tra poche ore le luci del giorno e della rappresentazione dell’ipocrisia quotidiana, ora ancora notte, ancora solitudine, ancora Io. occhi stanchi e animo che di dormire qualche ora non ne vuole sapere, assaporo sgoccioli di notte in compagnia di me stesso. il corpo non sente sonno e non sente freddo, è un marmoreo prolungamento del mio animo ripiegato su se stesso. mentre tutte le finestre sono chiuse io spalanco l’animo alla notte, sono sconfinato come un cielo notturno sopra una città addormentata. la notte è il paesaggio ideale per stare soli con i propri pensieri. rovistandomi dentro mi rendo conto che il dolore è assopito nel fondale scuro, non lo sveglio. il caldo distacco dal mondo mi abbraccia riconoscente come un uovo abbraccerebbe la chioccia, se solo avesse le braccia. chiudo gli occhi e distendo il corpo, immaginandomi dentro una canoa solitaria alla deriva, verso l’orizzonte, verso l’alba, verso l’infinità…
martedì 30 novembre 2010
domenica 28 novembre 2010
che cos’è la solitudine? in questo momento è un’irruente ebbrezza data dal fatto che le persone che poco fa chiacchieravano di modelli di telefonini e cose così si sono finalmente allontanate.
a proposito di telefonini, poco fa un sms da parte della mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio: è impressionante quanto io sia imperturbabile in questo periodo, niente e nessuno può toccarmi. sono distante anni luce da chi mi circonda ma sono anche, stranamente, sereno. bè, sereno sempre a modo mio, s’intende… questa imperturbabilità mi omaggia di una sprezzante e taciturna ironia che riverso verso tutte le sciocche ed epidermiche esistenze che mi attorniano durante il giorno. un tagliente e disdegnoso pagliaccio dotato di un’invisibile arroganza spirituale. intanto pioviggina e l’aria fuori è fredda e pulita, l’asfalto lucido come uno sguardo corvino foderato di pianto (mmmmm, “…come uno sguardo corvino foderato di pianto…” … mi piace… ).
per molti la pioggia pomeridiana è sinonimo di noia e inadeguatezza… esserini piccoli quanto moscerini nani provenienti da lilliput! la pioggia è vicinanza di singole gocce solitarie, è suono che in pochi sanno ascoltare...
a proposito di telefonini, poco fa un sms da parte della mia bellissima musa dalle vene di ghiaccio: è impressionante quanto io sia imperturbabile in questo periodo, niente e nessuno può toccarmi. sono distante anni luce da chi mi circonda ma sono anche, stranamente, sereno. bè, sereno sempre a modo mio, s’intende… questa imperturbabilità mi omaggia di una sprezzante e taciturna ironia che riverso verso tutte le sciocche ed epidermiche esistenze che mi attorniano durante il giorno. un tagliente e disdegnoso pagliaccio dotato di un’invisibile arroganza spirituale. intanto pioviggina e l’aria fuori è fredda e pulita, l’asfalto lucido come uno sguardo corvino foderato di pianto (mmmmm, “…come uno sguardo corvino foderato di pianto…” … mi piace… ).
per molti la pioggia pomeridiana è sinonimo di noia e inadeguatezza… esserini piccoli quanto moscerini nani provenienti da lilliput! la pioggia è vicinanza di singole gocce solitarie, è suono che in pochi sanno ascoltare...
..... [porca miseria, devo lasciare questo foglio virtuale,queste parole.. ]
venerdì 19 novembre 2010
la Malinconia, Francesco Hayez (1840)
giovedì 11 novembre 2010
Viola
...Viola era totalmente assorbita dalla tela che aveva davanti, le nostre voci, le nostre presenze non la sfioravano nemmeno, una rara, atipica e intoccabile viola del pensiero trascendente. Stava plasmando, al centro della tela, una deflagrazione di colore rosso acceso che si stagliava su uno sfondo che, dal nero dell’esterno, sfumava man mano che ci si avvicinava al centro in un viola cupo, angoscioso e rattristante. E al centro quella cruenta ed efferata esplosione di sangue, un falò di tormento, passione e martirio. Viola aveva la mania di cercare di fissare, sulla tela, la vitalità che, esplodendo con violenza, diventava, in un attimo cruciale, morte. Voleva immortalare quell’istante. E per farlo aveva decimato lo stuolo di animali domestici che pervadono il cortile del caseggiato...
... Usando dei petardi e dei piccoli fuochi artificiali che padre Carhal si era fatto portare per festeggiare il capodanno, la bizzarra quattordicenne aveva dilaniato una certa quantità di anatre, galline e oche, lo faceva con l’austerità di uno scienziato che osserva e annota i fenomeni che vuole studiare. Il suo sogno, però, era quello di squarciare con l’esplosivo un bel cigno...
