con una matita per il trucco dimenticata
chissà-da-chi mi disegno sull’avambraccio sinistro un bel 17. seduto sul
pavimento sono splendidamente solo. le persone spariscono e ciò che ci resta è
come un’immagine virtuale, un’ombra a colori, la sagoma di un fantasma. non
sono le persone in sé ad esserci vicine bensì le persone che abbiamo
incrociato, voglio dire che le persone non sono immagini in diretta ma viventi
ritagli della nostra memoria. anche se sono vive, in carne ed ossa, e possiamo
incontrarle, toccarle, sentirle, in realtà le persone che incontriamo,
sentiamo, tocchiamo sono le persone che abbiamo incrociato. per
noi restano così, ferme al momento dell’incrocio degli sguardi.
sabato 13 settembre 2014
lunedì 8 settembre 2014
mercoledì 3 settembre 2014
lolita
è una
di quelle perversioni che mette tutti d’accordo, la pedofilia. tutti
s’inorridiscono davanti ad essa. ma non è proprio di pedofilia che voglio
parlare. voglio parlare della soggettività di uno sguardo, di un punto di vista
che ti offre un’opera letteraria o cinematografica. nel romanzo di nabokov,
ancor più che nei film di kubrick o di adrien lyne (il remake del 1997), è
palese che il professore humbert è un pedofilo. la scintilla che percepisce
quando vede per la prima volta lolita non è un fulmine a ciel sereno, prima di
lolita c’erano le panchine dei parchi, dove il professore sbirciava oltre il
giornale e fantasticava su quelle che lui chiamava “ninfette”. quindi
d’accordo, ecco nella vostra mente farsi largo pensieri tipo “è un mostro, un
porco, merita la forca o la galera”. non voglio fare un’arringa difensiva
quindi non dirò che alla base di quella sua perversione c’è il suo amore
adolescenziale, sbocciato sulla costa azzurra, che morì di tisi, mi pare. e
lui, in ogni ninfetta, rivedeva quel suo amore, quella sua ragazza morta così
giovane. e poi, quelle ninfette, come le chiama lui, sono bambine, ragazzine
che possiedono qualcosa di malizioso, qualcosa, forse nel loro inconscio, che
stride con l’innocenza che dovrebbero avere. insomma, non sono certo qui per
giustificare la pedofilia. forzare una persona a fare ciò che non vuole o ciò
che non comprende appieno è sempre esecrabile. ciò che volevo evidenziare (cosa
volevo evidenziare? mi stavo perdendo nelle mie parole…) è il punto di vista,
ovvero come, attraverso un’opera d’arte, possiamo guardare attraverso gli occhi
di un personaggio, guardare e sentire, percepire le cose. e, se l’artista è
bravo, riesci benissimo a posizionarti dietro gli occhi e il cervello del personaggio
e vedere così le cose come non le vedresti con il tuo cervello e i tuoi occhi.
ecco, ciò che volevo sottolineare l’ho sottolineato. ora potrei sprecare chissà
quante parole per elogiare il film di kubrick (e il romanzo, ma anche il remake
del film non è male). ci sono così tante scene memorabili, la scelta della casa
da affittare per via “delle torte di ciliegie”, il lento e angosciante
inseguimento automobilistico, il tavolo da ping pong, il finale quando lei dice
“dunque mi stai dicendo che ci darai i soldi se verrò nel motel con te?”, per
non parlare del fatto che stiamo parlando di una storia incentrata su una
passione, una perversione incontrollabile e ciò lo si percepisce benissimo
sebbene non ci sia nemmeno una scena minimamente sconcia. grande maestro il
signor kubrick, chapeau.
[Lolita, regia di Stanley Kubrick, 1962]
venerdì 29 agosto 2014
ho
inghiottito l’inferno, arroventato chiassoso e pieno di rocciosi spigoli
appuntiti. arroventato chiassoso e appuntito inferno dentro la mia carne.
nessuno può sapere. nessuno può capire.
mi
distacco per un attimo dal mio inferno per pensare a quanti iniziano a scrivere
un blog poi si stufano e smettono. per me è sanguinare, la mia valvola di sfogo
nel costato, la pugnalata che fa schizzare un poco del mio sangue. mera
esigenza. poco importa se qualcuno legge i miei schizzi insanguinati. chi
accoglie l’inferno dentro sé deve avere l’occasione di sanguinare. sennò muore
bruciato dal di dentro.
mi giro
di lato e sputo fuoco, tizzoni ardenti nelle mie viscere. belli i miei odierni
cd sparsi per terra attorno al lettore, radiohead, miles davis, un po’ di
blues, pumpkins, pearl jam, edie brickell, the wall. anche se, come diceva un
mio amico, all’inferno si ascolta marilyn manson. senza tonnellate di cerone
oggi sarei inguardabile per gli esseri umani. ma di quello ho la scorta, dio me
l’ha data in dotazione quando sono stato sputato su questo suolo. privilegi dei
pagliacci di nascita.
