sabato 13 settembre 2014

con una matita per il trucco dimenticata chissà-da-chi mi disegno sull’avambraccio sinistro un bel 17. seduto sul pavimento sono splendidamente solo. le persone spariscono e ciò che ci resta è come un’immagine virtuale, un’ombra a colori, la sagoma di un fantasma. non sono le persone in sé ad esserci vicine bensì le persone che abbiamo incrociato, voglio dire che le persone non sono immagini in diretta ma viventi ritagli della nostra memoria. anche se sono vive, in carne ed ossa, e possiamo incontrarle, toccarle, sentirle, in realtà le persone che incontriamo, sentiamo, tocchiamo sono le persone che abbiamo incrociato. per noi restano così, ferme al momento dell’incrocio degli sguardi.

lunedì 8 settembre 2014

Urbano pomeriggio solitario passo dopo passo dopo passo tra vetrine e gente con eleganti buste cartonate, gente silenziosa e sola, gente che parla per cercare di venderti qualcosa o per cercare d’illudersi di avere dei pensieri e una vita. La vostra adorata Cry in pieno centro cittadino, indosso un delizioso e delicato abitino di cotone a fiori molto casa-nella-prateria sfondo bianco e miliardi di microfiorellini perlopiù rosa e rossi, ai piedi i miei dr martens rosa a pois bianchi. Nessuno mi può avvicinare, sono più bella di una dea di una fata e di una stella tutte assieme. Unmetroesettantaquattro per quarantaseichiliesettecento d’incontaminata e fatata bellezza stronza e intoccabile. La più bella fatina perduta nel suo incantato bosco di asfalto vetrine e cemento. Cammino come un aggraziato soldato alieno a cui niente importa della sua missione nel vostro cazzo di pianeta di merda. Forse un secolo che non uscivo dal mio monolocale al tredicesimo, mi sgranchisco le gambe mentre la mia pelle lunare accarezza un po’ di sano smog cittadino. I miei occhi sono più neri del solito incorniciati da soffici ciglia mascarate, specchi neri che riflettono cose che non m’interessano. Voglia di camminare. Passo dopo passo dopo passo. Un’ora fa ho incontrato il mio chimico bottegaio farmaceutico, seduti ad un tavolino mi ha dato la sua busta il kit perfetto di sciroppi e caramelle per una provetta e pervertita bambina chimicamente viziosa. Roba da farci tanti bei picnic sul prato di marmo del mio monolocale. Rallento il passo senza fermarmi per posare dentro un vecchio cappello accanto a un vecchio cane e un vecchio senza una gamba una manciata di banconote. A parte le chimiche sostanze è l’unico shopping che oggi mi concedo. Decido di fare un salto nella profumeria dove lavora Senia. La trovo dietro un bancone di lucido rovere senza polvere, mi sorride coi suoi occhi verdi i capelli color miele e le labbra color ciliegia. Ci sono due signore che parlano con Senia e l’altra commessa, io prendo e riposo a casaccio matite, mascara e eyeliner lei si congeda dalla cliente con cui parlava e mi si avvicina con un altro sorriso che significa “hey, ciao Cry” le rispondo con un sorriso di soli occhi “sei adorabile questo vestitino è un amore” mi dice. “Prendo questa” le dico tenendo tra pollice e indice una matita qualunque, si allontana un momento e torna con una bustina di cartoncino arancione, “per la matita sono sei euro, questi provali pure poi mi farai sapere” dice con tono un poco formale per via delle persone che origliano, “una di queste sere ci si vede” dico uscendo alla mia amica Senia. Cammino ancora poi entro in un locale stretto e lungo praticamente vuoto, mi siedo ad un tavolino mi rialzo mi dirigo alla toilette e dico all’uomo dietro al bancone “un Jack Daniels… doppio senza ghiaccio”, davanti allo specchio mi spruzzo sul collo il profumo regalatomi da Senia nella busta arancione, abbandono la prismatica boccetta azzurrognola sul lavandino, pesco dalla busta un rossetto color prugna che applico abbondante sulle labbra, bacio lo specchio e scrivo col rossetto “guardate il riflesso di un sogno e pisciate come se fosse l’ultima volta” torno al tavolino e trovo il mio doppio jack senza ghiaccio. Prendo una pasticchetta bianca dalla bustina del pusher-farmacologico, una pasticchetta bianca con un riga nel mezzo che sembra un anemico chicco di caffè privo di aroma, dalla busta arancione prendo uno smalto verde smeraldo e coloro meticolosamente quella righina mediana poi butto giù insieme ad una sorsata di jack. Arrivano due o tre ragazzi si siedono non lontani da me e parlottano guardandomi, io faccio cadere una lacrima di smalto nel centro del bicchiere con poco jack, agito a mezz’aria il bicchiere e trangugio tutto quanto d’un fiato. Loro parlottano e ridacchiano io  li mando mentalmentea fare in culo. 