... [intanto] ... lei aveva lo sguardo fisso alla tela, uno sguardo nero lucido, intelligentissimo ed estremamente vivace, incastonato in un amabile visino pallido contornato da un caschetto di capelli neri, un poco mossi. Immaginavo il suo sorrisino brillante e pungente mentre aveva la faccia cosparsa di sangue e frattaglie, immersa in una vorticosa nube di piume svolazzanti. ...
martedì 9 novembre 2010
Jeliza Rose

“non sono una vandala, sono jeliza rose…”.
la gioia dell’anticonformismo, la leggerezza di un’anima libera e decentrata, l’estrosa visione di un mondo completamente personalizzato, distante anni luce dal mondo standardizzato e precotto che la società perbenista e consumista ci propina da quando nasciamo.
jeliza rose è una splendida, meravigliosa bambina protagonista del film tideland-il mondo capovolto, di terry gilliam. il film ci permette di osservare il mondo attraverso gli occhi di questa curiosa, stravagante alice-nel-paese-delle-meraviglie e, in effetti, la piccola ha una visione del mondo tutta sua, del mondo ma anche dell’amicizia e della morte, della paura, del rapporto con i genitori…
è bellissima quando, all’energico sferragliare di un treno che le passa accanto, strilla forte mentre gioca dentro la carcassa di un’automobile ( aaahhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!! ), o quando ride mentre gioca con le teste delle sue bambole infilate nelle dita… e che dire delle sue inscenate morti teatrali, davanti allo specchio, con le piume di struzzo al collo, il dorso della mano sulla fronte “diomiooo… sto morendo! “. semplicemente meravigliosa.
sabato 6 novembre 2010
una strana quiete si è impossessata di me. ironizzo su me stesso persino dopo aver battuto il mignolino del piede contro lo stipite della porta (concretissimo esempio a favore di voi comuni mortali). non esiste forza senza pace interiore. la mia pace sovente ha colori forti e accesi come quelli della lava e dei lapilli di un’eruzione vulcanica, tutto racchiuso da un perfetto involucro di fredda ceramica bianca. ogni tanto si spegne la luce e gli occhi vedono tutto, con grande, splendente distacco. le fiamme del mio inferno personale ora sono tiepide, ci gioco come facevo da bambino con la fiammella delle candele, quando a casa mancava l’elettricità a causa di un temporale.
martedì 26 ottobre 2010
contro l’abitudinarietà
l’assuefazione, l’abitudinarietà penetrano come un tarlo nella nostra vita, nelle nostre giornate, dentro la nostra stessa pelle logorando dall’interno la nostra effervescente tendenza all’emotività. senza troppi giri di parole mi rivolgo a te, che ora stai leggendo queste parole: se hai intenzione di leggere con leggerezza e pressappochismo vattene, non ti voglio, vai via, se non hai intenzione di toccarmi, anche se sono sudato malato bagnato e dannato, vai via, fammi questo favore. in questo momento ce l’ho con l’abitudinarietà, quella che ci rende superficiali e frettolosi e poco permeabili alle parole e alle persone: continua a leggere solo se veramente ti va, solo se hai voglia di lasciarti toccare dalle parole, in caso contrario, come ho detto, vattene, anzi, aggiungo che se ti va di leggere devi commentare per forza, dire la tua, anche una sola parola. altrimenti sparisci.
troppo spesso lasciamo che la nostra unicità venga sepolta da quella gelatinosa marea che è la routine, è un mezzo per reagire alla paura dell’isolamento, osserviamo senza dare spazio, senza dar voce alla nostra unicità. una volta ogni tanto diamo voce alla nostra vera, schietta reazione, senza pensare troppo alle conseguenze, dare fiato alla nostra emotività. un modo per sentirsi liberi…
una frase conclusiva del filosofo:
troppo spesso lasciamo che la nostra unicità venga sepolta da quella gelatinosa marea che è la routine, è un mezzo per reagire alla paura dell’isolamento, osserviamo senza dare spazio, senza dar voce alla nostra unicità. una volta ogni tanto diamo voce alla nostra vera, schietta reazione, senza pensare troppo alle conseguenze, dare fiato alla nostra emotività. un modo per sentirsi liberi…
una frase conclusiva del filosofo:
“Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle
mediocri all'abitudine e quelle meschine alla paura" (Friedrich Nietzsche)
venerdì 22 ottobre 2010
tum tum tum la mente pulsa tachicardica tum tum tum …quando fa così so che al massimo dormirò ad intermittenza, un sonno costellato di sogni brevi e densi, frammezzato da tormentati risvegli sudati. mi stringo, mi avvinghio a me stesso diventando un tutt’uno col mio arcano fondo intricato. mi sento distante da tutti. le distanze più profonde non si vedono con l’occhio.
