domenica 22 gennaio 2012

qualcuno mi apprezza pur vedendo di me solo un granello del mio dilatato mondo interiore. sono una creatura nata bruciata. un vasto oceano il mio mondo interiore, un sogno con più sfumature di tutti i quadri del mondo. forse sono incapace di odiare ma non m’interessa approfondire l’argomento. l’ho pensato e l’ho scritto, tutto qua. mi concentro sul mio fuoco, sui miei lupi. mi lascio bruciare, mi lascio sbranare. gioco a fare il morto, ma non in una piscina cristallina sotto un sole cocente e accecante, gioco a fare il morto disteso sul mio letto, disteso nel mio buio.

sabato 21 gennaio 2012


porca miseria, supererezione intellettuale! poco fa mi sono alzato, preparato una tazza di pessimo caffè solubile, acceso distrattamente la tv e…. cristosanto, così come dalle acque del mar rosso apparve miracolosamente il fondale ecco che sullo schermo, direttamente dal paradiso dell’arte, le immagini del film “Alexander Nevsky” meravigliosamente supportate dalla musica di Sergei Prokofiev [rai5, terminato praticamente ora] .
al regista Sergei Eisenstein (quello della corazzata potemkin) il governo staliniano commissionò un’opera che doveva avere fini propagandistici, doveva in fin dei conti esaltare la figura di Stalin come uomo-guida e risvegliare il patriottismo del popolo russo in vista dell’imminente invasione nazista. il regista ambienta il film nel 1200 e narra la storia del principe sovietico Alexander Nevsky che, per respingere l’invasione dell’esercito teutonico, forma un esercito improvvisato di contadini russi. memorabile la scena della battaglia in cui, con grande astuzia militare, il principe russo attira i cavalieri tedeschi, abbigliati con pesanti armature, su un lago ghiacciato. il ghiaccio sotto il peso dei cavalli e delle armature cede inghiottendo l’esercito tedesco. la colonna sonora del film fu affidata al compositore Sergei Prokofiev, che compose la cantata “Alexander Nevsky”. poco più di 38 minuti di pura estasi sonora. anche la tv, una volta ogni due o tre secoli, può regalarci inaspettate e meravigliose erezioni intellettuali eheh.

venerdì 20 gennaio 2012

immerso nella mia incorporea immobilità corro. verso una stupefacente sofferenza che è una candela. nessuno brucia come brucio io. nel silenzio distante dai corpi brucio come nessuno sa bruciare. una cavalcata sotto una luna fredda come un rasoio. le uniche cose che somigliano a questa luna sono i capelli della mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio. e i capelli della mia jeanne personale. uniche concessioni alla corporeità di questo mondo. capelli scortesi, aristocratici e selvatici. meravigliosi. la punta dell’iceberg di una femminilità rara e preziosa. bellezza per occhi e dita di un altro mondo. la luna accarezza il mio sguardo con dita lunghe e sottili. niente adesso è come la luna e come quei capelli. e nessuno sa bruciare come brucio io.

martedì 17 gennaio 2012

il sogno del diavolo

Il diavolo si svegliò prima dell’alba, con le tenui tinte di un sogno che tentavano di svanire come colori di un acquerello che virano impercettibilmente ma, inesorabilmente, verso il bianco, alla ricerca della completa fusione col foglio. Immagini alla ricerca dell’assoluta e annichilente autodistruzione, bianca come una morte privata di ogni orrore. Aveva sognato di nascere umano. Provò un forte dolore, un’infinita tristezza. Poi, come un liquido che colma completamente un recipiente, tracimando dai bordi e scivolando lungo le pareti, la sensazione di una profonda invidia lo destò. Quando il sole sorse, l’invidia nei confronti dei mortali ancora non si era nemmeno affievolita.

domenica 15 gennaio 2012

un po’ di colore nel mio sangue, per potermi avidamente tuffare nel mio buio senza speranza, sprofondo senza toccare le pareti di pietra che, mi rendo conto, sono rivestite di spesso velluto nero, cado lasciandomi inghiottire dal mio buio senza alcun suono, cado senza età e senza rughe, senza trucco e senza pelle, cado nel buio fondo come la notte che abbraccia la morte. c’è solo la mia essenza che, anche di giorno, è sempre così distante dal mondo. forse nemmeno respiro, mentre cado, mentre sprofondo giù e sempre più giù. ...

lunedì 9 gennaio 2012

esploro il silenzio. non desidero altro. silenzio. davanti a me vedo solo silenzio. dentro solo silenzio, come mare profondo di notte. un orizzonte senza immagini. chiudo gli occhi per sentirne il sapore. silenzio senza fine. come una luna il sorriso della mia splendida dama ottocentesca. cerco di non tagliarmi, di non farmi del male. niente graffi o sangue stanotte. voglio restare candido e trasparente. nessuno si può avvicinare. tremerò stanotte, niente potrà scaldarmi. si avvicina, la mia dama. abbasso ogni guardia, lascio perdere ogni protezione, mai vorrei difendermi da lei. mi bacia. una tristezza senza pensieri, inquietudine priva di preoccupazioni. se decidesse di portarmi via con lei per sempre, stanotte, non potrei che seguirla. senza dire niente, senza pensare niente. senza neanche accorgermene mi rendo conto che le sto sorridendo. non parlo in astratto, sto davvero sorridendo alla mia tristezza. un bellissimo sorriso, tenue e sfumato come la luce dell’aurora.

