lunedì 30 agosto 2010

agosto V

certe volte la notte è una passeggiata tra ghiacciati cristalli invernali, appuntiti spuntoni di vetro; altre volte una soffice e preziosa danza sbocciata all’improvviso dal nulla, un piccolo fiore cresciuto nella follia. follia è dimenticare, anche se solo per una notte, di essere soli. sono un’impalpabile e splendida follia. anche se circondato da persone, la verità è che sono solo ventiquattro ore al giorno. la mia ombra è una splendida dama ottocentesca. abbraccio la mia follia, è calda, dolce e non stride accanto alla mia solitudine. l’abbraccio tenendola forte sul mio petto. la notte genera mostri. la notte può farci sognare. la notte può essere così magica…

sabato 21 agosto 2010

ore tenebrose sono sbocciate questa notte, trapassando ogni patina di ghiaccio, ogni rivestimento nevoso, ogni strato di cerone. rotolo su un giaciglio di frammenti vetrosi, come un corpo tormentato dalle fiamme che cerca invano di spegnere il fuoco. mi dibatto furiosamente stando fermo. affiora in superficie, come il rosso acceso delle braci, a fior di pelle, con bruciante violenza, tutta la mia profonda bellezza misantropa e taciturna. le mie stalattiti, cresciute dentro di me all’impazzata, mi trafiggono dall’interno come mille campanili feroci, come radici che crudelmente si fanno strada bucando muscoli e organi. sono una meravigliosa creatura nata per essere straziata, squartata da invisibili inverni trascendentali. ruggiti di rabbia, come orde di barbari, assaltano il mio corpo dall’interno creando un desolante regno erosivo, il mio inferno personale. mentre scrivo queste parole mi viene in mente lo stato d’animo de “la mia stagione” e… non dico che sorrido ma il rogo si allevia, la mia diversità mi consola, la mia bellissima dama ottocentesca ,che sa essere così intensa ed efferata, ora disegna una lieve carezza sulla mia pelle deturpata.

......

cazzo quanto rosicchiano… uno tsunami d’inquietudine ha inondato la mia anima… e non parlo d’inquietudini definite, materiali, riconducibili a chissà cosa, no… è la mia natura che si manifesta con la stessa foga di un equipaggio che si ammutina … io sono il capitano, il vascello, e l’equipaggio… tutte e tre le cose. un pianto, una solita, ordinaria tristezza, queste sono cose così distanti, ora, dal mio sentire… una nebbia persistente, densa e accanita è discesa dall’inferno-travestito-da-cosmo… discesa come un intento di un assassino, come un condensato di tutte le angosce di tutti i manicomi del mondo. foreste, palazzi, voci, focolari e lontananze, non so dove sbattere la testa , stanotte. siedo sulla sponda del fiume sapendo che non arriverà nessuno. una notte decisamente maledetta, maledetta a modo suo, totalmente priva di clamori, nel senso che la sofferenza è bisbigliata da un dio che non si fa vedere e riconoscere. sento la desolazione di tutte le lacrime degli uomini, improvvisamente private di ogni pianto. quasi mi fa male scriverlo, ma è come se fossi diventato all’improvviso una persona “normale”, uno di quegli zombie che mi circondano nella quotidianità, e fosse calata su di me la mia solita, infinita tristezza. l’effetto devastante è quello. ora (scrivo “in diretta” , riversando ciò che sento senza pensare alle lettere che prendono forma), ora approdo in un mostruoso, disumano nichilismo. ora andrò a letto con la mia coperta fatta di deserto. morte, amore, umani… andati tutti al diavolo. nessuna delle vostre strade conduce al mio inferno. stanotte, più che mai, nessuno potrebbe dormire nel mio letto. dormirò, morirò, amerò solo con me stesso. o forse non farò nessuna di queste cose.

