Sono stato un attore, cinematografico e teatrale, uno scrittore, un poeta,
un mistico, un visionario, sono stato il matto del villaggio e il villaggio era
la società tutta intera. Scrissi un saggio su Van Gogh intitolato “Il suicidato
della società” e se la società non mi uccise del tutto, mi mandò in manicomio,
“ospedali psichiatrici” li chiamavano! Periodi di digiuno, di segregazione, e
quei dannati lampi che mi conficcavano nel cervello, “elettroshock” tzè! Dopo sei anni di queste amorevoli cure
giunsi, era l’11 febbraio del 1943, all’ospedale psichiatrico di Rodez. Ero
così magro, prosciugato, la barba lunga, gli occhi spenti, avevo dimenticato
completamente chi fossi, o forse lo rifiutavo. A Rodez, un luogo notoriamente
all’avanguardia per le cure psichiatriche, non ci credereste mai, mi aspettava
una cura a base di elettroshock! Ancora quei dannati tangheri in camice bianco,
che scambiavano il mio cervello per un uovo da fare in padella! Perlomeno in
questo posto usavano anche un nuovo metodo chiamato arte terapia, gradualmente
ripresi a scrivere, a disegnare, a leggere e tradurre. Mi dedicai soprattutto,
quando si ridestò il mio amore per il linguaggio e la letteratura, ad Alice.
Sì, quella del paese delle meraviglie, mi dedicai alla traduzione del VI
capitolo di Attraverso lo specchio, di Lewis Carroll, mi ci immersi in quelle
visoni così svincolate da ogni logica. Da giovane elaborai un nuovo modo di
concepire il teatro, il mio teatro della crudeltà. Crudeltà che non era una via
per causare dolore, era una crudeltà rivolta a tutti gli orpelli che avevano
snervato, svigorito e imborghesito il modo di fare teatro. Di dolore,
cristosanto, durante la mia vita ne ho sperimentato così tanto da riempire il
fondo dell’oceano. Ma voi non ricordatemi come quel relitto rinchiuso in
manicomio, quel vecchietto scheletrito e usurato dal dolore, ricordatemi per il
mio teatro, le mie poesie della crudeltà, ricordatemi nel film La passione di
Giovanna d’Arco, ricordatemi nel mio viaggio in Messico, strafatto di peyote.lunedì 24 settembre 2012
Artaud
Sono stato un attore, cinematografico e teatrale, uno scrittore, un poeta,
un mistico, un visionario, sono stato il matto del villaggio e il villaggio era
la società tutta intera. Scrissi un saggio su Van Gogh intitolato “Il suicidato
della società” e se la società non mi uccise del tutto, mi mandò in manicomio,
“ospedali psichiatrici” li chiamavano! Periodi di digiuno, di segregazione, e
quei dannati lampi che mi conficcavano nel cervello, “elettroshock” tzè! Dopo sei anni di queste amorevoli cure
giunsi, era l’11 febbraio del 1943, all’ospedale psichiatrico di Rodez. Ero
così magro, prosciugato, la barba lunga, gli occhi spenti, avevo dimenticato
completamente chi fossi, o forse lo rifiutavo. A Rodez, un luogo notoriamente
all’avanguardia per le cure psichiatriche, non ci credereste mai, mi aspettava
una cura a base di elettroshock! Ancora quei dannati tangheri in camice bianco,
che scambiavano il mio cervello per un uovo da fare in padella! Perlomeno in
questo posto usavano anche un nuovo metodo chiamato arte terapia, gradualmente
ripresi a scrivere, a disegnare, a leggere e tradurre. Mi dedicai soprattutto,
quando si ridestò il mio amore per il linguaggio e la letteratura, ad Alice.