mercoledì 3 settembre 2014

lolita

questi occhiali furono una pura invenzione pubblicitaria, nel film non ci sono!
è una di quelle perversioni che mette tutti d’accordo, la pedofilia. tutti s’inorridiscono davanti ad essa. ma non è proprio di pedofilia che voglio parlare. voglio parlare della soggettività di uno sguardo, di un punto di vista che ti offre un’opera letteraria o cinematografica. nel romanzo di nabokov, ancor più che nei film di kubrick o di adrien lyne (il remake del 1997), è palese che il professore humbert è un pedofilo. la scintilla che percepisce quando vede per la prima volta lolita non è un fulmine a ciel sereno, prima di lolita c’erano le panchine dei parchi, dove il professore sbirciava oltre il giornale e fantasticava su quelle che lui chiamava “ninfette”. quindi d’accordo, ecco nella vostra mente farsi largo pensieri tipo “è un mostro, un porco, merita la forca o la galera”. non voglio fare un’arringa difensiva quindi non dirò che alla base di quella sua perversione c’è il suo amore adolescenziale, sbocciato sulla costa azzurra, che morì di tisi, mi pare. e lui, in ogni ninfetta, rivedeva quel suo amore, quella sua ragazza morta così giovane. e poi, quelle ninfette, come le chiama lui, sono bambine, ragazzine che possiedono qualcosa di malizioso, qualcosa, forse nel loro inconscio, che stride con l’innocenza che dovrebbero avere. insomma, non sono certo qui per giustificare la pedofilia. forzare una persona a fare ciò che non vuole o ciò che non comprende appieno è sempre esecrabile. ciò che volevo evidenziare (cosa volevo evidenziare? mi stavo perdendo nelle mie parole…) è il punto di vista, ovvero come, attraverso un’opera d’arte, possiamo guardare attraverso gli occhi di un personaggio, guardare e sentire, percepire le cose. e, se l’artista è bravo, riesci benissimo a posizionarti dietro gli occhi e il cervello del personaggio e vedere così le cose come non le vedresti con il tuo cervello e i tuoi occhi. ecco, ciò che volevo sottolineare l’ho sottolineato. ora potrei sprecare chissà quante parole per elogiare il film di kubrick (e il romanzo, ma anche il remake del film non è male). ci sono così tante scene memorabili, la scelta della casa da affittare per via “delle torte di ciliegie”, il lento e angosciante inseguimento automobilistico, il tavolo da ping pong, il finale quando lei dice “dunque mi stai dicendo che ci darai i soldi se verrò nel motel con te?”, per non parlare del fatto che stiamo parlando di una storia incentrata su una passione, una perversione incontrollabile e ciò lo si percepisce benissimo sebbene non ci sia nemmeno una scena minimamente sconcia. grande maestro il signor kubrick, chapeau. 

