nessun pensiero è uguale ad un altro. prendo qualcosa da bere, offro io. una volta ho sposato la mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio. voglio dire, c’è stato un momento in cui l’avrei fatto e basta. nessun pensiero è uguale a un altro, nessun momento è uguale ad un altro. quando morirò forse tornerò a casa. nel luogo da cui provengo. questo mondo con me c’entra davvero poco. una rondine, ne esistono ancora? vola aldilà della mia finestra. oggi ho guardato negli occhi una morta che respira. le ho anche rivolto la parola. cinquant’anni, un cancro allo stomaco, le hanno detto che l’avrebbero portata in sala operatoria e le avrebbero asportato lo stomaco. invece. invece dopo averle aperto la pancia hanno visto che il mostriciattolo si era avvinghiato al pancreas, al fegato e al duodeno. l’hanno richiusa senza fare nulla. hanno scritto che si sono limitati a fare un intervento palliativo e che c’è l’indicazione alla chemioterapia. verdetto di morte. anche se a lei ancora non gliel’hanno detto. io ho guardato una morta che respira, una cosa come un’altra. cose che succedono. magari non lo sai ma ti capita più spesso di quanto pensi. vedere una morta che respira. una cosa come un’altra. 

lunedì 10 giugno 2013

synodus horrenda


c'è un dipinto del 1870, di un certo jean paul laurens, che immortala una scena grottesca e macabra: un ambiente tetro e solenne, pietra e chiarore e oscurità, tessuti araldici, visi ed espressioni dure, tracotanti, inquisitorie. il protagonista della scena, oggetto delle accuse e terminale della tensione palpabile è seduto su un trono, indossa abiti fastosi. è uno scheletro.


nell’anno 897, a roma, nella basilica di san giovanni in laterano, fu istituito uno stranissimo processo, il synodus horrenda o concilio cadaverico. il sinedrio di cardinali e vescovi, guidato dal papa stefano VI, si riunì per giudicare il cadavere del papa formoso, morto nell’anno 896. per l’occasione il corpo del papa defunto fu riesumato e le sue ossa ricomposte con corde, lo scheletro fu abbigliato con i paramenti papali e fatto accomodare su un trono. il cadaverico imputato fu giudicato colpevole di aver incoronato un imperatore che, per motivi politici, non doveva essere incoronato. all’imputato vennero strappate di dosso le vesti papali e le ossa vennero gettate nel tevere. successivamente la figura di papa formoso venne riabilitata dalla chiesa e i processi a persone defunte furono aboliti.

giovedì 6 giugno 2013

diomio i miei lupi stanotte sono più affamati che mai, non riesco nemmeno a stare sul letto, devo stare seduto sul divano, in salotto, forse per tutta la notte. ho il viso stravolto, stanco, sfibrato, invecchiato, la mia maschera è uno scafo eroso dai salmastri e invisibili venti che nascono come fumi o nebbie spettacolari, come napalm che si appiccica alla pelle e non la abbandona abbracciandola sino alla morte. ricordo ora, non so perché, quando da bambino ero ammalato, quando avevo la febbre, ricordo la meravigliosa sensazione di una spossatezza che mi molestava e quella molestia io la vivevo come una confortevole coperta che mi coccolava. immagino ora la fredda metallica estremità di una pistola che mi premo contro la fronte, immagino che premendo il grilletto si sentirebbe un crack della scatola cranica che si frantuma come vetro, adoro ora il suono di quel crack immaginario. seduto sul pavimento rannicchiato con le braccia che stringono le ginocchia, i piedi nudi sul verde del prato fatto di freddo bianco marmo di un appartamento cittadino. se mi passate l’ossimoro, un’inquieta serenità aleggia dentro il mio animo un poco ruvido e blueseggiante. la solitudine che mi sono regalato, o a cui sono stato destinato, è sempre più salda ed ha sempre più il sapore di una certezza che, a modo suo, mi dona una certezza solida come marmo. vorrei aver scritto moby dick. vorrei il talento pittorico di Raffaello. il resto è aria che riempie il tendone del circo quando lo spettacolo è finito, quando la gente se n’è andata e restano le cartacce, il silenzioso disordine e la puzza degli animali mista al dolciastro respiro di pop corn e zucchero filato.