mercoledì 18 agosto 2010

un decoroso piedistallo

una lussuosa e luccicante
sala da ballo
non avrà mai il fascino
di un volto femminile
col suo blando
incarnato
di corallo

anche se non ballo
osservami
mentre accarezzo
le aguzze sporgenze
del mio animo di cristallo

il mio corpo
un relitto fluttuante
privo di tagliando
un semplice
decoroso piedistallo
in via di apatico disfacimento

lento
rimiro il tramonto
del talento spirituale
un sanguinolento fanciullo
immerso in un mondo violento
totalmente privo
di alcun fascino infernale

sabato 14 agosto 2010

mmmmm adorabili e benaccetti giorni di abulica apatia… mi diletto a non commettere alcuno sforzo. stanotte il temporale, questa mattina una giornata d’agosto che gioca a fare la giornata autunnale, ora la pioggia si è asciugata, evaporata dalle strade, dai tetti, dalla terra. esco a fare due passi. mi sento talmente mistico che la strada su cui cammino è un raggio emanato direttamente dall’eternità. non incontro persone, non vedo nessuno, eppure la strada è affollata benché priva di denti, di artigli. il mio spirito è una nuvola bianca che zampilla limpide stelle invisibili. sono un’irraggiungibile isola immersa nel suo mare di luce. se non mi sentissi così, probabilmente avrei risposto diversamente alle parole della giovane e carina cassiera “ciao… avrei voglia di staccare un attimo …. vorrei che qualcuno mi offrisse un gelato…” io, che in effetti ero affamato avendo saltato il pranzo “io vorrei che qualcuno mi offrisse un panino!”. comunque ho acquistato una decina di dvd: a 3,90 euro ho preso metropolis di fritz lang, l’angelo azzurro di sternberg, con marlene dietrich, il nosferatu di murnau; a 7,90 bastardi senza gloria di tarantino, l’armata brancaleone di monicelli, viale del tramonto di billy wilder, zabriskie point di michelangelo antonioni e revolutionary road ( che ho visto al cinema con l’amica matta:ricordo i due bravi protagonisti, la coppia winslet-di caprio e dei bei dialoghi); inoltre il dottor divago di david lean e quarto potere di orson wells. compro solo dvd di film che ho già visto. non sopporto quelli che scegliendo tra i titoli dicono “ ma nooo, quello l’abbiamo già visto non ricordi?”

lo sguardo e le parole delle cassiera mi hanno donato un pizzico di calore; mi rendo conto che la maggior parte delle persone non fa altro che ricercare un po’ di calore, la gente si strofinerebbe con chiunque pur di ottenere un po’ di calore. il coraggio della solitudine credo sia il coraggio di affrontare il freddo. io godo denudando la mia anima, facendole assaporare sprazzi di libertà, attimi di incontaminata anarchia interiore. adoro sentire i miei visceri e la mia anima che danzano, contemporaneamente, seguendo spartiti completamente differenti.

venerdì 9 luglio 2010

altra notte. stesso balcone, stessa ragazza. lei “a questa notte manca soltanto il mare, sentire il ritmico e flebile alitare del mare, ora, con te, su questo balcone, non avrebbe eguali”. entrambi siamo accanto alla ringhiera metallica, con i palmi delle mani poggiati sul ferro. lei si volta verso di me “faresti una cosa per me?” la guardo in silenzio, i miei occhi imperturbabili esprimono incondizionata condiscendenza, lei continua “se te lo chiedessi, mi spingeresti giù dal balcone?” fa una breve pausa fissando il bosco e, sempre con lo sguardo fisso davanti a sé “ è una cosa che sogno di fare fin da bambina… un volo… un salto incosciente e sfrontato…. mi ha sempre frenato la paura… la paura dell’attimo prima di toccare il suolo, la paura di quell’attimo di estrema lucidità…” io “ non credo di poterti garantire quell’attimo di serenità che vai cercando…”. i nostri sguardi si toccano, ci baciamo. la bacio nonostante le nostre bocche non si siano ancora toccate. il bacio comincia qualche attimo prima che le bocche entrino in contatto, c’è un momento, carico di magica alchimia, in cui due anime si baciano, anche se le due bocche ancora non sono un tutt’uno. quell’attimo, forse, è l’essenza del bacio, il resto è un’umida conseguenza di quell’attimo di magia.