 [Lolita, regia di Stanley Kubrick, 1962]

venerdì 29 agosto 2014

ho inghiottito l’inferno, arroventato chiassoso e pieno di rocciosi spigoli appuntiti. arroventato chiassoso e appuntito inferno dentro la mia carne. nessuno può sapere. nessuno può capire.
mi distacco per un attimo dal mio inferno per pensare a quanti iniziano a scrivere un blog poi si stufano e smettono. per me è sanguinare, la mia valvola di sfogo nel costato, la pugnalata che fa schizzare un poco del mio sangue. mera esigenza. poco importa se qualcuno legge i miei schizzi insanguinati. chi accoglie l’inferno dentro sé deve avere l’occasione di sanguinare. sennò muore bruciato dal di dentro.
mi giro di lato e sputo fuoco, tizzoni ardenti nelle mie viscere. belli i miei odierni cd sparsi per terra attorno al lettore, radiohead, miles davis, un po’ di blues, pumpkins, pearl jam, edie brickell, the wall. anche se, come diceva un mio amico, all’inferno si ascolta marilyn manson. senza tonnellate di cerone oggi sarei inguardabile per gli esseri umani. ma di quello ho la scorta, dio me l’ha data in dotazione quando sono stato sputato su questo suolo. privilegi dei pagliacci di nascita.
stanotte se un serpente a sonagli mi mordesse creperebbe avvelenato. probabilmente, se avesse un pizzico di istinto primordiale che tanto gli si confà, se ne starebbe alla larga. 

domenica 24 agosto 2014

faccio parte di quegli esseri celesti visibili a tutti, vedo tutte le vostre gocce e i vostri peccati e i vostri piccoli spazi. il tempo, ciò che più vi spaventa, non vi rendete conto che siete tutti fuori tempo? le cose che m’importano non le so bene nemmeno io, ciò che non possiedo non m’importa, questo sì. sono fatto di antimateria e ciò che voi vedete di me è pura quisquilia. i vostri pensieri sono illusioni e le vostre illusioni, diomio, sono così stupide. fate ancora quel giochino, vi schierate in due parti, la maggior parte dalla parte dei buoni, gli altri con i cattivi. ma quando la finirete di giocare? cercate di fuggire per tentare di non affondare. siete un esercito di mercenari e vi pagano con illusioni così insignificanti. nessuno ahimè è il soldato di se stesso. tutti soldati che cercano di fuggire dalla noia. nessuno vuole farsi male. ognuno dev’essere la religione di se stesso. io non sono nato per tentare di non affondare. chissà perché sono nato per essere visibile ai vostri occhi. se riuscite a vedermi, perché non riuscite a vedere le mie ferite? perché ognuno è perso nel suo piccolo mondo, nelle sue piccole finzioni, nei suoi giochini senza senso. 

martedì 19 agosto 2014

un morto, poco prima che i nuovi raggi solari toccassero la terra sotto cui era sepolto, sognò, sogno di essere vivo. si svegliò trafelato, con l’animo tutto agitato per quella sensazione che aveva quasi dimenticato. appena sveglio, sciacquarsi il viso e guardarsi allo specchio per assicurarsi di avere un aspetto presentabile nei confronti degli altri vivi. poi preoccuparsi. preoccuparsi di fare una buona impressione con questo e quello. sino a sera, quando ci si doveva preoccupare di fare bella figura con questo o quell’altro. seduto sulla sua lapide pensò: la gente potrebbe prendersi un anticipo sui benefici della morte: dovrebbe preoccuparsi molto, molto meno. 

giovedì 14 agosto 2014

voglia di buio di battelliano silenzio antimondo di solitaria panchinetta autunnale. essere libero nel mio nero privo di cazzate. un tuffo nel non-mondo. assenza dei pensieri che impregnano l’aria e il terreno e i silenzi ultraterreni. ho il viso struccato barbetta lunga nelle vene sangue bianco. adoro affondare nel mio denso torbido tenebroso nero tutto petrolio e silenzio. e mentre sprofondo mentre colo a picco percepisco le mille sfumature colorate donate dagli ultimi brandelli di luce. prima che cali il sipario di spesso velluto nero.

prima del buio nero zero più assoluto alcune invisibili microbollicine colorate che col dito (o lo sguardo) faccio scoppiare e dalla silente deflagrazione nubi e piccole piogge di parole che come scintille di colorati fuochi artificiali danzano prima di accasciarsi al suolo spegnendosi.