stanotte
se un serpente a sonagli mi mordesse creperebbe avvelenato. probabilmente, se
avesse un pizzico di istinto primordiale che tanto gli si confà, se ne starebbe
alla larga.
domenica 24 agosto 2014
faccio parte di quegli esseri celesti visibili a
tutti, vedo tutte le vostre gocce e i vostri peccati e i vostri piccoli spazi.
il tempo, ciò che più vi spaventa, non vi rendete conto che siete tutti fuori
tempo? le cose che m’importano non le so bene nemmeno io, ciò che non possiedo
non m’importa, questo sì. sono fatto di antimateria e ciò che voi vedete di me
è pura quisquilia. i vostri pensieri sono illusioni e le vostre illusioni,
diomio, sono così stupide. fate ancora quel giochino, vi schierate in due
parti, la maggior parte dalla parte dei buoni, gli altri con i cattivi. ma
quando la finirete di giocare? cercate di fuggire per tentare di non affondare.
siete un esercito di mercenari e vi pagano con illusioni così insignificanti.
nessuno ahimè è il soldato di se stesso. tutti soldati che cercano di fuggire
dalla noia. nessuno vuole farsi male. ognuno dev’essere la religione di se
stesso. io non sono nato per tentare di non affondare. chissà perché sono nato
per essere visibile ai vostri occhi. se riuscite a vedermi, perché non riuscite
a vedere le mie ferite? perché ognuno è perso nel suo piccolo mondo, nelle sue
piccole finzioni, nei suoi giochini senza senso.
martedì 19 agosto 2014
un morto, poco prima che i nuovi raggi solari toccassero
la terra sotto cui era sepolto, sognò, sogno di essere vivo. si svegliò
trafelato, con l’animo tutto agitato per quella sensazione che aveva quasi
dimenticato. appena sveglio, sciacquarsi il viso e guardarsi allo specchio per
assicurarsi di avere un aspetto presentabile nei confronti degli altri vivi.
poi preoccuparsi. preoccuparsi di fare una buona impressione con questo e
quello. sino a sera, quando ci si doveva preoccupare di fare bella figura con
questo o quell’altro. seduto sulla sua lapide pensò: la gente potrebbe
prendersi un anticipo sui benefici della morte: dovrebbe preoccuparsi molto,
molto meno.
giovedì 14 agosto 2014
voglia
di buio di battelliano silenzio antimondo di solitaria panchinetta autunnale.
essere libero nel mio nero privo di cazzate. un tuffo nel non-mondo. assenza
dei pensieri che impregnano l’aria e il terreno e i silenzi ultraterreni. ho il
viso struccato barbetta lunga nelle vene sangue bianco. adoro affondare nel mio
denso torbido tenebroso nero tutto petrolio e silenzio. e mentre sprofondo
mentre colo a picco percepisco le mille sfumature colorate donate dagli ultimi
brandelli di luce. prima che cali il sipario di spesso velluto nero.
prima
del buio nero zero più assoluto alcune invisibili microbollicine colorate che
col dito (o lo sguardo) faccio scoppiare e dalla silente deflagrazione nubi e
piccole piogge di parole che come scintille di colorati fuochi artificiali
danzano prima di accasciarsi al suolo spegnendosi.
il vuoto
è volo l’assenza di tutto un paio di ali. chi dice che ci si debba curare dal
niente? perché mettere gli occhiali se la vista è troppo aguzza? l’inquietudine
non è malattia è lo scenario di un animo particolarmente acuminato. seduto sul
pavimento vedo al contempo le altissime stelle e la formichina solitaria
sperduta nella mattonella bianca. adoro guardare il niente e non ascoltare ciò
che ha da dirmi.
sabato 9 agosto 2014
Sono la più bella
diciannovenne del mondo. Sono sola come una croce piantata in uno sterminato
camposanto di marmo bianco senza croci. Io l’unica croce in un oceano di vuoto
e di silenzio. Bevo la mia decima mezzolitro di acqua minerale. Sono pallida e
bellissima, il volto intorpidito da mille ore di sonno artificialmente indotto
e da totale assenza di luce solare e vita sociale e chiacchiere e volti e
rumori e bla bla bla. Gironzolo a caso nel mio monolocale, a piedi nudi, lo
sguardo sofficemente sbatte dove capita, finestra pareti pavimento soffitto. La
porta-finestra mi dice che è piena notte. Devo aver dormito per qualche secolo
almeno. Il mondo là fuori, ne sono sicura, non sarà cambiato di una virgola.