assaporiamo l’essenza di quel bacio (presumo lo faccia anche lei) senza accostare le nostre labbra. i nostri sguardi ora sono più fluidi. lei “ti rendi conto che non sappiamo niente l’uno dell’altra? ciò rende questa situazione surreale…” io “ non credo ci sia bisogno di sapere qualcosa l’uno dell’altra per stare qui, stanotte, in questo balcone. ci diciamo quello che ci va, il resto sarebbe vano chiacchiericcio estivo”. lei “ti rendi conto che potremmo anche non vederci mai più? ed io non so nemmeno come ti chiami…” io “parole da donna, e il mio ruolo di uomo mi suggerirebbe parole improntate ad un risoluto e dignitoso cinismo alla umphrey bogart eheheheheh” sorrido con dolce accortezza e, qualche istante dopo, i muscoli del mio viso appianano gradualmente le sfumature di quell’impercettibile sorriso. “nel frigo della mia camera” fa lei “ho una bottiglia di vino rosso, ti andrebbe se la portassi qui?”. io, con espressione serissima “parole più audaci e geniali, ora, non potevi pronunciare. ti aspetto…”. si allontana ed io, in un baleno, mi dissocio mentalmente dal mondo, dalla ragazza, dalla bottiglia di vino. completamente solo, Solo. sulla sedia, le gambe dritte e divaricate, le punte delle dita delle mani tutte in contatto tra di loro, i palmi staccati come se stringessi un’invisibile palla sospesa a mezz’aria. la presenza della ragazza è assolutamente piacevole eppure, ora, assaporo avidamente la solitudine, forse perché si tratta di un’ effimera solitudine con i secondi contati, “la bellezza delle cose mortali” penso, o forse la verità è che sono realmente e semplicemente un amante della Solitudine? si avvicina col suo leggerissimo vestitino bianco, la chioma rossiccia e la pelle placcata di una discreta doratura estiva, in una mano la bottiglia di vino piena per tre quarti, nell’altra due piccoli calici di vetro che involontariamente fa tintinnare due o tre volte, mentre cammina. grazie a Dio non pronuncia frasi stupide e banali tipo “ti sono mancata?”. mi porge un bicchiere mezzo pieno, lei prende l’altro ma non beve, forse aspetta che sia io a fare il primo sorso, poi mi dice “ti andrebbe se ti dicessi quando partirò, quando andrò via? o ti andrebbe di dirmi quando partirai tu?” bevo un sorso e lei fa altrettanto, io “ se fossimo in pieno giorno forse sì, ma un po’di mistero ben si addice ad una notte come questa”. il suo viso diventa malinconico, si dedica silenziosamente al suo bicchiere e lo svuota, io faccio altrettanto poi mi alzo e le prendo una mano, invitandola ad alzarsi. la conduco davanti alla ringhiera del balcone, i nostri fianchi e le gambe poggiati sul metallo, mi avvicino a lei cingendole la vita con il braccio. restiamo un po’ così, in silenzio. penso ad alcune cose che mi detto “ti rendi conto che potremmo anche non vederci più? alla bottiglia di vino, alla domanda “ti andrebbe se ti dicessi quando andrò via?”, probabilmente andrà via domani, penso. e penso anche che se ci scambiassimo i numeri, se decidessimo di incontrarci ancora, sicuramente non ci sarebbe questa stessa, soffusa magia quasi incantata. restiamo così, appoggiati contro la ringhiera, la mia mano sul suo fianco. io sto bene così, ogni parola, ogni decisione, ogni falsa speranza sarebbe ora una spiacevole presenza. restiamo così, in silenzio, davanti alla notte, la nostra notte.

