domenica 24 gennaio 2010

una notte come questa...

è una notte fredda e statica, il freddo sembra fissare ogni forma di vita, i rami spogli e scheletriti sono velati da una patina ghiacciata, gli uccelli dormono chissà dove, il cielo è la superficie di un mare scuro senza scogli o increspature, anche il vento se ne sta alla larga, nemmeno un pensiero aleggia nell’aria, mi sento come nel centro di una città disabitata. sono solo, sento affiorare dal mio profondo un silenzio, un silenzio che alla maggior parte delle persone farebbe paura, farebbe gelare il sangue nelle vene. io lo ascolto, inspirando profondamente, lo ascolto e mi trasmette una solitudine che sa di condanna e di libertà, la condanna e la libertà di chi non scende a patti con il mondo. mi viene in mente una tristissima canzone di paolo conte intitolata “lo scapolo”, una voce lamentosa e sconsolata racconta di una persona gradevole e stimata a cui tante donne hanno detto “sei tu che volevo” ma, alla fine, tutte quante si accasano solo per “salvare la faccia e avere la minestra sicura” e, il nostro scapolo, si ritrova a chiedersi “perché nessuna vuole condividere con me una notte triste come questa?”
accendo una merit ed esco sul balcone, l’aria è fredda e penetrante, osservo ancora il cielo: un grigio pesante che sfuma gradualmente su un arancione spento man mano che si avvicina alla punta ferrea degli alberi, sembra che dietro quegli alberi ci sia un piccolo camino acceso emanante una luce fioca priva di tepore. il silenzio, quel silenzio lo sento ancora. immergo lo sguardo e tutto l’animo in quel silenzio, resto solo con me stesso, ancora più solo di prima. alcune ore fa conversavo e socializzavo con il viso truccato e il mio bel nasino rosso. quelle ore sembrano lontane secoli, tutto il pubblico ha abbandonato gli spalti, sul palco sono solo, col viso struccato, le luci di scena sono spente, il palco non è più un palco. sono solo con me stesso. mi dico che se sono in grado di sentire ancora questo silenzio vuol dire che non mi sono ancora suicidato, non mi sono ancora “zombiezzato”. accenno un piccolo sorriso pensando che ancora riesco ad essere spietatamente sincero con me stesso, ammettere questa sconfinata solitudine significa non prendersi per i fondelli, non inventarsi delle comode bugie soffici e rassicuranti come confortevoli poltrone su cui sprofondare placidamente. mi sorrido pensando che là fuori ci sono un sacco di persone morte, accoccolate nei loro sonni scialbi e insignificanti. per loro la minestra è sicura. a stomaco vuoto sorrido, malinconicamente e beatamente sorrido. felice di non condividere con nessuno una notte come questa. amen.

venerdì 22 gennaio 2010

lettera aperta. senza troppi giri di parole, dedicata a te, bambi. perché pubblicarla qui, alla luce del sole? per dirti che ti stimo molto, perché magari alla mia può aggiungersi qualche altra voce lucida, equilibrata, saggia, perché questo blog è un contenitore per i miei pensieri e perché non ho intenzione di scrivere niente di scandaloso. se comunque ti dà fastidio, elimino subito senza esitare.
l’adolescenza, si sa, è un fase critica, forse semplicemente perché gli errori che si possono commettere non possono più essere condonati con l’attenuante dell’ingenuità infantile. una fase critica, questo lo si dice spesso e non voglio ribadire concetti assodati. qualche giorno fa mi sono sorpreso a chiedere (a xonix? a plastilina? boh… ) “secondo te come starà bambi in futuro?” mi sono sorpreso ad essere preoccupato. preoccupato per il futuro di una giovane lama affilata. spesso mi viene in mente la frase “sono le lame più affilate quelle maggiormente soggette a spezzarsi”. la precocità, l’acutezza, l’affilatezza sono qualità che rendono diversi. la diversità genera distacco, solitudine (parlo di distacco e solitudine interiore). l’isolamento è un fardello gravoso, per sostenerlo ci vogliono spalle forti e una struttura mentale compatta, temprata. tre frasi di tre grandi scrittori emergono dalla mia mente, tre frasi che sento molto mie :