Sì, quella del paese delle meraviglie, mi dedicai alla traduzione del VI
capitolo di Attraverso lo specchio, di Lewis Carroll, mi ci immersi in quelle
visoni così svincolate da ogni logica. Da giovane elaborai un nuovo modo di
concepire il teatro, il mio teatro della crudeltà. Crudeltà che non era una via
per causare dolore, era una crudeltà rivolta a tutti gli orpelli che avevano
snervato, svigorito e imborghesito il modo di fare teatro. Di dolore,
cristosanto, durante la mia vita ne ho sperimentato così tanto da riempire il
fondo dell’oceano. Ma voi non ricordatemi come quel relitto rinchiuso in
manicomio, quel vecchietto scheletrito e usurato dal dolore, ricordatemi per il
mio teatro, le mie poesie della crudeltà, ricordatemi nel film La passione di
Giovanna d’Arco, ricordatemi nel mio viaggio in Messico, strafatto di peyote.sabato 22 settembre 2012
Capitan Harlock
Il mio vessillo è
un teschio bianco su sfondo nero, niente di sfolgorante, allegro o colorato.
Sono un combattente, un idealista, un nostalgico, un amante della libertà,
combatto per difenderla, non sopporto gli esseri viscidi che per aggiudicarsi
qualche piccolo privilegio nella loro esistenza farebbero qualsiasi cosa, sono
un solitario, dentro me custodisco ferite, tormenti e malinconie che non
condivido con nessun altro. Tutto ciò fa di me un romantico, un cavaliere
errante dello spazio, un sofisticato don chisciotte interplanetario. Certe volte
mi chiedo se valga la pena di dedicare un’intera vita a combattere ma, se
l’alternativa è diventare un apatico abitante della Terra, che tutto si fa
scivolare addosso dimenticando ogni ideale, persino la gioia della libertà, se
questa è l’alternativa preferisco una vita da combattente, preferisco una vita
di guerra. Se abbandonassi i miei ideali sarei semplicemente un morto che
respira. Il popolo che combatto, le mazoniane, le spietate guerriere dalle
fattezze così sensuali, non credo di odiarle, anzi, forse nutro per loro un
profondo rispetto. Forse non sono molto diverse da me, sono determinate,
combattono fino alla morte per ciò in cui credono. Dal secentesco cassero del
mio galeone spaziale ho combattuto mille battaglie e mille ancora ne
combatterò, fino a che avrò aria nei polmoni, fino a che un filo di vita
risiederà in me. Sapete, forse vi sembrerà una sciocchezza ma quando faccio
rotta verso la Terra, per andare a trovare la piccola Mayu, quando dall’oblò
della mia astronave intravedo la sagoma della luna, ogni volta sollevo in
silenzio un calice di vino, un brindisi silenzioso. Comunque, ogni volta che lo
faccio, mi piacerebbe che nella mia nave spaziale ci fosse un bel camino con un
crepitante fuoco acceso.giovedì 20 settembre 2012
certe volte sono rigido, schematico,
non riesco a liberarmi. e non parlo del pagliaccio, intendo quando sono solo.
grazie a dio capita raramente. non è facile darsi una ripulita ed essere
liberi. la stanza tutta bianca tra poco diventerà soffice ed eterno buio,
eterno almeno per una manciata di ore. niente ombre e cazzate varie, tutto
bianco, tra poco solo nero. ho voglia di pugnalarmi. sento il frastuono delle
bombe oltre la finestra, il frastuono che bussa al mio guscio, apprensione che
filtra dai pori del soffice vetro. vibrano le alte mura di troia attorno alla
mia stanza, sono nudo e affilato come una lama, troppo nudo e affilato per il
mondo. non voglio persone nel raggio di mille chilometri, le cuffie sparano
forte nelle mie orecchie, se avessi un corpo probabilmente ora tremerebbe. mi
ritrovo ad abbracciare le mie ginocchia, rannicchiato quasi in posizione
fetale, sento il gelo siberiano che viene dal midollo. mi isolo all’interno
della mia crisalide, le ali e le ossa ripiegate, sento il profumo di una marcia
funebre, con le lacrime agli occhi chiamo la mia splendida dama ottocentesca, solo
Lei può valicare le mie mura.
martedì 18 settembre 2012
Rimbaud
Ho incontrato Rimbaud in un sogno, sedevo con lui ad un
tavolino all’aperto, in una modesta pizzeria chissà dove. Lui era vecchio,
settant’anni o forse più. Abbiamo parlato, io ho parlato con Rimbaud, poi
quando si è stancato di stare seduto, con la sua citroen squalo mi ha portato a
visitare un’immensa cattedrale tutta bianca, sperduta nel deserto. Era notte
fonda, eravamo soli.