giovedì 1 luglio 2010

notte calda e sudata. poco fa qualcosa mi ha fatto pensare. una persona tremava di paura, soffriva per qualcosa di assolutamente inesistente e intangibile, qualcosa che esisteva solo nella sua mente. quella persona soffriva, si vedeva, la sua sofferenza era ben visibile nel suo sguardo, nelle sue parole, nei suoi tremori. però non c’era niente di reale che la facesse soffrire. dunque la sofferenza era una sua idea.non sono le cose in sé a farci soffrire bensì l’idea che noi ci siamo fatti di quelle medesime cose. finalmente la musichetta ballabile di qualche vicina festicciola paesana si è spenta. ora sento l’infernale frastuono che fanno gli aironi. ebbene sì, dal balcone del mio posto di lavoro posso vedere, oltre alla luna, anche gli aironi cenerini. fanno un tremendo baccano di notte, come un concerto di un coro vocale di rospi grandi come mucche. chissà se quando fanno così stanno facendo l’amore, litigando, giocando o semplicemente conversando amabilmente. mentre ero sul balcone ho immaginato che una persona, visto che si trattava di una mia fantasia ho pensato ad una bellissima ragazza, mi si avvicinasse con garbo per condividere lo stralcio di notte che avevamo davanti. “posso?” . considerata la bellezza della ragazza la risposta possibile poteva essere una sola “sì, certo, prego…”. fosse stata brutta, la risposta sarebbe dipesa dalla mia, più o meno forte, momentanea tendenza alla solitudine. “a cosa pensavi?”. “alla sofferenza, al fatto che spesso le cose che ci fanno soffrire non esistono ma la sofferenza è una conseguenza della nostra visione delle cose”. balle! in realtà, poco prima che la ragazza si avvicinasse, non pensavo ad un bel nulla, fissavo beatamente il cielo grigio-pesante senza nubi. ma quando ci chiedono a cosa pensiamo, spesso tendiamo a dare risposte più eleganti o, perlomeno, più condivisibili di quella che è la verità. se avessi risposto “ a niente, guardo il cielo senza curarmi di ciò che penso” forse sarei sembrato un po’ sgarbato, o forse un po’ deficiente. circa i nostri pensieri, riusciamo ad essere totalmente sinceri solo con un’ipotetica materializzazione del nostro Io. ma avendo accanto la materializzazione del nostro Io probabilmente le parole sarebbero superflue, lui (o lei) saprebbe benissimo a cosa pensiamo. lei, la ragazza “che silenzio, che pace… si sta benissimo…” io “questione di punti di vista: silenzio e pace, in questa medesima notte, per qualcun altro potrebbero essere sinonimi di “che noia, che palle”, se ora trasportassimo qui un ragazzo che si sta dimenando in qualche discoteca della riviera romagnola probabilmente penserebbe che questo è l’inferno; l’inferno è una conseguenza della nostra visione delle cose eheheheheh”. accenna un sorriso “hai ragione, se ora fossi trasportata nel bel mezzo di una pista di una discoteca penserei di essere capitata all’inferno”. io “ in effetti trovarsi qui con me, su questo balcone, dev’essere per te una sensazione celestiale. devi sapere che in realtà io sono un angelo… o uno svitato…” lei “ preferirei fossi un angelo ma la ragione mi consiglia di pensare che è più facile che tu sia una svitato; chissà perché la ragione spesso è così poco bizzarra e immaginosa”. io “la ragione la cresciamo, la educhiamo noi: siamo noi che troppo spesso la facciamo crescere in un ambiente recintato, restrittivo; un bambino che cresce in una famiglia dalla mentalità rigida è probabile che divenga una persona dalla mentalità rigida”. un’ombra di tristezza le vela il viso “vorrei che fossi cresciuta in un ambiente più aperto… tu forse hai avuto questa fortuna…” io “ sono un angelo e mi è toccato crescere in una famiglia normale, gli spazi del paradiso, in fatto di apertura, non possono certo competere con gli spazi terreni… … ti va di fare due passi?” ci alziamo quasi contemporaneamente.

vi saluto, vado a fare due passi con la mia fantasia eheheheheh.