Più si è raffinati, più si soffre. (A.Cechov)
La solitudine è come una lente
d’ingrandimento, se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male
stai malissimo. (Giacomo Leopardi)
Bisogna essere molto forti per amare la
solitudine. (Pier Paolo Pasolini)


come ho detto, mi sono sorpreso ad essere preoccupato. una preoccupazione serena e pacata, forse perché scaturita da un qualcosa che non ha l’immediatezza di un imprevisto, non si tratta di una tegola che cade inaspettatamente sul capo. inoltre si tratta di una cosa bella, una fortuna. una fortuna appuntita, delicata, spinosa ma pur sempre una fortuna. non dubito della robustezza delle tue spalle, della consistenza della tua mente, semplicemente mi andava di esprimere la mia (ripeto, serena e pacata) preoccupazione, tutto qua. concludo con una richiesta, io che non amo tanto farne. sei una splendida quattordicenne. non dimenticare queste due cose. sia che sei splendida ma anche che sei una quattordicenne. vivi da quattordicenne. magari, se può esserti d’aiuto, pensa ogni tanto ad un pagliaccio ebbro. tengo dei corsi di teoria clownesca , ogni mercoledì e venerdì dalle 16 alle 18 ehehehehheeh. scherzo.

con stima e affetto, ilbatt

mercoledì 20 gennaio 2010

autoritratto

.
.
ardendo
mi osservo piangendo
la triste bellezza preziosa
sfiorendo rivela
la sua intima essenza
scabrosa
.
una quiete
dannata e sinuosa
nel fondo
oscuro e angoscioso
riposa pacata
e indolente
.
un lampo remoto
simile a luce lunare
insolente e viziosa
rifulge nel mio animo
svogliato e morente
.

lunedì 18 gennaio 2010

titoli di coda...

sbilanciarsi rivelando sensazioni ma restando sempre a dèbita distanza, come dire di voler morire e gettarsi giù da un ponte ma indossando un salvagente. scrivere qui è la dimostrazione di coraggio di un’anima che non vuole infangarsi, chiacchiere coraggiose di un’anima mascherata. certi folli, che vivono una vita dissennata e che ai nostri occhi appaiono semplicemente stravaganti, certi folli che non si piegano e che finiscono per suicidarsi, loro, oh si, loro hanno coraggio. il coraggio io lo esprimo non lasciandomi avvicinare intimamente, non scanso la sofferenza inventandomi un personaggio che non riconoscerei guardandomi allo specchio. ho il coraggio di percorrere la strada della solitudine fino in fondo, questo me lo concedo e mi sento bello mentre lo scrivo. in molti dicono che ci vuole coraggio a mostrarsi agli altri, io ho il coraggio di non farmi avvicinare, e ne pago consapevolmente le conseguenze. sono un battello fantasma in mezzo a un mare di nebbia, questo sono realmente. il corpo mediocre che vedono tutti quanti. quello che fa un lavoro mediocre, che ha abitudini mediocri, quella è la semplice proiezione di una pellicola girata per i molteplici sguardi miopi che mi circondano. proseguo alla deriva nel mio mare, proseguo a proiettare il film. tra i titoli di coda scorrerà la frase “non avete mai capito un cazzo! “ eheheheeheheheheh

martedì 12 gennaio 2010

ho voglia di arte, la mia anima ha voglia di commuoversi, piangere, emozionarsi. domani credo andrò a trovare il mio caravaggio. e raffaello, tiziano, tintoretto, bramante. piangere in silenzio, vedendo cose che la gente comune non vede. sentire le cose “diversamente”. sarò un’anima immersa, rapita, assorta, un’anima incastonata in un volto da pagliaccio. nudo in mezzo a tanta gente che vedrà i miei vestiti camminare come gli indumenti dell’uomo invisibile. di me vedono solo i miei vestiti. la superficie, la punta dell’iceberg. il continente sommerso, visione preclusa ad occhi miopi. vivo in un mondo fatto di miopia dilagante, straripante sfoggio di futilità.