sabato 7 gennaio 2012

arriverà l’estate

la chioma lunga e sciolta

le esili spalle dorate

le cosce calde divaricate

lentiggini appena accennate

arriverà l’estate

come un vento caldo nella mia vita

un’affascinante irresistibile calamita

asciugherà tutte le mie lacrime insensate

mercoledì 4 gennaio 2012

In un piccolo teatro si tenevano le audizioni per una rappresentazione, tra i personaggi da interpretare c’era anche la figura del diavolo. All’audizione si presentò il diavolo in persona, sotto le spoglie di un omino secco secco e malandato. La concorrenza non fu esorbitante e il diavolo ricevette la parte. Leggendo il copione e partecipando alle prove, il diavolo si rese conto che il suo personaggio era eccessivamente viscido, calcolatore, senza scrupoli, lui non era così in realtà, faceva il suo lavoro, serviva su un piatto d’argento la mela proibita, in tutte le salse, e amen. Gli uomini lo raffiguravano più machiavellico di quello che era, più scaltro e ingegnoso. Abbandonò la parte e la compagnia e imparò ad essere come gli uomini lo dipingevano.

domenica 1 gennaio 2012

ficcarmi un grosso petardo in bocca e farlo scoppiare. sarebbe un peccato perdermi lo spettacolo. non mi piacerebbe nemmeno vedere il filmato, vorrei assistere in diretta. dopo averci pensato per un po’ trovo ciò leggermente raccapricciante. ma solo un po’. ma prima della sensazione orripilante, prima della repulsione per la mia poltiglia umidiccia e rossastra spiaccicata dappertutto, prima assaporo l’istante deflagrante, un concentrato di luce e di buio, tutto assieme, tutto dentro di me, piccolo e potente come un granello di sole che rende ciechi e annulla tutto quanto in un istante. la mia immaginazione sorride e lecca i rimasugli di cervello spappolato, come un lupo affamato che non si pone domande sul cibo che ha di fronte. sarebbe come bruciare le tappe, chiudere gli occhi con un sorriso abbagliante. non ci sarebbe spazio per le ipocrisie di circostanza. lo spettacolo sarebbe solo mio. la giusta conclusione di un’esistenza improntata verso un’ incondizionata individualità senza remore.

sabato 31 dicembre 2011

la mia splendida dama ottocentesca in piedi, al centro della stanza. bellissima, pallida e leggiadra come un fantasma. il mio fedele e premuroso fantasma personale. stasera vestita di bianco, abito lungo, viso incredibilmente malinconico, espressione segnata da un silenzio di neve e di cristallo. raccoglie un pezzetto di vetro dal pavimento, residuo di un bicchiere rotto qualche giorno fa e sfuggito alla carezza della scopa. se lo porta sul viso, sfiorandosi la guancia, lambendosi delicatamente senza tagliarsi. se pure si tagliasse dubito uscirebbe un piccolo rivolo di sangue, una lacrima traslucida tuttalpiù, una goccia di silenzio rivolta solo a me. io e lei nella stanza, due sguardi smarriti, due volti risparmiati dallo smog quotidiano. ci guardiamo in silenzio, ci sorridiamo senza sorridere. un getto di sangue scuro sui miei pantaloni. sorseggio un po’ di porto, osservavo la mia dama e ho versato un po’ di vino sui pantaloni. uno schizzo di sangue imprevisto. non male. lei, col suo sguardo, sa accarezzare così bene la mia anima… siamo come fiocchi di neve, se ci abbracciassimo ci scioglieremmo in un istante. ci guardiamo soltanto, come solo noi sappiamo guardarci.

giovedì 29 dicembre 2011

attendo inerte davanti al foglio virtuale. sono soffice, pronto a salpare. verso una notte tutta mia. solo come un puntino luminoso nel mare nero come un pozzo. una lucciola alla deriva nel cosmo freddo e totale. solitudine siderale, silenzio stellare. mi voglio bene e mi faccio del male. amore paradossale. con la mente cerco un cigno da far scoppiare. possono sembrare le solite cose che scrivo ma, quando le scrivo, sono così schietto e struccato, un giullare asociale. sotto il velo la mia autoinfatuazione personale. danzo come una montagna che frana trascinandosi verso il mare. un teschio nello specchio della notte, uno spirito nel buio, un battello ansioso di naufragare. lascio il porto, l’ultimo saltello, spicco il volo…. senza saper volare.