domenica 27 giugno 2010

penso che l’amore, così come la morte, venga dal profondo di noi. il primo a volte lo indirizziamo verso qualche persona, ma è dal fondo del nostro pozzo interiore che lo attingiamo. la maggior parte delle persone è piuttosto sterile, il loro pozzo alquanto assetato. non parlo della capacità di voler bene ad un’altra persona ma dell’inestimabile, grande amore romantico, quello così magico e inattaccabile, quello che somiglia al sogno adolescenziale, però baciato da una concretezza adulta, da una preziosità ultraterrena. se non lo conoscessi personalmente, sicuramente dubiterei della sua esistenza. parole da innamorato scritte da chi innamorato non è. per questo sono ancora più credibili. se le leggessi scritte da qualche altra mano, diversa dalla mia, probabilmente sarei dubbioso. ma io conosco bene il fondo del mio pozzo, voi siete liberi di dubitare, sghignazzare, burlarvi di queste parole così impalpabili. la verità, forse, è che questo mio credere nell’amore romantico-infinito è la sintesi del mio sentirmi diverso. mai e poi mai vorrei che un innamorato si rispecchiasse in queste parole, dio me ne scampi! probabilmente sarò frainteso, e qui vien fuori un distillato di pura, onestissima umiltà: sarò frainteso perché non so scrivere. qui viene a galla la mia concezione di quello che dev’essere un grande scrittore, ma questa è un’altra storia. amen.

sabato 26 giugno 2010

sono triste e sorrido, triste perchè la mano della mia splendida dama ottocentesca non si allontana mai troppo dal mio viso, sorrido perchè ... perchè siamo vivi quando sorridiamo nel silenzio, quando soffriamo, quando sanguiniamo...
oggi ho voglia di starmene un po' per conto mio (tanto per cambiare ehehehhe ), la mano chiusa a pugno e il viso un po' inclinato, poggiato sulle nocche spigolose, tra mento e guancia, sulla barbetta di cinque o sei giorni... ho uno sguardo così tristemente dolce, poco fa sono andato davanti alla specchiera del bagno per averne conferma: oggi ho degli occhi meravigliosamente tersi e leziosi, due pacifiche nubi che riposano sul trasparente fondale di un irreale lago di luce misteriosa. mi sento beatamente solo come una stella nel cuore di un bosco oscuro, come una lucciola nella più lontana e inimmaginabile profondità del cosmo. una panchina nel cuore della notte dorme solitaria come un'isola. il vociare di una cascata graffia il silenzio senza far male. sono un musicista che cerca di spiegare i misteriosi segreti della morte e dell'amore. nella notte suono inascoltato...

domenica 20 giugno 2010

sorrido riflesso nel mio masochismo. quando mi sveglio sanguinante assaporo la mia bellezza che si fa strada tra le ossa, come una bimba viziosa mi passo la lingua sulle labbra gustando angoscia rovente. mi sento così bello e diverso quando soffro, l’alba mi brucia la pelle mentre i sogni mi corrodono dall’interno, questo il mio risveglio stamani. sorrido pallido e malato, esangue e tremolante. e mi sento così bello, bello e diverso, tagliente e tagliuzzato, corroso e rovente dentro, corrosivo e ghiacciato fuori.

ora notte. fuori aria bagnata, ascolto la tenue pioggerellina cantare con sommessa e gentile discrezione. sotto il trucco sento tutta la mia splendida diversità. adoro sentirla. mi compiaccio dolcemente. il pensiero va alla mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio: in un’esplosione del mio sano narcisismo penso che la cosa più bella della mia musa sia io, era il mio sterminato amore ultraterreno che la rendeva una creatura così meravigliosa. si dice che la bellezza è negli occhi di chi guarda, quando la guardavo nei miei occhi c’era la serenità di una mitologica isoletta sperduta, inattaccabile dagli artigli del tempo, dalle manacce degli uomini. e sempre nei miei occhi c’era il sole i cui raggi si diramavano, fino a formare i riccioli dei suoi capelli, le forme della sua carne. una macchina che passa mi distoglie dalle mie fantastiche visioni idilliache. con affilata razionalità mi rendo conto che non c’era nostalgia nei miei pensieri, perlomeno non la solita nostalgia che attanaglia voi comuni mortali. esco sul balcone a seguire la distrazione nata dal rumore dell’auto. la stessa pioggerellina di prima, immensi alberi come palazzi, neri, silenziosi e bagnati. vorrei che il rumore della ventola del computer si zittisse all’istante. divengo un dio capace di plasmare la realtà circostante: spengo il pc. silenzio e notte. il resto è roba mia.

giovedì 10 giugno 2010

l'autenticità è il migliore dei look, più si cura la superficie e più si lascia inaridire ciò che si ha dentro.