lunedì 11 gennaio 2010

passata l’una di notte, il grido selvaggio di jim morrison echeggia nel silenzio della notte, la suoneria del mio cellulare. ogni tanto rispondo alle telefonate. rispondo. “ma tu hai una vita? io credo di non avere una vita …”. la mia amica matta, instabile nelle sue incertezze intrise di vana depressione esistenziale. “sono su facebook, tutti quanti hanno una vita, chi ha i figli, chi fa volontariato, chi è satanista… io non ho una vita” . lapidario rispondo “tu invidi quelle persone? pensi siano più ricche di te?” mi conosce e mi risponde prontamente di no, che non le invidia, sa che mi arrabbierei e tuonerei le mie teorie sulla percentuale vicina al 100% di persone mediocri e profonde quanto un fossato scavato con una taglierina spuntata. ha voglia di parlare, l’accontento per cinque minuti. cinque minuti sono bontà , al sesto minuto scatterebbe una solidarietà venata d’ipocrisia. non sono seduto su uno sgabello di un consultorio della caritas. la bontà mi suggerisce l’ultima frase “vabbè, dopodomani facciamo colazione assieme al bar…”. chiudo la telefonata.

ora, le quattro del mattino. penso alla mia vita spogliata di tutte le cazzate che “la gente” chiama vita. mi vedo a vagabondare indolente e menefreghista, incurante delle persone che mi attorniano, del mondo intero. mi vedo a non preoccuparmi delle cazzate, a vivere facendo solo quello che mi va, vivere con la mia anima che respira a pieni polmoni, la mia anima all’aria aperta. la gente vedrebbe uno sconsiderato, un folle sbandato. mmmmmm devo scappare e interrompere i miei pensieri, vabbè……

giovedì 7 gennaio 2010

da qualche ora ascolto gli ‘stones, mi dedico a fare un po’ di pulizia nella casella di posta elettronica. alcune mail restano lì, impassibili come aiuole un po’ sfiorite, altre, più recenti, resistono ugualmente alla mia impudente gomma per cancellare. altre vengono spazzate via, in fretta, senza soffermarmi con la memoria.

quanto sono vuote, banali, leggere e inconsistenti le persone che mi circondano, diomio, mi sento così diverso dalla cornice e dallo sfondo del quadro che sono costretto ad abitare . delle volte penso, e lo faccio sempre con più forte convinzione, di essere stato partorito da qualche nobile e inarrivabile dea solitaria, partorito da bellissime cosce ultraterrene in un luogo isolato, illuminato dalla luce della luna. partorito e abbandonato su questo suolo che non mi appartiene. penso alla mia nobile e bellissima dama ottocentesca, lei che non mi abbandona mai, pensieri incestuosi animano la mia immaginazione. tra gli dèi queste cose, dopotutto, non sono certo infrequenti. gioco un po’ con la mia fantasia, penso all’unicità del mio sangue, sono una creatura senza padri, antenati, avi e tutta quella roba lì. e senza discendenti. nato solo, vissuto solo, morirò solo. amen.

sabato 2 gennaio 2010

cazzo le cinque del mattino. mettermi a letto sarebbe una sterile messinscena. appena deposti i panni del pagliaccio. ora il viso pallido e senza trucco, lo sguardo e l'animo sereni ma di una serenità insensibile e disinteressata. il sole deve ancora sorgere, ho cercato invano di eclissarmi ma eccomi qua. solo con me stesso. ho spento anche la musica. solo con me stesso. il rumore dei tasti e lo sguardo sullo schermo. ogni tanto un'occhiata alla finestra ma c'è ancora buio. mi ritrovo solo con me stesso. quante volte questa sensazione. un'occhiata alla gabbietta dei canarini, ultimamente ho sconvolto anche il loro orologio biologico, non capiscono più un cazzo di quando sia giorno e quando sia notte. sparsi attorno al divano, per terra, libri di poesie, rimbaud-baudelaire-artaud-campana-blake, il mio taccuino in cuoio scuro, il diaro della mia Cry, fogli scritti a mano, parole abbozzate, frasi imperfette ed incompiute, idee interrotte e frammentarie. roba da cestinare al prossimo giro di pulizie domestiche. sono stranamente lucido e acuminato. nessuno mi vedrà mai in questo modo. siete tutti degli astronauti, io l'unico essere calzato di pelle umana. provo a tendere l'orecchio ma non sento il sangue scorrere. mi guardo le mani, amo le mie mani, le trovo bellissime. quando sarò morto emanerò per pochi attimi una specie di nebbiolina, come un fiammifero appena spento. nessuno potrà vederla, quell'anomala foschia spirituale. sarò semplicemente un corpo freddo e morto. quella che vedrete sarà la carcassa di un battello da secoli ormeggiato nel deserto.

martedì 29 dicembre 2009

la mia stagione dell'inquietudine...