martedì 4 giugno 2013

pupille di vetro monotone fiammelle danzanti. splendidi i miei occhi risplendono tristi meravigliosi come parole estratte dalle recondite profondità di una mente dai morbidi colori ambrati. qualche notte fa sono stato male. un’intera notte trascorsa tra spasmi e dolori. il mattino seguente non sono nemmeno andato al circo io che sono una pagliaccio serio che per mimetizzarsi a puntino timbra sempre il cartellino con robotica puntualità. come sempre quando soffro amo farlo in totale solitudine come un animale ferito che si distacca dal branco per andare incontro ai propri incubi. per qualche attimo quando i dolori sono diventati tipo parto ho anche accarezzato l’idea di un pronto soccorso. ma il deserto della mia stanza era il mio habitat e nessun altro luogo avrebbe potuto sanare le mie ferite. sono sempre più lontano dalle persone meccanico vesto i panni del pagliaccio per poi denudarmi tra le mie quattro mura di vetro e cemento e buio e carboni ardenti. alle prime luci del sole quando le fitte dolorose mi hanno concesso un poco di tregua giusto il tanto per poter restare sdraiato per mezz’ora o un’ora di fila non mi andava nemmeno di riversare su queste pagine il fuoco che ardeva dentro le mie carni. perché ero stremato dalla sofferenza ma non solo. anche perché ero nel bel mezzo di un deserto dove non esisteva un pc uno schermo un foglio di carta e forse nemmeno le parole la comunicazione. non esistevano persone. ho telefonato al circo per avvertire che stavo male. e mi sono lentamente spento come una fiammella in una notte senza luna lampioni case grattacieli insegne automobili e rumori. 

sabato 1 giugno 2013

ho smesso di respirare, mi libro in aria sul mio enorme alato cavallo dai colori sgargianti, non potete accarezzare i miei occhi, dolciastre secrezioni, sprigionate da invisibili ferite del cielo, lambiscono le mie purpuree labbra morbide e flessuose. non so se vorrò tornare sulla terra. l’ultima cosa che ha accarezzato la mia mano è stata una foglia d’edera, non ricordo l’ultimo viso che ho visto. il mio abisso, quello che mi porto dentro fin dalla nascita, è la mia magia. il sonno è la mia grande ombra, il mio nido in cui mi piace tormentarmi con le braccia esauste. la scienza e la religione sono cieche dee dalle mani che non sanno sanguinare. sono cieche dee che si ostinano a non voler morire. mi perdo nel mio cielo, m’inabisso nella mia verità. 

martedì 28 maggio 2013

il porto è dolciastro ma ha il colore del sangue. non amo il suo sapore ma sorseggiarlo mi regala una sensazione prettamente letteraria. le sensazioni sono tutto. se ora con me ci fosse il dottor freud gli racconterei di quanto mi piaccia, nella notte, sul mio letto, a luci spente, pensare di abbracciare una bomba che non si sa se e quando esploderà. nei miei pensieri la bomba è come un siluro di freddo metallo, una grossa supposta rischiosa che abbraccio come un cuscino.  ma, con tutto il rispetto, fanculo al dottor freud. preferisco ricordare la mia conversazione avvenuta in un sogno con rimbaud. in un tavolino all’aperto di una mediocre pizzeria di chissà dove. secoli fa, con la mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio, prima che diventasse la mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio, passai un’intera notte a parlare di rimbaud. forse la conquistai così, e cucinandole dei filetti di cavallo accompagnati da un buon chianti inglobato in un ballon di pessimo vetro a buon mercato. i ricordi, quelli buoni, hanno lo stesso sapore del porto, un sapore dolciastro che scalda l’animo e somiglia al sangue. le sensazioni sono tutto. quant’è bello il mio calice di piccole dimensioni mezzo pieno di porto. è così musicale. e romantico. e letterario. poetico. sa di camino col fuoco acceso e sincerità da amicizia alcolico-adolescenziale. sa di momento felice punto e stop. ma non felicità a buon mercato, quella in svendita ai grandi magazzini dopo i pienoni prefestivi. felicità come calore e libertà intellettuale. vi confesso una cosa, piccola ma importante. certe volte, quando scrivo qui, penso “ma chissà se qualcuno leggerà queste parole e soprattutto chissà quanto gliene importerà” dopotutto è l’enigma dell’esistenza. 