mercoledì 9 giugno 2010

una macchia violacea esplosa su una superficie giallognola e intarsiata con mille sottili ghirigori verdi che formano lettere e quadratini, riccioli e faccine. e un foglio manoscritto in cui mi sono sentito vivo, sapete, come le lettere dei film che vengono lette da una voce fuori campo, la voce dell’autore della lettera. ecco, leggendo la lettera ho sentito la voce di chi mi ha scritto che mi parlava in modo familiare. piacevole sensazione. non mi capita spesso di ascoltare con piacere una voce che mi parla ma, dopotutto, non capita spesso neanche d’incontrare una ex-quattordicenne-che ascolta-i-talking-heads. mi rendo conto che sentire la voce di qualcuno che per me è stato importante sarebbe, se non spiacevole, perlomeno insipido, fastidiosamente scialbo. il tempo che passa ricopre inesorabilmente le persone care, ora lontane, di una patina d’indifferenza che affievolisce i sentimenti, una rugiada naturale e opacizzante. il ricordo di una persona cara, quello resta vivido, ma è un’immagine muta e statica, che non ha niente a che fare con il presente. c’est la vie. ora sono immerso nella notte. la solitudine notturna è per me un venticello che accarezza un fuoco, gli dona ossigeno e ravviva l’ardore delle braci del mio animo. la brace a volte scalda e conforta, altre volte brucia e fa male. è pur sempre il mio fuoco, senza di esso sarei un corpo morto. la domanda che in questo periodo va molto di moda è “allora dove andrai in vacanza?”. “ma non rompetemi le palle” mi verrebbe da dire. ed è quello che dico, seppure in toni un tantino più garbati e vaghi. sogno una prolungata notte della durata di quattro o cinque giorni, una persitente notte ininterrotta in un antico paesino desolato. notturne passeggiate senza meta e senza orario, l’anima libera di volteggiare come un pipistrello svolazzante nell’aria fresca e buia, nessuna preoccupazione per l’alba che sarebbe sempre pacificamente distante. la solitudine notturna dà voce al silenzio dell’anima, un silenzio che è un distillato della nostra essenza. chi non ha piacere di ascoltarlo odia se stesso o ha un’anima muta, è dunque un corpo morto che cammina. lascio svolazzare un po’il pipistrello…

saluti notturni dal batt

martedì 18 maggio 2010

l’ottusa monotonia della persona con cui sono obbligato a trascorrere un bel po’ di ore stimola, in me, la voglia di solitudine, di malinconica riservatezza, di scrivere parole folli e colorate. la squilibrata quattordicenne che ama dipingere, percependo appassionati vortici sprigionati dall’esplosione di creature viventi, appositamente imbottite di petardi, non troverebbe molti spunti dallo squartamento della persona che ora ho accanto. la folle e geniale adolescente, che ancora è senza nome, dall’esplosione della tizia ricaverebbe un dipinto dalle tonalità grigio-chiaro, un pannello color sabbia con alcuni puntini neri, sparsi qua e là, che darebbero un senso di desolazione e silenzio, un foglio di carta abrasiva spazzato da uno sconsolante vento né caldo né freddo, l’avvilente monocromia della superficie di una scrivania moderna, laccata e completamente priva di venature e di espressive suggestioni visive,olfattive, emotive.
stanotte la luna mi sorride, mia beffarda complice. la mia profumatissima malinconia, che affonda morbide e soavi radici nel cuore della luna, ha la delicatezza di un fiore, il vigore di un albero, il calore del vino, la leggerezza dell’aurora. mmmmmmm ahimè, devo abbandonare carta e penna…

buonanotte.

mercoledì 12 maggio 2010

che gente!