ora sono un armonioso paesaggio silenzioso e innevato. immutabile e incorrompibile da grida e schiamazzi d’ogni sorta. niente e nessuno mi può avvicinare, niente e nessuno può macchiare il mio splendido manto bianco. distante da tutto quanto. distante da tutti.
per star bene, verrebbe da pensare, basterebbe che non esistessero sofferenze del fisico o dell’animo. basterebbe che nel nostro paesaggio interiore non soffiassero i venti chiamati ansia, inquietudine, preoccupazione, angoscia, timore. l’assenza di simili venti dovrebbe garantirci il benessere, la presenza dovrebbe negarcelo. penso a un periodo della mia vita, la mia stagione dell’inquietudine. nel mio animo soffiavano mille di quei suddetti venti, bufere e burrasche imperversavano ma… non posso dire che stavo male. ricordo quel periodo con piacere. a quei tempi ero un paesaggio carico di colori intensi, atmosfere plumbee, fiamme di falò a rischiarare notti corredate di danze e tamburi. non c’era staticità eppure non stavo male. mmmmmm non stavo male… non so se potete capirmi. soffrivo e sguazzavo in acque angosciose ed elettriche eppure ricordo con piacere quell’anomala crociera sofferente. la cosa di cui mi compiaccio è che nonostante navigassi in quelle acque, all’esterno tutto era apparentemente quieto. elogio del pagliaccio. puro talento naturale. in questo sono stato aiutato dalle mie pagine, la mia valvola di sfogo. tornavo a casa e mi accoltellavo, versavo fiumi di sangue e forti colori accesi su quelle pagine. appena misi il punto sull’ultima paginetta ricordo che sentii subito la mancanza di quelle pagine. mi piace pensare che se rimbaud ha avuto la sua stagione all’inferno io ho avuto la mia stagione dell’inquietudine.
penso che nonostante ami dilettarmi con le parole, alla fin fine non riesca a scrivere d’altro che non di me stesso. inventare storie che non mi appartengono non è proprio il mio forte. amo raschiare il fondo del mio animo, questo sì. e se nel mio fondo ci fossero solamente limpidi ruscelli incantati e uccellini cinguettanti, be’ credo che ciò che salterebbe fuori sarebbe alquanto monotono. perlomeno sarebbe monotono raschiare il fondo. e probabilmente farei parte di quella mediocrità che tanto aborro. dio me ne scampi. elogio dell’intima sofferenza. non so se potete capirmi.

giovedì 24 dicembre 2009

mmmmm notte lavorativa. non mi dispiace poi tanto esser qui, stanotte. certo, esser con la mia splendida dama ottocentesca sarebbe meglio ma mi accontento di essere distante da obbligati sorrisi di circostanza. mentre tutti si stanno rimpinzando ingordamente, con festosi pasti pantagruelici, io sono uscito di casa a stomaco vuoto. anche questo è anticonformismo eheheheheh. a proposito, stamattina presto, le cinque o le sei, ho sognato una di voi. non faccio il nome, solo un piccolo, insignificante indizio: una quattordicenne che ascolta i talking heads (quante ce ne saranno in tutto il mondo? eheheheheh ). un sogno piacevole e delicato, lei era a casa (io vivevo ancora con i miei), un ospite, un’amica di famiglia o una cuginetta, e doveva andare ad una manifestazione contro la riforma gelmini. voleva a tutti i costi che l’accompagnassi, io non ci volevo andare e lei insisteva incessantemente, mi voleva vicino, voleva andarci con me. la sua insistenza era così gradevole e affettuosa, mi considerava come un adorato fratello maggiore. il sogno è tutto qui. mi sono svegliato col sapore di quella tenera stima e ammirazione rivolta nei miei confronti. un sogno carino e… be’ sì, emozionante.