venerdì 24 maggio 2013

pensieri sparsi


i primi minuti di selling england by the pound, pura libidine.
la notte mi ha cresciuto ben più della mia terrena genitrice.
attendo il concerto padovano di roger waters a luglio.
amo le menti aperte.
la realtà è puro contorno.
ridere e piangere sono la stessa cosa.
bere porto mi fa così tanto pensare ad hemingway.
il sangue del toro la calura spagnola le sbornie vagabonde.
un giorno vorrei fare un ritratto di Dio.
la Letteratura è ciò che innalza il genere umano.
vorrei aver scritto moby dick.
il suono delle campane è un frammento di cielo.
un buco a volte è in grado di riempirti più di ogni altra cosa.
brillare scintillare esplodere senza che gli altri ti vedano.
aborro gli animi che somigliano ad ingranaggi meccanici.
la scienza un giorno ucciderà il mondo.
“pugnale benedetto,ecco il tuo fodero,qui dentro arrugginisci e dammi la morte”.

lunedì 20 maggio 2013

un’altalena, perpendicolare al suolo il circo, ai due estremi i miei abissi. timbro il cartellino e faccio il grigio pagliaccio mimetizzato, appena posso bungee jumping nei miei bui, profonde solitarie immersioni in ciò che voglio, ciò che desidero, che sia una dose di Letteratura, di puro niente, un apocalypse now o il settimo sigillo, scrivere di getto come sanguinare, la mia valvola di sfogo, pugnalata nel costato. o cucinare solo per me un brasato, ascoltare syd barrett in piena notte con cento fiammelline che ondeggiano tra le mie-solo-mie quattro mura, colorarmi ed annientarmi nel mio bosco infischiandomene del tempo e della giornata che attende a due passi dall’alba. stanotte sento i fiori sanguinare (autocitarmi solletica il narcisismo e l’autoironia eheh). comunque li sento davvero. e per dirla tutta “… vedo corpi pallidi, crudi e selvaggi come muffa dalle dita tiepide, lacrime di neve a innaffiare freschi sacrifici”. momento autocelebrativo in una notte solo mia, le mille e una notte mi fanno un baffo, ho vissuto centomila notti tra le sconfinate pareti della mia scatola cranica. centomila notti, quasi altrettante piccole morti. ricordo con affetto le mie notti adolescenziali asserragliato nella mia stanzetta, ad ascoltare notturni programmi radiofonici e a scribacchiare-sanguinare. all’epoca l’altalena consisteva nel fingermi un normale adolescente che faceva le normali cose che ci si aspetta da un normale adolescente. il talento del pagliaccio non mi è mai mancato. per questo nessuno mi conosce sul serio. “sii sempre te stesso”, balle. a nessuno è concesso questo privilegio. forse solo ai mediocri. e ai folli. ad ogni modo il cerone e il nasino rosso sono i miei cupi tendaggi che proteggono un’anima dalla luce della mediocrità. ho l’anima fotosensibile, forse. magari la mia anima pallida ha anche delle deliziose e impercettibili lentiggini, chissà. 

martedì 14 maggio 2013

l'uccello di fuoco


da bambino leggevo e ascoltavo (sui 45 giri) le fiabe, le solite, cappuccetto rosso, biancaneve, cenerentola, hansel e gretel, il brutto anatroccolo. secondo jung le favole sono l’espressione più pura dell’inconscio collettivo, l’inconscio di una civiltà, di una comunità, di un popolo. non mi era mai capitata tra le mani la favola dell’uccello di fuoco. cresciuto di qualche anno mi capitò però tra le mani il cd dell’opera di stravinsky, basata appunto su quella fiaba. e lessi così la favola dell’uccello di fuoco.