Accendo la sigaretta che stringo fra le morbide labbra. Infilo il cd,
track number two, even flow. Mi guardo
allo specchio e ammiro il mio pallore che farebbe arrossire d’invidia la luna e
le sue sorelle. Se la luna è distaccata dai pensieri degli uomini io sono la madre
dell’alienazione e dell’indifferenza. Quando comincia alive le culotte nere e
la t-shirt bianca cadono sul pavimento e m’infilo nella doccia. Questa notte è solo mia. I’m still alive.
lunedì 4 agosto 2014
le mie ossa non sbagliano mai, nemmeno quando le
scheggio impudentemente. mi graffio e sanguino e sto bene così, grazie. vagolo
nella mia strada fatta di un meraviglioso nulla. nella mia strada c’è una
splendida ombra. e piove. diceva il poeta "la mia strada non passa vicino alla tua casa, la mia strada non passa vicino alla casa di nessuno".
penso spesso alla morte. a quella degli umani. e
alla mia. credo che il mio più grande desiderio sia quello di arrivare in punto
di morte con la serenità che possiedo in questo momento. serenità nei confronti
della morte, intendo. vorrei sorridere mentre so che devo morire a breve. c’è
chi desidera un’auto nuova, chi una scopata, chi un anello con un diamante
grosso così. io desidero questo. arrivare in punto di morte con un lieve
sorriso interiore.
mercoledì 30 luglio 2014
le cose che sai ti possono uccidere, quelle sono le più
affascinanti, quelle più lontane dalla routine infernale. il sapore di andare
avanti, voltarsi con qualche lacrima e comunque andare avanti, non c’è niente
che ti faccia sentire così vivo. diceva lo scrittore “ una poesia che non
scaturisce dal dolore mi annoia, una poesia fatta di tutte le superfluità
dell’essere va oltre il fatto di annoiarmi, mi esaspera. non mi piacciono i
sentimenti di lusso, non mi piacciono le poesie del cibo ma quelle della
fame…”.
nella vita quante volte ti
sei spogliato? i momenti senza vestiti sono i migliori. che sia per fare
l’amore o per correre lungo un bosco dietro una preda da sbranare. lecco il
veleno sulle mie labbra. chiudo gli occhi e sogno il precipizio. niente di
meglio per dimenticare. e per restare solo, splendidamente solo.
venerdì 25 luglio 2014
requiem for a dream
ho
rivisto il film e ribadisco che la cosa più bella di quest’opera è senza dubbio
il titolo. ciò non significa che il film sia brutto o non mi sia piaciuto,
tutt’altro. semplicemente ha un titolo fantastico, suona bene e sintetizza a meraviglia
tutto il film, tutta la sua essenza.
una
signora oltre i sessanta, sola, con un figlio tossicodipendente, il suo sogno?
partecipare ad uno show televisivo. e per andare in tv, e riuscire ad indossare
il fantomatico vestito rosso che indossava nei tempi addietro, non esita ad
imbottirsi di pillole dimagranti, diventa una vera dipendente di quelle pillole
e finisce in un reparto di psichiatria dove le fanno l’elettroshock: sogno
andato a puttane.
il
figlio della signora di prima ha un amico, anche lui tossico. il suo sogno?
fare il colpaccio, comprare una grossa partita di droga, rivenderla e fare i
soldi. finisce in galera, la ragazza lo pianta e un altro sogno che va a
puttane.
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| jennifer connely, bella e brava |
il ritmo del racconto è piacevolmente compulsivo, soprattutto nelle scene tossiche ricorda un po’ trainspotting, gli attori sono piuttosto bravi e… il titolo è meraviglioso.
[requiem for a dream, regia di darren aronofsky,
usa 2000, cast: ellen burstyn,jared leto, jennifer connely]
venerdì 18 luglio 2014
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| keith jarrett- the koln concert (1975) |
sabato 12 luglio 2014
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| madonna della seggiola,1513 |
niente è più graffiante della voce di janis joplin.
perfetta, la sua voce, quando ti senti graffiare dal di dentro, quando le
inquietudini che hai sotto pelle ti sguazzano dentro come tanti pesciolini,
dotati di artigli, che nuotano nel tuo sangue pestilenziale. vorrei stare
sdraiato sull’erbetta umida di un cimitero desolato, naso insù, guardare le
stelle e il cielo nero. magari mentre gli spiriti di due morti fanno l’amore.