.
mmmmmm cominciano ad arrivare standardizzati messaggini d’auguri, livellati e uniformati come tanti prodotti di una catena di montaggio. auguri di qui e auguri di là. qualcuno almeno si sforza di personalizzare “domani vieni a pranzo da noi? facci sapere – quando cazzo lo accendi quel cellulare? comunque auguri – anche se non ti piacciono queste cose ti ho preso un pensierino, ti voglio un mare di bene (???!!!* Ndb , nota del batt )- stiamo mangiando quintali di carne e bevendo litri di vino anche in parte tua”. indistintamente li ignoro tutti quanti. non una sillaba di risposta. questo il prezzo della mia sincerità. ora non ci sono. sono lontano dal mondo. non potrei rispondere se non fingendo di esserci. meglio il silenzio. anche se in molti non capiscono.
.
mmmmmmm rifletto su quella lama affilata che è la mia anima. qualcuno afferma che gli stupidi o gli ignoranti o gli animi semplici vivano meglio. se il mio animo non fosse una lama appuntita e affilata credo che, setacciando i giorni della mia vita, ben poca cosa resterebbe. ciò che sono, ciò che ho vissuto, lo devo a quel filo della lama. quando si è una lama affilata, o si sceglie di mettersi da parte, di non vivere o, se si decide di camminare per strada, si soffre. se decidi di vivere accetti di soffrire. e soffrendo vivi, apprezzi le cose, le vedi, le senti. a proposito del dolore diceva il poeta “che cos’è il piacere se non un dolore straordinariamente dolce?” . mmmmmm chiudo qua. un saluto-senza-auguri ehehehehehhe

martedì 22 dicembre 2009

visione

.
risate di bambini
risuonano
nei cortili soleggiati
.
l’eternità dell’amore
ha cessato di vivere
grazia concupisce violenza
mitologiche reminiscenze
splendide pestilenze
insanabile discrepanza
tra distruttive voci puerili
.
barili
di lussuose ombre musicali
nell’opulenza di sguardi acidificati
irrefrenabili orge infernali
liriche albe specchiate su laghi
tra flauti tamburi e fuochi danzanti
.
oneste ricchezze orchestrali
fluttuano tra sanguinolenti
assassini piangenti
eroici marinai primitivi
e antichi corpi meravigliosi
.
inspiro purezza di ghiaccio
e ferocia di caverna
io
il timoniere di notti battagliere
non temo alcun segnale
non temo alcuna stanchezza
il mio sguardo carnale
emana quintali di selvatichezza
.
la bocca spalancata
in un grido pazzesco e mortale
inglobo nubi e saette
i miei denti frantumano
soli e baionette
il mio cuore e il mio corpo
sono il mio perfetto arsenale
.
navigo sul mio immaginario baccanale
avanza la sete immortale
vedo i vizi messi in vendita
i respiri di una spiaggia invernale
la perdita di ogni sensatezza
.
i godimenti di una vita
sono preghiere pagane
le vostre implorazioni
semplici puttane
l’efferatezza del mio agire
puro esercizio d’artificiere
.
fratello mio scusami
io gioco con parole guerriere
bramami
sii la mia scintilla
tra le mie polveriere
straziami
di mille urla mattiniere
sparami
sii il mio agognato bracconiere
.
intanto il mio personale canzoniere
prende forma
parole di sogno e d’argilla
parole della mia visionaria sibilla
che nutro scrupoloso
.
nella vita
le cose intelligenti da fare
sono volare
sognare
e godere
.
godere in ogni modo
è esser sicuri di non sbagliare
.
io sono l’ultimo inganno vivente
il solitario drago
dal dente avvelenato
.
siamo tutti quanti giocatori
intenti ad inventarsi
una parvenza di vita
in un terreno di sogno illimitato

sabato 19 dicembre 2009

melodiosa nostalgia si condensa tra le mie ossa condiscendenti. ogni tanto, quando sono così triste, così distante, quasi mi sento bello. e affascinante. e capita che non sia il solo a vedermi così. poco fa, la bella moretta incontrata sul portone di casa mi ha guardato in quel modo… e mi ha sorriso in quel modo… e credo sia una parente (o amica o conoscente) dei tizi del piano di sotto, quelli che si lamentano quando la mia amica matta viene a trovarmi e fa casino con i suoi tacchi, con la sua chiassosa esuberanza menefreghista e sbarazzina. mi ha guardato, mi ha sorriso, mi ha salutato in un modo… ha cercato invano di tenermi aperta la porta perché io avevo le mani occupate con le buste della spesa, è tornata indietro per riaprire la porta e l’ha fatta richiudere, le ho sorriso e lei “che stupida che sono…” ed io “vabbè, basta il pensiero…” … ma dopotutto io ho il mio ghiaccio. e non m’importa di nessuno. giusto un attimo che ho voluto condividere con voi, tutto qui. ora ho la mia musica (radiohead-negrita-nick cave-alice in chains-p.j. harvey-g’n’r-nirvana…), la mia pizza-e-un-quarto perché sono stanco dopo una lunga giornataccia piena e non ho certo voglia di cucinare, la mia moretti rossa e dopo una sigarettina e un whisky scozzese che sa di affumicato (laphroaig, lo adoro… regalatemene una bottiglia e mi donerete istanti di calda e piacevole voluttà ). la mia bellissima dama ottocentesca gironzola per casa, lei è diecimila volte più bella di qualsiasi morettina incontrata sul portone di casa. lei mi appartiene, io le appartengo, e non ci lasceremo mai. e per chi non capisce sprazzi di musica labiale pprrrrrrrrrrrrrrr.