Gli ho chiesto cosa pensasse del Rimbaud scrittore, del Rimbaud che
tutti noi conosciamo. Mi ha detto che anche lui vede quel Rimbaud come una
persona distaccata da sé, una persona che non c’è più. Il Rimbaud che noi
conosciamo è il ragazzino con una splendente e avvampante forza interiore, ciò
che scriveva altro non era che quella divampante forza che gli bruciava dentro
le vene. Era un ragazzino semplicemente odioso, una vera canaglia, irriverente
nei confronti di tutto e tutti, un ragazzino insopportabile. Quando gli ho
chiesto delle sue numerose fughe di casa ha sorriso, per qualche momento è
stato in silenzio con il mento un po’ sollevato e lo sguardo perso chissà in
quale infinito, poi ha detto che era sempre quella fiammeggiante e
incontenibile forza interiore a far sì che non stesse mai fermo. Quando gli ho
detto che oramai è considerato all’unanimità uno dei massimi scrittori di tutti
i tempi, con la semplicità di un anziano che ne ha vista tante, mi ha detto che
era solamente un ragazzino con dentro un intero sole, con dentro un inferno
urlante e scomposto, era una brace sputata dal cuore dell’inferno. “Ora”, mi ha
detto, “quello che hai davanti è solo un rugoso pezzetto di carbone freddo, che
ruzzola stancamente nei sogni di qualche anima trasognata”. Questo è solo un
frammento del mio incontro con Rimbaud, un incontro che non speravo di fare, un
incontro che mai scorderò. lunedì 17 settembre 2012
ho
riflettuto un po’ sul commento “pensavo che il tuo eroe fossi tu”. quelli che
reputo i miei eroi sono in realtà i miei grandi eroi, ma tutti quanti non fanno
parte della quotidianità, non sono persone di cui possa sentire la voce, le
vibrazioni delle loro parole, le pulsazioni dei loro pensieri. per quel che
concerne la quotidianità io non scherzo mica quando dico di essere la persona
più interessante che conosco. anche perché io posso guardarmi nel profondo,
quello che gli altri possono vedere di me è solo la punta dell’iceberg. sì, mi
considero il mio piccolo e unico eroe tangibile, concretamente percepibile con
la mia carne, il mio sangue e tutto il resto. sono una persona di cui vado
fiero, temprato da molte più cose di quanto la gente che mi conosce possa
immaginare. la mia unicità, la mia indissolubile relazione con la mia splendida
dama ottocentesca, che accetto con forza e coraggio, la scelta di essere un
pagliaccio solo part-time fanno di me il mio piccolo eroe. gli eroi sono
persone che si differenziano dalla gente comune, si elevano al di sopra della
mediocrità e del grigiore imperanti. io mi sento decisamente disgiunto dal
resto degli umani, questo fa di me un piccolo eroe. e gli eroi sono sempre
tristi e soli. diceva lo scrittore “un eroe è chi fa quello che può”. in questo
senso non ho alcun dubbio, sono il mio piccolo eroe.