sesso + morte = sangue. boh, questa mi è venuta così. come tutte le parole che
vomito qui, del resto. e ingabbiarle nella mia scatola cranica e non riversarle
su questo foglio sarebbe spiacevole. spiacevole per loro, per le parole. una
specie di aborto, se capite cosa voglio dire. fatemi partorire, fatemi sanguinare
e non rompete. uno sparo nel privato della mia notte, sorrido al mio cadavere,
bevo un goccio di porto in suo onore. che bel sorriso dedico al mio cadavere.
quasi lo bacio con lo sguardo. quando giungerà l’alba, ne sono certo, gli
usignoli avranno una voce terribilmente stridula. e ci sarà anche
un’impalpabile pioggerellina a bagnare l’aria. e vorrei vedere, vorrei mi
venisse incontro, una madonna di Raffaello.
domenica 6 luglio 2014
in piena notte faccio due
passi nel mio piccolo paesetto del cass, peccato che non ci sia un fiume, c’è
qualche auto a disturbare il silenzio, qualche schiamazzo giovanile fuori dai
locali, risate dal basso quoziente intellettivo. le cose che per molti sono
piacevoli per altri possono essere spregevoli. chissà quanto si sente solo
l’ebreo errante, l’uomo che per non aver aiutato gesù fu condannato a
vagabondare fino alla fine dei secoli. attraverso i secoli sfiora ogni cosa,
ogni persona, i suoi occhi quante cose hanno visto. se avesse un grande talento
letterario chissà quante cose potrebbe scrivere, potrebbe realizzare il più bel
ritratto del mondo intero e dell’umanità tutta. tutto il mondo distillato da un
solo sguardo, elogio dell’individualità. be’, ora eccomi seduto sul pavimento
davanti a questo foglietto virtuale. una pacata inquietudine alberga nel mio
animo e se qualcuno mi chiedesse “perché?” gli risponderei mentalmente con un
“vaffanculo”. la passeggiatina notturna prosegue ora con la voce di lou reed
che mi canta walk on the wild side. un giorno una fossa sul suolo, come una
gigantesca vagina terrena, mi accoglierà e allora chissà a che buio o luce
andrò incontro. la morte, come la luna o la notte, è sempre uguale e sempre
diversa, a seconda che gli occhi che la guardano siano quelli di un adolescente
innamorato, di un vecchio spossato dalle sofferenze o di chissà chi. probabilmente
l’ebreo errante la vedrebbe come un insperato traguardo, una liberazione. probabilmente.
se un giorno lo incontro glielo chiedo e vi farò sapere. chissà se per me
arriverà, la morte, con gli artigli di un aquila o una carezza di un angelo,
chissà.
martedì 1 luglio 2014
che
pagliaccio di talento! magari proprio simpatico no, però so essere socialmente
normale, persino gradevole in una serata tutta circense tra birra e discorsi
incentrati su imu, sport e cose così. poi rientro a casa e mi sento un angelo
che può finalmente dispiegare le ali. poi rientro a casa e mi sento come in una
sala d’attesa, come quando aspetti un treno o il tuo turno dal dentista, solo
che non aspetto nulla. ma la sensazione è quella, essere solo in attesa di
qualcosa. e la cosa che aspetti non t’interessa poi un granché, la cosa
importante è che sei meravigliosamente solo, in compagnia della persona che
preferisci ovvero te stesso. mi regalo un sorriso, ora, tutto mio, solo per me.
stamattina mi sono svegliato presto per via
di un incubo che tartassava i miei nervi febbricitanti, tralascio i dettagli ma
c’era il signor hitler in persona completamente votato ad una caccia all’uomo e
la preda ero io. braccato, disperatamente in fuga in una città disastrata,
piena di macerie, angosciato e… ho detto che tralasciavo i dettagli, un po’ di
coerenza batt! ad ogni modo era per dire che ora sono stanco, domani giornata
di circo, dovrei dormire ma sono troppo stanco e inquieto per riposare. quindi
eccomi qui. m’infilzo un gluteo per colorare i miei globuli elettrizzati con un
po’ di chimica pace benzodiazepinica, stappo una bella bottigliona di leffe
ambrata 9° da 75ml, residuo di calcistica partita vista a casa mia con alcuni
pseudoamichetti (che pagliaccio di talento!). un allarme risuona lontano nella
notte urbana, l’allarme di un’auto insidiata, una sirena monotona, affascinante
quanto un discorso fatto all’interno della casa del grande fratello. io, chiuso
nella mia stanza, seduto sul pavimento, sono la pupilla di questa notte
insignificante. la temperatura della birra è appena passabile, nel mio frigo si
è nuovamente formato un immenso iceberg che una di queste notti si frammenterà
cadendo a pezzi producendo rumori che mi faranno pensare “che cazzo è? boh, chi
se ne frega”. però la qualità della birra è ottima. domani sarò pallido e
smorto, mi guarderò allo specchio e mi troverò adorabile.
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