“c’è una collega della mia ragazza che si è lasciata col fidanzato e vorrebbe uscire per bere una cosina, perché non vieni?” dopo trecentomila NO eccomi in un pub frequentato da troppi adolescenti. nel giro di due minuti mi sono già pentito di non aver pronunciato il trecentomilaunesimo NO. sono convinto che se alla tizia facessero una tac del cranio si vedrebbero delle forme cubiche. cervello squadrato come una scacchiera, mentalità rigida come una stecca da biliardo, la stessa fantasia e immaginazione di una pulce depressa e lobotomizzata, puro distillato di noiosissimo pragmatismo soporifero e tedioso. mai un essere vivente è stato meno interessante ai miei occhi. per buona parte del tempo trascorso in quel tavolino ho pensato fondamentalmente a tre cose: alla McFarland che avevo davanti, al fatto che il tizio che ha piantato quella tizia ha fatto la cosa più sensata che potesse fare e a come avrei potuto far fuori il mio collega. che gente! avrei potuto passare un’ora del mio tempo a fissare la mia bellissima jeanne, anche fissare una parete spoglia non sarebbe stato male e persino un’ora in compagnia di gerry scotti o enrico papi sarebbe stata una cosa migliore. chissà se quella tipa si rende conto di essere così oscenamente avvilente, magari è per quello che il suo unico scopo è accalappiare un povero cristo qualunque affinché possa condividere con qualcuno il suo animo così slavato e insignificante. forse si rende conto di quanto è insostenibile e non si sopporta da sola… bah. cazzi suoi, della sua amica, del mio collega e di tutta l’umanità tranne che miei. penso alla mia jeanne, ad una fetta di strudel fatta in casa, ad un’altalena, ad una ex quattordicenne che ascolta i talking heads, ad una persona che mi ha paragonato ad un cactus, ai budini e alla carta igienica che rubo a lavoro,ai ponti di san pietroburgo, alle rose sparse sul pavimento della mia stanza, ad una ex quattordicenne, quella di prima, che guarda La corazzata potemkin, a una giornata di pioggia, ad una fiorentina seguita da una grappa…. mi sorprendo a sorridere. mi adoro. vorrei baciarmi ma mi accontento di sorridermi

domenica 9 maggio 2010

SsSsSsshHhhhhhhhh......

tutto fermo, calmo, statico. notte. anche gli uccelli, che generalmente fanno un gran baccano, sono diventati taciturni stanotte. buio immobile, senza vento, senza rumori. tutto tace. tutti si sono chiusi dentro le loro stanze e ora dormono. e mi hanno lasciato fuori. e non mi dispiace per niente. mi avete lasciato fuori dalle vostre inutili vite del cazzo, e non me ne frega niente. niente. godere dell’isolamento è un’esclusiva degli esseri superiori. e gli esseri superiori sono spesso tristi e soli. ma questa è un’altra cosa. sorrido pensando che le persone sono come grossi contenitori metallici colpiti con un bastone: più sono vuoti e più fanno rumore. il silenzio e l’introspezione sono per pochi. alla massa le sue chiacchiere, i suoi sciocchi intrattenimenti televisivi. sorrido. mentre mi godo questo momento di autoisolamento. c’è un bellissimo silenzio stanotte. solo mio, tutto per me. è così bello pensare con lentezza, divagare, perdersi come un sottile filo di fumo nell’aria. il mio pensiero è così diafano, ascetico. sono un celestiale sogno trascendentale. penso agli occhi che si poseranno su queste parole: occhi che non mi hanno mai visto. paradossale che chi più mi sta vicino senta solo le parole che vengono dalla mia carne. è anche vero che se ora sto scrivendo è perché ho voglia di sentire la mia voce. questo silenzio è bellissimo. apprezzare questo silenzio, anche questa roba per pochi. mentre osservo questo silenzio sono bellissimo. l’ideale sarebbe sentirsi sempre così belli, peccato che per la maggior parte della giornata siamo circondati da personcine infime, tediose, ignobili, povere, fastidiose, inutili. la libertà di essere completamente asociali e antipatici: sogno ad occhi aperti. davanti a questo silenzio mi viene in mente che le cose che più ci colpiscono delle persone che amiamo (o apprezziamo, rispettiamo…) sono i loro silenzi, i loro vuoti, le loro assenze. sono cicatrici che ci portiamo dietro molto più a lungo dei sorrisi, dei baci, dei momenti felici. forse mi sbaglio, ma tanto che importa? sono solo e sto vaneggiando davanti a un bellissimo silenzio. ssssssshhhhhh…