un principe sognò una bellissima principessa, al risveglio sentì di essersi innamorato di quella creatura così bella e radiosa e giurò che avrebbe cercato quella donna così bella con tutte le sue forze. lasciò il suo castello e si mise in viaggio, attraversando boschi e montagne innevate. una sera, mentre il sole si apprestava a lasciare il giorno per lasciare spazio alla notte incombente (al tramonto, insomma…. che giri di parole batt!) vide un bagliore sulla sua testa, alto nel cielo; capì che si trattava del leggendario uccello di fuoco e pensò che quella creatura l’avrebbe guidato dalla sua amata principessa, decise quindi di seguire l’uccello infuocato. giunse al cospetto di un ripido promontorio roccioso, l’uccello si librò alto nel cielo e sparì dalla vista del principe il quale, armatosi di coraggio e determinazione, smontò da cavallo e si mise a scalare il promontorio roccioso. giunse davanti ad un agghiacciante, inquietante giardino, pieno di erbacce e soprattutto di strane statue di pietra, alcune raffiguranti spaventosi mostri, altre esseri umani che sembravano uomini veri e propri intrappolati nella pietra. il principe vinse la paura di quelle tremende creature di pietra e vide all’orizzonte un terrificante castello, sentì (la forza dell’amore? boh) che la principessa dei suoi sogni doveva essere imprigionata là dentro e si avviò verso il castello. ad un certo puntò notò l’uccello di fuoco che si stava cibando dei frutti di un albero d’oro, si avvicinò silenzioso e lo afferrò, la creatura infuocata si dimenò e conficcò gli artigli affilati nelle braccia del principe il quale non mollò la presa e riuscì alla fine a domare l’uccello (una scena che ricorda l’addomesticamento del drago volante nel film avatar, che ho visto recentemente per la prima volta… non divagare batt, concentrati sulla fiaba!). mmmm dov’ero rimasto?
il principe si avvicina al portone del castello ma ecco che sente dei rumori minacciosi, si volta e vede che le statue di pietra stanno prendendo vita e cominciano ad inseguirlo allungando braccia scheletrite, tentacoli, artigli e quant’altro. un lampo risplende nel cielo, si apre il portone del castello e compare lo stregone, il signore di quella fortezza, che con un ghigno malefico si rivolge al principe: “sei venuto fin qui per portarmi via la mia principessa, la più bella di tutte, colei che ho scelto per farla diventare la mia sposa?”. in tutta risposta il principe tentò di scagliarsi contro lo stregone ma non ci riuscì perché le sue gambe erano immobili, stava praticamente diventando una statua di pietra. poteva ancora muovere le braccia e si ricordò di una penna che aveva strappato all’uccello di fuoco, la estrasse dalla tasca e la agitò in aria, in un battibaleno l’uccello giunse volando, splendente come un sole, lanciò un incantesimo contro lo stregone e le statue animate che si addormentarono di colpo mentre il principe fu di nuovo in grado di muoversi. “muoviti” disse l’uccello “il mio incantesimo non dura a lungo e tra poco le statue e lo stregone si sveglieranno. devi trovare la cassetta nella quale è contenuto l’uovo che contiene lo spirito dello stregone, scava nel punto che ti indicherò”. il principe scavò nel punto indicatogli, inizialmente con la spada che presto si spezzò (cass di spada di merda, ma con tutti i soldi che ha un principe va a comprarsi la spada all’ikea?), continuò a scavare con le mani nude fino a quando trovò la scatola. intanto le statue cominciavano a rianimarsi e un occhio dello stregone si era già riaperto, il principe tentò invano di aprire la cassetta mentre le statue gli erano già addosso e lo stregone brandì con ferocia il suo bastone magico, l’uccello di fuoco lasciò cadere dall’alto una sua penna che, posandosi sulla cassetta la aprì. il principe afferrò l’uovo contenuto all’interno della cassetta e lo scagliò contro una roccia, invano le braccia e i tentacoli dei mostri tentarono di salvare l’uovo che si frantumò contro la pietra. in quell’istante i mostri e lo stregone sparirono e il giardino cambiò totalmente aspetto, comparvero tanti uccelli cinguettanti nell’aria, mille fiori sbocciarono esalando un gradevole profumo e le statue con sembianze umane diventarono uomini, si spalancò il portone del castello dal quale uscirono dodici principesse che andarono  felicemente incontro ai loro innamorati. alle spalle delle dodici principesse giunse la principessa più bella, quella sognata dal principe, i due si abbracciarono mentre sopra di loro volava l’uccello di fuoco, spendente come un accecante sole dorato.

martedì 7 maggio 2013

poesia senza versi. nella quotidianità mi capita di vedere persone condannate, persone con la morte dentro. una morte che ti è cresciuta dentro senza neanche farti la cortesia di chiederti il permesso. si chiama cancro. un bambino indesiderato che ti cresce dentro nutrendosi della tua carne, succhiandoti i giorni futuri. le persone dotate di un minimo di cultura o quelle accarezzate dalla mano dell’introspezione vivono la loro gestazione nel silenzio. in silenzio danno da mangiare ai piccioni, forse è come se tentassero di regalare un po’ di vita, non so. il diavolo che dà la mano alla filosofia, loro due che danzano assieme, loro due che vanno in giro a braccetto. quando sai di essere condannato le persone che ti sono vicine, se ce ne sono, sono lontane. sei solo col tuo ultimo giro di walzer. che non è nemmeno tuo. io, immerso nella mia distanza, nella mia diversità, vedo tutto ciò.  quando c’è il silenzio c’è una certa nobile dignità in quell’attesa. una gravidanza che porta alla morte. c’è un sentore di poesia in tutto ciò. io lo sento, io lo vedo. in silenzio…