domenica 16 settembre 2012
parole
estemporanee… scritte un po’ alla cazzo, scritte con volatile e superba
leggerezza… non saprei scrivere altro… la luce del giorno disturba i miei
pensieri, per sanguinare, di giorno, devi crearti la notte dentro ma ora gli
schiamazzi tutt’intorno al tendone disturbano i miei pensieri, con finta
delicatezza il cervello è costretto a mentire, una subdola violenza che appesta
tutta l’aria circostante… anche ieri ho intravisto la morte negli occhi, anzi,
più che negli occhi nell’aria attorno alla mente di un uomo che sa di avere i
giorni contati. nessuno come me sa cogliere le sfumature di un silenzio pregno
di apprensione, tormento, sofferenza. non c’è carità o compassione nella mia
percezione semplicemente…. vedo cose che molti altri non vedono. più dei soldi,
più del sesso, più dell’amore, la morte colpisce l’emotività delle persone,
colpisce come una freccia acuminata, dritta e precisa nel bersaglio, una
breccia perforante senza sbavature. tutti rigidi e tribolati davanti alla notte
più intensa, una marea di insonni che tentano di scacciare l’abbraccio di un
sonno che spaventa nella sua inevitabilità.
giovedì 13 settembre 2012
pensieri della sushi-girl che odiava il pesce
mentre tra sé e sé
canticchiava “show me the way to the next sushi-bar… … I tell you we must die...”pensava che un giorno, chissà, avrebbe potuto
fare un piccolo e solitario tour di locali sushi e, ovviamente, mangiucchiare
solamente i bocconcini di riso; sarebbe stato un gesto di spensierata anarchia,
un piccolo gesto per mandare a fare in culo il mondo. ora, invece, si trovava
in un sushi-bar con alcune amiche e sì, mangiava solo i bocconcini di riso, ma
il fatto che si trovasse lì rappresentava l’opposto di mandare a fare in culo
in mondo. se era lì era per soddisfare la necessità che ha la maggior parte
degli umani, la necessità di socializzare, di far parte di un gruppo, di
sentirsi accettati. la medesima azione, mangiare solo bocconcini di riso in un
sushi-bar, poteva significare una cosa e il suo esatto contrario, semplicemente
a seconda che la si compisse in solitudine o in compagnia. odiava il pesce e in
quel genere di locali si mangia soprattutto pesce, e nei ristoranti si va
soprattutto per mangiare, ok, ma a lei andava semplicemente di uscire di casa e
di stare in compagnia, doveva sentirsi una stupida per questo? o forse doveva
sentirsi semplicemente un essere umano? pensò che gli umani ne fanno parecchie
di cose stupide, e la maggior parte delle volte non se ne rendono conto. era un
ritrovo di persone che amano mangiare il pesce crudo ma a lei interessava
chiacchierare, passare un po’di tempo con le amiche, sapere di non essere sola.
se si trovava in un sushi-bar, lei che odiava il pesce, era solo perché era un
essere umano. e ogni bocconcino di riso che mangiava sapeva di umanità. gli
stessi bocconcini di riso, comprati in un take-away e mangiati in solitudine
tra le proprie quattro mura, avrebbero avuto un sapore del tutto differente,
avrebbero avuto il sapore dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. il
contorno, le mura, l’edificio, possono dunque mutare il sapore di un bocconcino
di riso? si chiedeva questo, la sushi-girl, quando una domanda di una sua amica
la dissuase dai suoi pensieri “tu, Mara, sei un acquario, vero?”.
mercoledì 12 settembre 2012
il capitano Achab
Quel maledetto demonio
dalla pelle bianca mi ha persino rubato il titolo, se prendete in mano il
libro, stampato in copertina non troverete il mio nome ma il suo, la mia nemesi
che ha prosciugato la mia vita fino al midollo, maledetta muta usurpatrice! Non
le bastava l’osso della mia gamba, e la mia vita intera. Ma il vero personaggio
del romanzo, quello con sangue, rabbia e una gamba mozzata, quello sono io,
cari miei, il capitano Achab. Molti di voi penseranno che sia cosa da pazzi
solcare i mari alla ricerca di una sola balena, ma la mia era una missione per
cui avrei dato la vita, era una missione di morte che avrei portato a termine
anche se mi avesse condotto nei bollenti mari dell’inferno, e se satana in
persona avesse provato ad arrestarmi avrei trafitto anche lui con la punta del
mio rampone! La mia sete di vendetta era così lancinante che se non l’avessi
soddisfatta avrebbe prosciugato ogni fibra del mio corpo, e della mia anima.