ora mi sento libero e leggero. splendidamente solo. la mia bellissima dama ottocentesca mi accarezza con lo sguardo, lei non aggredisce nemmeno un millimetro della mia libertà, lei sta al mio fianco e mi conosce, sa come sono fatto e sorride quando io, col viso triste, rido del mio pubblico pagante che non mi comprende. adoro stare a casa con lei, col viso struccato e gli occhi malinconici, senza l’obbligo di abbozzare finti sorrisi approssimativi.

penso a voi che mi conoscete attraverso questa paginetta virtuale, una piccola finestrella del mio animo. qua non ho bisogno di cerone e nasino rosso, non ho bisogno di ostentare mediocrità a tutti i costi. se qua mostro la mia dannazione, la mia tristezza e la mia sofferenza, voi non mi rompete le scatole con mille inutili su-con-la-vita e similari. voi vedete stralci del mio animo e, sebbene non abbiate mai visto i miei occhi, la mia carne, mai udito la mia voce, voi vedete molto più di quello che lascio intravedere a chi mi attornia tutti i giorni.
un saluto a voi che almeno un poco mi vedete.
ilbatt

venerdì 18 dicembre 2009

...guardare ma non toccare

dare forma, corpo e respiro alla propria sofferenza. a me riesce solamente di accoltellarmi e sprizzare sangue. e guardare il mio sangue zampillare, contemplarne il colore, ammirare l’irruenza con cui sgorga copioso e vitale come petrolio stillato dal mio fondo oscuro e impenetrabile. sapessi scrivere, scriverei qualcosa di simile al de profundis di oscar wilde. sapessi dipingere, probabilmente i miei colori sarebbero simili a quelli di munch o van gogh. sapessi cantare, la mia voce sarebbe simile a quella di layne staley degli alice in chains. ora, in questo momento, ciò che sento è sofferenza. la sento e l’ascolto con una freddezza e un’impassibilità quasi disumane. insensibile e distaccato, con le unghie rovisto nelle mie ferite sanguinanti, lo sguardo insensibile e lacerato al tempo stesso. l’animo pure. sorrido di amara e ruvida sofferenza. sorrido nel vedermi così. sorrido perché, a modo mio, mi amo. sorrido perché sono l’unica cosa che ho. e lo so. e ora mi “tratto male”. mi brucio, mi seppellisco, mi rovisto dentro come una muta di cani rabbiosi che cercano cibo nella spazzatura. sorrido perché sto trattando male l’unica cosa bella che ho. e ne sono consapevole. la graffio, la scortico, la sgretolo, la frantumo, la trituro finemente…. e sorrido mentre lo faccio. e mi amo così, mentre lo faccio, mentre mi suicido ancora, ancora una volta. brandelli di carne e sangue.” oh, che esploda la mia chiglia! che io vada a infrangermi nel mare!”. brandelli di carne e sangue. brandelli del mio scafo… ingurgito acido, mi buco le vene, brucio le carni, strappo la pelle. fuoco, faccio fuoco su di me. con sorriso distaccato e glaciale. un pagliaccio che muore. muore ancora una volta. nessuno mi conosce sul serio, muoio ancora una volta, muoio solo. muoio così come son nato, come son vissuto. ancora una volta. solo…. e sorrido… eheheheheeheheheheh…………