il vuoto è volo l’assenza di tutto un paio di ali. chi dice che ci si debba curare dal niente? perché mettere gli occhiali se la vista è troppo aguzza? l’inquietudine non è malattia è lo scenario di un animo particolarmente acuminato. seduto sul pavimento vedo al contempo le altissime stelle e la formichina solitaria sperduta nella mattonella bianca. adoro guardare il niente e non ascoltare ciò che ha da dirmi.

sabato 9 agosto 2014

Sono la più bella diciannovenne del mondo. Sono sola come una croce piantata in uno sterminato camposanto di marmo bianco senza croci. Io l’unica croce in un oceano di vuoto e di silenzio. Bevo la mia decima mezzolitro di acqua minerale. Sono pallida e bellissima, il volto intorpidito da mille ore di sonno artificialmente indotto e da totale assenza di luce solare e vita sociale e chiacchiere e volti e rumori e bla bla bla. Gironzolo a caso nel mio monolocale, a piedi nudi, lo sguardo sofficemente sbatte dove capita, finestra pareti pavimento soffitto. La porta-finestra mi dice che è piena notte. Devo aver dormito per qualche secolo almeno. Il mondo là fuori, ne sono sicura, non sarà cambiato di una virgola. Accendo la sigaretta che stringo fra le morbide labbra. Infilo il cd, track number two, even flow. Mi guardo allo specchio e ammiro il mio pallore che farebbe arrossire d’invidia la luna e le sue sorelle. Se la luna è distaccata dai pensieri degli uomini io sono la madre dell’alienazione e dell’indifferenza. Quando comincia alive le culotte nere e la t-shirt bianca cadono sul pavimento e m’infilo nella doccia.  Questa notte è solo mia. I’m still alive.

lunedì 4 agosto 2014

le mie ossa non sbagliano mai, nemmeno quando le scheggio impudentemente. mi graffio e sanguino e sto bene così, grazie. vagolo nella mia strada fatta di un meraviglioso nulla. nella mia strada c’è una splendida ombra. e piove. diceva il poeta "la mia strada non passa vicino alla tua casa, la mia strada non passa vicino alla casa di nessuno".

penso spesso alla morte. a quella degli umani. e alla mia. credo che il mio più grande desiderio sia quello di arrivare in punto di morte con la serenità che possiedo in questo momento. serenità nei confronti della morte, intendo. vorrei sorridere mentre so che devo morire a breve. c’è chi desidera un’auto nuova, chi una scopata, chi un anello con un diamante grosso così. io desidero questo. arrivare in punto di morte con un lieve sorriso interiore.

mercoledì 30 luglio 2014

le cose che sai ti possono uccidere, quelle sono le più affascinanti, quelle più lontane dalla routine infernale. il sapore di andare avanti, voltarsi con qualche lacrima e comunque andare avanti, non c’è niente che ti faccia sentire così vivo. diceva lo scrittore “ una poesia che non scaturisce dal dolore mi annoia, una poesia fatta di tutte le superfluità dell’essere va oltre il fatto di annoiarmi, mi esaspera. non mi piacciono i sentimenti di lusso, non mi piacciono le poesie del cibo ma quelle della fame…”.
nella vita quante volte ti sei spogliato? i momenti senza vestiti sono i migliori. che sia per fare l’amore o per correre lungo un bosco dietro una preda da sbranare. lecco il veleno sulle mie labbra. chiudo gli occhi e sogno il precipizio. niente di meglio per dimenticare. e per restare solo, splendidamente solo. 