Riversai il mio cieco furore nei confronti di quel demonio bianco sulla
quarantina di uomini che ubbidivano ai miei ordini, trasformai quella ciurma in
un concitato esercito di guerrieri pagani, smaniosi tutti quanti di sconfiggere
il demonio che io gli avevo additato, “morte a moby dick!” era la nostra unica
parola d’ordine, l’unico comandamento della nostra religione pagana. Qualcuno
obbiettò che eravano in mare per cacciare balene e non per inseguire la
vendetta privata del loro capitano, “quanto ci frutterà al mercato di Nantucket
la sua vendetta, capitano?”. “Per tutte le tempeste degli oceani!” gli dissi,
“siamo uomini, siamo marinai, siamo guerrieri, non siamo banali contabili! Che
ci vadano i commercianti al mercato, noi siamo marinai e il nostro posto è
questo e inseguiremo quel demonio dalla pelle bianca sulle due facce della
terra, sino ai mari dell’inferno, se necessario! Morte a Moby Dick, morte a
Moby Dick!”.lunedì 10 settembre 2012
i miei eroi
Vi presento i miei eroi. Certe volte sento dire “è un vero
maestro, le sue parole ti fanno capire tante cose, ti aprono la mente…”. Si
tratta sempre di persone di cui non mi frega un cazzo, gente come Tiziano
Terzani, Marco Travaglio, Briatore o, peggio ancora, Fabio Volo, Vasco Rossi e
persino Jovanotti. Vabbe’, ognuno ha gli eroi che si merita. I miei eroi sono
persone che m’insegnano qualcosa, magari stando anche in silenzio, voglio dire,
non sono solo le loro parole e il loro agire a toccarmi, è il loro modo di
porsi davanti alla vita, il modo di non arrendersi di fronte ai subdoli e
conformisti comandamenti che ci vengono sbraitati o sussurrati sin da quando
nasciamo, da genitori, insegnanti, critici, colleghi e benpensanti di ogni
specie. Spesso queste persone, i miei eroi intendo, hanno avuto una vita
difficile, proprio per il loro non arrendersi. E poco importa se vincano o
perdano, importa che non si siano arresi. E combattere contro gli sbraitanti, o
i sussurranti, quasi sempre ti relega ad una vita da emarginato, da incompreso
se non da folle. Diceva il filosofo “ gli uomini più simili e ordinari sono
sempre stati e sono in vantaggio, quelli più eletti, quelli più raffinati, più
singolari, i più difficilmente comprensibili restano facilmente soli, soggiacciono,
nel loro isolamento, alle sciagure, e di rado si trapiantano”. Io aggiungo che
gli eroi sono sempre tristi e soli. A loro modo sono tutti dei romantici, molti
hanno conosciuto madama sofferenza, alcuni sono stati contrassegnati come
pazzi, delinquenti, drogati, fanatici, estremisti. Ma tutti hanno vissuto con
passione. E non si sono arresi.Quasi tutti sono personaggi tormentati e spesso i loro tormenti hanno trovato una valvola di sfogo in una forma d'arte, diceva il poeta "una passione sfrenata per l'arte è un cancro che divora ogni cosa".
Ve li presento semplicemente e brevemente per come li vedo
io, ve li mostro in una sorta di fotogramma scattato dai miei occhi, niente
più. Una breve, essenziale immagine immediata come uno sguardo. Se volete
approfondire qualcosa di loro cercate su wikipedia, o sui libri. La mia è solo
un’occhiata, un colpo d’occhio che vi ho voluto mostrare. Ammetto che mi
sarebbe piaciuto dilungarmi su ognuno di loro ma anche la sinteticità di un
semplice fotogramma può avere il suo fascino.
domenica 9 settembre 2012
sono soffice e
dilatato come la creatura di un sogno.