la salvezza è una costa così lontana, mentre vado alla deriva nel mare della mia maledizione… i più affilati di voi, che leggete, forse possono intuire come mi sento, ma nessuno saprà mai come mi sento. ci sono abituato all’incomprensione. il destino delle lame più affilate è quello di esser sole. troppo taglienti per esser sfiorate, troppo lucenti per esser guardate. una lama affilata non si fa maneggiare da nessuno. la si può solo guardare, a debita distanza. per vivere tra mille posate di plastica, una lama lucente non deve far altro che truccarsi. il pagliaccio, ancora lui, sempre lui… voi che leggete, protetti da chilometri di distanza, dalla lastra di vetro dello schermo, potete intravedere il filo della lama… guardare ma non toccare, questa la mia maledizione. la mia maledizione, fonte della mia unicità, della mia felicità, della mia tristezza, della mia diversità. sorrido se penso alle mille posate di plastica che incontro ogni giorno, così mediocri da nemmeno sospettare dell’esistenza di quel baratro che le separa da quelli come me. pensano che il mondo sia fatto solo da posate di plastica…… maneggiare con cura…

anzi, guardare ma non toccare……



sabato 12 dicembre 2009

il sole sorto da poco, la città comincia a brulicare di nevrotica vita frenetica, io resto accoccolato nella mia intimità, abbarbicato nella mia morbida conchiglia avvolgente. sorseggio caldo e annacquato caffè solubile dalla mia tazza berlinese, fumo una sigaretta mentre con tenero sguardo affezionato accarezzo parole sentite e concepite anni fa, intrappolate nel pc e prese ora a caso:

ogni giorno l’innocenza sorge
ogni giorno l’innocenza
tramonta

come veleno nel sangue si sparge
l’ombra della mia
gioia defunta

mi sveglio limpido e incontaminato
mi addormento
sudicio e ubriaco

vedo crescere il mio pianto acuminato
come
lama di metallo opaco

mi sveglio sorpreso di esser vivo
mi
addormento sognando di morire

in questa vita sono solo un corpo
abusivo
una panchina che attende sola all’imbrunire

(2003)



sorrido delicatamente pensando che posso rinunciare a tutto tranne che a me stesso, sorrido pensando al ragazzino rinchiuso in quella polverosa soffitta, con i suoi fogli e la sua penna, sorrido pensando a tutte le volte che, dopo una serata da pagliaccio, mi struccavo e restavo solo col mio cielo stellato, i cieli notturni che hanno visto la mia adolescenza… diomio, li ho tutti impressi nel mio sangue quei cieli notturni.restavo ore e ore in compagnia di quei cieli, dopo esser stato in abiti troppo stretti mi liberavo e respiravo, respiravo e sorridevo. Ora mi compiaccio riscontrando che quel ragazzino non è morto, mi è rimasto dentro come un incantevole germoglio
incorrotto. Voglio un bene dell’anima a quel ragazzino,non lo lascerò mai, me lo porterò fin dentro la tomba.

lunedì 7 dicembre 2009

bello, pulito e solitario...

scriteriate lingue straziate, squilibrate chiacchiere incontrollate aleggiano in assenza di sobrietà e riservatezza. il decoro cede il passo al fango degli umori scalfiti. il fuoco ha irrobustito la mia pelle salmastra, cicatrici impermeabili a protezione di un'anima lustra e solitaria. la giostra delle maldicenze rattrista come un trasandato lunapark impolverato. "alle donne il silenzio reca ornamento" diceva il poeta. quando qualcuno infrange il silenzio di certi luoghi privati, quando qualcuno sbandiera anche solo un pensiero, anche mezzo, di chi nella sincerità e correttezza ama più di ogni altra cosa la discrezione...... quando qualcuno infrange il silenzio, inevitabilmente non fa che rendersi piccolo. ed io mi sento superiore. sentirsi così può attirare antipatie, allontanare stima e rispetto, forse è così, non so...... ma anche questa è la mia bellezza. la bellezza di chi si sente pulito e non insudicia sentimenti infangando intimi luoghi un tempo bagnati dal ruscello della fiducia. una bellezza che forse sa di ghiaccio ma è pur sempre ghiaccio pulito, privo di fango. sarò pure un fastidioso narciso antipatico ma se mi guardo allo specchio io m'innamoro. "e guardati e innamorati quanto vuoi" mi si potrebbe dire....... forse lo faccio da una vita e potersi guardare allo specchio e vedere un viso pulito, da amare, non credo sia poca cosa...
la mia bellezza forse è per pochi, forse per nessuno, forse solo io la posso vedere...
navigo nell'altrui incomprensione da una vita, ci sono abituato, sarà per questo che continuo a navigare solitario, bello, pulito e solitario....