venerdì 25 luglio 2014

requiem for a dream

ho rivisto il film e ribadisco che la cosa più bella di quest’opera è senza dubbio il titolo. ciò non significa che il film sia brutto o non mi sia piaciuto, tutt’altro. semplicemente ha un titolo fantastico, suona bene e sintetizza a meraviglia tutto il film, tutta la sua essenza.
una signora oltre i sessanta, sola, con un figlio tossicodipendente, il suo sogno? partecipare ad uno show televisivo. e per andare in tv, e riuscire ad indossare il fantomatico vestito rosso che indossava nei tempi addietro, non esita ad imbottirsi di pillole dimagranti, diventa una vera dipendente di quelle pillole e finisce in un reparto di psichiatria dove le fanno l’elettroshock: sogno andato a puttane.
il figlio della signora di prima ha un amico, anche lui tossico. il suo sogno? fare il colpaccio, comprare una grossa partita di droga, rivenderla e fare i soldi. finisce in galera, la ragazza lo pianta e un altro sogno che va a puttane.
jennifer connely, bella e brava
il figlio tossico della signora, sempre quella della tv, è fidanzato con una bella ragazza, i due fidanzatini sono tossici entrambi, lui spera di fare il colpaccio insieme al suo amico, guadagnare una bella somma di denaro e aiutare la fidanzata ad aprire un atelier di moda. finisce che lui manda la fidanzata a prostituirsi per procurarsi la roba. altro sogno andato a puttane. requiem for a dream, potrebbe esserci un titolo migliore?


il ritmo del racconto è piacevolmente compulsivo, soprattutto nelle scene tossiche ricorda un po’ trainspotting, gli attori sono piuttosto bravi e… il titolo è meraviglioso.

[requiem for a dream, regia di darren aronofsky, usa 2000, cast: ellen burstyn,jared leto, jennifer connely]

venerdì 18 luglio 2014

keith jarrett- the koln concert (1975)
piove, ascolto the koln concert-keith jarrett, ovviamente seduto sul pavimento della mia stanza. un invisibile denso e grigio succo vischioso ammanta il mio scheletro. malinconia, dal greco mèlanos (nero) e cholè, bile nera, umor nero. dev’essere quella cosa lì, che avviluppa la mia pelle come un opprimente mantello e non fa respirare muscoli, carne, ossa e globuli d’ogni colore. un abbraccio di petrolio, anche se a me piace di più associarlo al grigio, ad un denso e appiccicoso grigiore. ma non sto affatto male, anche perché posso evitare di fingermi roseo e normale. poi qui, seduto sul pavimento, sento che il mio sangue scorre placido come un ruscello di montagna, di quelli la cui bellezza consiste nella loro totale trasparenza, nel loro essere cristallini, nella loro incapacità di nascondere le cose. mi sento quasi come accadeva in qualche mia altra vita, quando con un’overdose di insulina inducevano il mio corpo ad uno stato di coma e allora tutte le molecole del mio organismo rallentavano il loro moto, rallentavano e l’energia lentamente svaniva dal mio corpo, diventavo freddo, perfetto come il vetro, e una serenità quasi disumana s’impossessava di me e nessun vento soffiava, nessuna voce bisbigliava, nessun calore mi sfiorava.  una pace così perfetta, profonda e silenziosa voi non sapete nemmeno immaginarvela. altro che centri benessere, parchi di divertimento o centri commerciali. 

sabato 12 luglio 2014

madonna della seggiola,1513
niente è più graffiante della voce di janis joplin. perfetta, la sua voce, quando ti senti graffiare dal di dentro, quando le inquietudini che hai sotto pelle ti sguazzano dentro come tanti pesciolini, dotati di artigli, che nuotano nel tuo sangue pestilenziale. vorrei stare sdraiato sull’erbetta umida di un cimitero desolato, naso insù, guardare le stelle e il cielo nero. magari mentre gli spiriti di due morti fanno l’amore. sesso + morte = sangue. boh, questa mi è venuta così. come tutte le parole che vomito qui, del resto. e ingabbiarle nella mia scatola cranica e non riversarle su questo foglio sarebbe spiacevole. spiacevole per loro, per le parole. una specie di aborto, se capite cosa voglio dire. fatemi partorire, fatemi sanguinare e non rompete. uno sparo nel privato della mia notte, sorrido al mio cadavere, bevo un goccio di porto in suo onore. che bel sorriso dedico al mio cadavere. quasi lo bacio con lo sguardo. quando giungerà l’alba, ne sono certo, gli usignoli avranno una voce terribilmente stridula. e ci sarà anche un’impalpabile pioggerellina a bagnare l’aria. e vorrei vedere, vorrei mi venisse incontro, una madonna di Raffaello. 