che palle doversi sforzare di essere equilibrati! forse amo così tanto la
solitudine solo perché così non devo sforzarmi di sembrare equilibrato. da solo
faccio salti e tuffi stupefacenti, percorro deserti e cieli, mi pugnalo il
cuore se mi va, mi nutro di buio, mi
disseto con parole musicali, squarcio a morsi un fiore, e se mi va parlo,
magari scrivendo, ma parlo come va a me, me ne frego del sole, della compagnia,
delle mie stesse ossa. il mare che ho dentro a volte è così cupo e fondo, avete
mai visto il mare dal ponte di una nave che naviga distante dalle coste? è così
nero e profondo che incute timore. io a quel timore ci ho fatto l’abitudine,
non smette di infondere paura, d’accordo, ma l’abitudine rende più…. non so,
non trovo le parole. non più coraggiosi, e nemmeno più freddi e insensibili,
nemmeno più miopi o incoscienti. forse un po’ tutte queste cose, forse,
semplicemente, non sono bravo a scrivere. non abbastanza, tutto qua.
da qualche parte
stasera, nella mia città, una ragazza che odia il pesce è andata a mangiare in
un sushi-bar. ha mangiato solo il riso, come un assetato che lecca la buccia di
un frutto maturo e non ne assapora la polpa succosa. una ragazza che odia il
pesce e va in un sushi-bar è pura poesia, è autolesionismo vissuto con splendida
leggerezza. “la sushi-girl che odiava il pesce”, mi piace tantissimo come
titolo. c’è un’esotica sensualità controbilanciata da un tocco di odio, una
coppa di veleno servita con un ombrellino colorato come ornamento. la notte
della città inghiotte con le sue luci impure, con i suoi rumori polverosi, una
bocca da qualche parte inghiotte il riso scartando il pesce. il locandiere
dagli allungati occhi lastricati di un nero ardente disse “i miei piccoli cigni
bianchi e fiammeggianti si fermeranno davanti alle finestre della casa ricca di
conchiglie e si specchieranno come spiriti in un giorno freddo con pochi
colori”. lei, la sushi-girl, spirituale orchestra in un banchetto di
lapislazzuli, continuava a scartare il pesce e ad inghiottire solo i bocconcini
di riso. processioni di corpi malati per le vie, un campanile esala i suoi
ultimi sospiri, un castello rivela segreti ad orecchie stonate. la sushi-girl,
per tutta la sera, ha mangiato solo il riso.
sabato 8 settembre 2012
nessuno vuole leccare le mie ferite? la mia pelle
trasuda sangue e sudore, sofferenza che viene a galla. la sofferenza di un
pagliaccio smaschera sempre una grande tristezza, colpisce tanto perché è
imprevedibile, quasi inconcepibile. credo di averlo già scritto in un’altra
occasione, mi vedo disteso come il cristo morto del mantegna, il mio corpo
abbandonato in un giaciglio solitario, nessun volto a versare lacrime o
elargire uno sguardo sincero, profondo e addolorato. non sono morto, la mia
pelle traspira una sofferenza che nessuno può toccare, una specie di veleno che
mi è stato dato in dono dalla nascita. adoro quando mi sento così, estremamente
vulnerabile e al contempo forte, duro e fragile, solo come uno specchio
abbandonato senza nessuno di fronte. se raccontassi queste cose, della mia
amicizia con la mia splendida dama ottocentesca, mi sentirei dare dei consigli
per abbandonarla, per normalizzarmi, “mediocrizzarmi”, consigli tendenti, in
sintesi, ad una più robusta applicazione di cerone e nasino rosso, applicazione
magari costante. come si dice, la cura è peggiore del male. fare il pagliaccio
mi ucciderà, ne sento sempre più il peso. vorrei essere libero, vorrei
liberarmi…
mercoledì 5 settembre 2012
la
mia splendida dama ottocentesca è raggiante nella sua grazia e nel suo pallore.