sabato 17 dicembre 2011

solitudine affilata, potente, malinconica e aristocratica. semplicemente la mia tristezza, la mia splendida dama ottocentesca che non mi abbandona mai. le sorrido mestamente e lei… lei non mi accarezza come solo lei sa fare. ora lei…. lei mi abbraccia. non lo fa mai. potrebbe cadere il mondo. ho il viso stanco e sciupato, la barba incolta. mi abbraccia come solo lei potrebbe fare. il mio sguardo è uno specchio apatico e disinteressato, il mondo non gli interessa. ascolto il vento che tormenta la notte. ho sorriso ad una ragazza, stasera. cose che fanno i comuni mortali. i comuni mortali fanno anche altre cose: temono il fuoco, temono la morte, si sottraggono al dolore appena possono. la mia splendida dama ottocentesca è in qualche modo imparentata con la morte. è una morte romantica e premurosa. vado incontro al fuoco, al dolore, ascolto i miei lupi che si avvicinano e verranno a sbranarmi, questa notte. scrivo queste cose per me stesso, per sentire la mia voce. credo che nessuno possa capire.

martedì 13 dicembre 2011


un esercito di folli tutti i miei figli, guerrieri solitari e innamorati, poeti, sognatori e soldati, tutti privi di testa, immersi nel grigiore, tutti semplicemente mai nati. chiodi e catene nelle tasche, e qualche chilo di onore. a volte un po’ di coraggio, altre volte un solo fiore. un grande oceano interiore al posto del mondo, battelli sperduti, naufraghi senza appigli. ognuno di essi è un fanciullo che muore. c’è chi chiude un occhio per meglio vedere il miraggio, qualcun altro, almeno col pensiero, è perennemente in viaggio. un esercito di alberi tutti i miei figli, giovani deflorati, scrittori smemorati, vascelli privi di equipaggio. tutti semplicemente mai nati.

sabato 10 dicembre 2011

ho in mente la scena del film inglorious bastards in cui melanine laurent, la proprietaria del cinema,si veste e si trucca prima della proiezione del film e dell’attuazione della sua vendetta. la scena è superbamente incastonata in una canzone di david bowie. ho voglia di quella canzone, la cerco e la trovo, metto il cd (let’s dance, “cat people”). alzo un po’ il volume, indosso solo un asciugamano dopo essere uscito dalla doccia, mi vesto con la musica che s’infiltra in ogni angolo della stanza. penso che la scena del film sia decisamente migliore di quella a cui stanno assistendo le mie pareti, penso a questo e sorrido lievemente. quando finisce la canzone, nel breve silenzio di separazione tra una traccia e l’altra del cd, la voce di bonolis trapela dalla parete della stanza, l’anziana dirimpettaia e il suo elevato volume televisivo. accendo una sigaretta e fumo in totale sintonia con la voce di david bowie. fumo con la voce di david bowie a farmi da sottofondo e lascio perdere queste righe. tornerò tra poco a far danzare le parole.

tra poco dovrei uscire ma per ora sono ancora tutto mio (“chi è solo è tutto suo” diceva il genio di vinci). osservo le numerose tele sparpagliate nella stanza e penso che non sarebbe affatto male avere un buon talento pittorico, osservo le tele e vedo profondità ed espressività nei miei ritratti, qualità che probabilmente sono frutto della mia immaginazione. spengo il pc, spengo lo stereo e vado incontro alla folla.

martedì 6 dicembre 2011

il silenzio è un serpente che non ti ascolta. non c’è nessuno che possa ascoltare. foglie cadono dentro la stanza, un mini autunno privato riservato alla mia stanza. parole e pensieri come foglie morte che cadono sul pavimento, tra le mie quattro mura intagliate in una notte distante da ogni cosa terrena. c’è un’indefinita aria funebre qua dentro. niente di particolarmente triste, atmosfera da austero funerale in piccolo cimiterino col prato verde e la pioggerellina leggera ad ovattare scambi sentimentali. niente parole da incrociare, solo qualche sguardo solitario vagolante come un uccellino che non trova un ramo su cui posarsi. ho l’aria stanca e mi trovo bello, quella bellezza in grado di emergere solamente in totale solitudine. spengo tutto, chiudo ogni spiraglio verso il mondo, mi gongolo con me stesso danzando mentalmente su una vecchia canzone rhythm and blues dal sapore antico, con le imperfezioni di un vinile che scricchiola un po’, fruscìo dal sapore polveroso ad impreziosire momenti di musicale perfezione dell’anima. seduto, ballo con la mia splendida dama ottocentesca. il suo prezioso abito purpureo è l’unico mondo che ho voglia di scrutare. cerco di far evaporare tutto il sangue che ho in corpo per spossarmi fino a cadere in un sonno che non potrà essere primaverile-tutto-passerini-cinguettanti-e-fiorellini. sono l’angelo della solitudine, con la barba lunga e il volto stanco.