domenica 6 luglio 2014

in piena notte faccio due passi nel mio piccolo paesetto del cass, peccato che non ci sia un fiume, c’è qualche auto a disturbare il silenzio, qualche schiamazzo giovanile fuori dai locali, risate dal basso quoziente intellettivo. le cose che per molti sono piacevoli per altri possono essere spregevoli. chissà quanto si sente solo l’ebreo errante, l’uomo che per non aver aiutato gesù fu condannato a vagabondare fino alla fine dei secoli. attraverso i secoli sfiora ogni cosa, ogni persona, i suoi occhi quante cose hanno visto. se avesse un grande talento letterario chissà quante cose potrebbe scrivere, potrebbe realizzare il più bel ritratto del mondo intero e dell’umanità tutta. tutto il mondo distillato da un solo sguardo, elogio dell’individualità. be’, ora eccomi seduto sul pavimento davanti a questo foglietto virtuale. una pacata inquietudine alberga nel mio animo e se qualcuno mi chiedesse “perché?” gli risponderei mentalmente con un “vaffanculo”. la passeggiatina notturna prosegue ora con la voce di lou reed che mi canta walk on the wild side. un giorno una fossa sul suolo, come una gigantesca vagina terrena, mi accoglierà e allora chissà a che buio o luce andrò incontro. la morte, come la luna o la notte, è sempre uguale e sempre diversa, a seconda che gli occhi che la guardano siano quelli di un adolescente innamorato, di un vecchio spossato dalle sofferenze o di chissà chi. probabilmente l’ebreo errante la vedrebbe come un insperato traguardo, una liberazione. probabilmente. se un giorno lo incontro glielo chiedo e vi farò sapere. chissà se per me arriverà, la morte, con gli artigli di un aquila o una carezza di un angelo, chissà. 

martedì 1 luglio 2014

che pagliaccio di talento! magari proprio simpatico no, però so essere socialmente normale, persino gradevole in una serata tutta circense tra birra e discorsi incentrati su imu, sport e cose così. poi rientro a casa e mi sento un angelo che può finalmente dispiegare le ali. poi rientro a casa e mi sento come in una sala d’attesa, come quando aspetti un treno o il tuo turno dal dentista, solo che non aspetto nulla. ma la sensazione è quella, essere solo in attesa di qualcosa. e la cosa che aspetti non t’interessa poi un granché, la cosa importante è che sei meravigliosamente solo, in compagnia della persona che preferisci ovvero te stesso. mi regalo un sorriso, ora, tutto mio, solo per me.

 stamattina mi sono svegliato presto per via di un incubo che tartassava i miei nervi febbricitanti, tralascio i dettagli ma c’era il signor hitler in persona completamente votato ad una caccia all’uomo e la preda ero io. braccato, disperatamente in fuga in una città disastrata, piena di macerie, angosciato e… ho detto che tralasciavo i dettagli, un po’ di coerenza batt! ad ogni modo era per dire che ora sono stanco, domani giornata di circo, dovrei dormire ma sono troppo stanco e inquieto per riposare. quindi eccomi qui. m’infilzo un gluteo per colorare i miei globuli elettrizzati con un po’ di chimica pace benzodiazepinica, stappo una bella bottigliona di leffe ambrata 9° da 75ml, residuo di calcistica partita vista a casa mia con alcuni pseudoamichetti (che pagliaccio di talento!). un allarme risuona lontano nella notte urbana, l’allarme di un’auto insidiata, una sirena monotona, affascinante quanto un discorso fatto all’interno della casa del grande fratello. io, chiuso nella mia stanza, seduto sul pavimento, sono la pupilla di questa notte insignificante. la temperatura della birra è appena passabile, nel mio frigo si è nuovamente formato un immenso iceberg che una di queste notti si frammenterà cadendo a pezzi producendo rumori che mi faranno pensare “che cazzo è? boh, chi se ne frega”. però la qualità della birra è ottima. domani sarò pallido e smorto, mi guarderò allo specchio e mi troverò adorabile.