è nella stanza con me, a piedi nudi, il suo abito di un bianco che non
appartiene a questo mondo. sono seduto sul pavimento, lei in piedi in un angolo
della stanza, io scribacchio queste parole, ogni tanto sollevo lo sguardo che
si perde oltre ogni confine del mondo, ogni tanto incontro i suoi occhi,
neri, lucidi e profondi. e dolci. una dolcezza trascendentale, mi guarda come
una bellissima e giovane madre guarderebbe la sua amatissima creatura. mi ha
visto crescere, senza assillarmi non mi ha mai abbandonato, la sua presenza, il
suo sguardo su di me è ciò che mi rende differente. Lei è un po’ una morte ma
senza la falce, un po’ l’angelo custode della mia anima, una silenziosa
consorte delicata e amorevole. quando esalerò l’ultimo respiro la sua mano
lambirà la mia fronte gelata, le sorriderò e lei mi prenderà per mano, e non mi
sentirò solo. gli umani saranno già distanti anni luce. sarò leggero e
bellissimo e nessuno vedrà mai la mia bellezza. ora sono meravigliosamente,
candidamente solo, la grazia della mia splendida dama è una silenziosa pioggia
di petali bianchi, il suo sguardo mi dice che prima di sprofondare nel buio,
stanotte, mi bacerà sulla fronte e terrà alla larga tutti gli stronzi ronzii di
questo mondo. sono un fantasma, sogghigno pensando al nasino rosso e al cerone
abbandonati per stanotte nella specchiera del mio bagno. sono solo, tendo la
mano alla mia splendida dama ottocentesca…
c’è qualcosa nel vento, stanotte. chissà da dove
arriva e quante cose ha sorvolato prima di giungere qui. sento qualcosa,
qualcosa di indefinitamente vivo, impalpabile, invisibile ma appena
percettibile. forse una sensazione frutto della mia immaginazione, forse no.
qualcosa di vivo aleggia nell’aria, stanotte, qualcosa di vivo che è stato
morto, una rarefatta miscela di vivo e di morto. il cuore di ogni persona ha i suoi
morti. anche se magari si tratta di persone che non sono neanche morte per
davvero, semplicemente sono diventate sorde e mute, in una parola
irrimediabilmente lontane.ognuno ha tastato con mano il feroce tocco di un
addio. forse quelli più crudeli sono quelli non detti, non celebrati, quelli
taciuti, fiammelle che lentamente perdono luce e calore e vita, smettono di
danzare e muoiono.gli addii, come la morte, hanno il loro fascino.
domenica 2 settembre 2012
ci
vuole coraggio per scegliere di non essere amati. in realtà le cose non sono
proprio così, per il coraggio va bene, ma per quanto concerne l’amore avrei da
ridire. non si rinuncia all’amore, salvo in rari casi dettati dall’attaccamento
alla libertà o al proprio Io. quindi non è all’amore che si rinuncia bensì alla
sua rappresentazione scenica. l’amore è cosa talmente rara, almeno per quel che
riguarda gli esseri intelligenti, quelli insomma che sanno distinguere il
gioiello prezioso dalla patacca, l’amore dalla sua rappresentazione scenica.
per rinunciare alla messinscena ci vuole comunque coraggio, una forza fatta di
onestà con se stessi, trasparenza d’animo, rifiuto di vedere, guardandosi allo
specchio, uno sconosciuto, o il proprio viso coperto, se non da una maschera,
almeno da un sottile velo di accettazione di un compromesso. ci vuole forza
d'animo per mantenersi puliti, per non infangarsi. paradossalmente, invece,
quasi sempre chi sceglie di restare pulito viene visto come uno sfortunato con
un po’ di fango addosso. e alla fin fine, come diceva il poeta, “l’amore non ti
salva dal tuo destino”. quest’angolino virtuale delle volte rassomiglia ad un
palchetto su cui salire e fare la propria predica, così, a ruota libera,
infischiandosene dell’uditorio, parole inanellate seguendo istinto,
suggestioni, intelligenza, sensazioni. un’individuale jam session di parole.
mmmmm quest’ultimo concetto mi piace, un’individuale jam session di parole.
dovrei appuntarmelo da qualche parte. ah no, lo sto già appuntando, non sto
pensando, biascicando pensieri, sto scrivendo, biascicando parole scritte, uff…
sabato 1 settembre 2012
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