c’è chi fin da giovane ripudia la vicinanza di manichini caduchi e vuoti prediligendo un rapporto violentemente schietto e incontaminato con se stesso. osservo inermi brandelli di favole arse, avanzi di una vita che ho deciso di bruciare. freddamente tasto il polso della mia splendida dama ottocentesca, sento dentro la mia stanza il malinconico lamento delle foglie ingiallite, soffia forte un vento di occhi perduti, mi scoppia dentro un persistente spasimo invernale. ascolto la mia voce. in realtà sto scrivendo, non parlando. mi viene in mente che le mie parole più belle non sono mai uscite dal mio animo, mi girano dentro fino a quando non si posano per sempre nel fondo del mio lago, quel lago nero come il petrolio in cui nessuna paperella può nuotare.
c’è chi fin da giovane ripudia la vicinanza di manichini caduchi e vuoti prediligendo un rapporto violentemente schietto e incontaminato con se stesso. osservo inermi brandelli di favole arse, avanzi di una vita che ho deciso di bruciare. freddamente tasto il polso della mia splendida dama ottocentesca, sento dentro la mia stanza il malinconico lamento delle foglie ingiallite, soffia forte un vento di occhi perduti, mi scoppia dentro un persistente spasimo invernale. ascolto la mia voce. in realtà sto scrivendo, non parlando. mi viene in mente che le mie parole più belle non sono mai uscite dal mio animo, mi girano dentro fino a quando non si posano per sempre nel fondo del mio lago, quel lago nero come il petrolio in cui nessuna paperella può nuotare.
domenica 17 ottobre 2010
giovedì 30 settembre 2010
mi guarda, mi bacia e mi morde,il suo abbraccio, le sue labbra beffarde sono le corde di un ring che arde fino alla morte, le fauci ritorte di un lupo che non demorde. le mie ombre colate a picco giacciono nel fondo, il fondale in cui mi conficco quando assecondo le mie dinamitarde voci ingorde, affilate alabarde, arsenale del mio impercettibile oceanico mondo. nessuno potrà mai capire ciò che brucia dentro di noi, se pensiamo che qualcuno possa sentire va a finire che diventiamo vascelli che si possono persino innamorare, imbarcazioni che sognano le coste sicure, che cedono all’autoinganno, che si lasciano illudere dai fuochi di capodanno. accarezzo la mia lama sottile e luminosa, nessuno mi ama come la mia dama.
mercoledì 22 settembre 2010
...emergo parzialmente dal tuffo nel dipinto di arnold bocklin “l’isola dei morti” (adorabile quindicenne-che-ascolta-i-talking-heads…). un minuto fa dalla finestra fissavo un grande albero, scuro e immobile, che sembrava racchiudere in sé tutta la silenziosa quiete di questa notte. la stessa quiete racchiusa dalle acque che scorrono sotto il ponte, su cui, immobile, sta la ragazza dei miei sogni, appoggiata al parapetto, in procinto di fare l’ultimo passetto. pensierosa, vacillante tra dolori e sofferenze, desiderio e apatica sottomissione. l’aria fredda si deposita sul suo viso come una fatale nebbiolina siberiana , il suo sguardo è fisso, insensibile, disumano. passo avanti, chiedendomi se ci si possa innamorare di una notte. di sicuro, durante la notte, è più facile allontanarsi dal mondo. e di uno sguardo ci si può innamorare? diceva il poeta “ l'anima può parlare con gli occhi ma può anche baciare con lo sguardo” …
lunedì 30 agosto 2010
agosto I
mi godo la mia notte tra cicale, grilli e cuculi. Se qualcuno mi vedesse ora, a bordo piscina, seduto su una sedia in totale solitudine, forse mi prenderebbe per un pazzo. se io mi vedessi dall’esterno, seduto con un’espressione così profonda, terribilmente intelligente, quieta e armoniosa, mi troverei bellissimo. si sta benissimo, la piscina è fiocamente illuminata da alcuni lampioncini posti nel perimetro, pochi, penombra per niente irriguardosa nei confronti della notte. sopra l’immobile specchio d’acqua, stelle. e la luna. tonda,luminosa, bianchissima. vorrei che mi guardassi, tu che guardi il tramonto della luna. non so, è un pensiero e lo scrivo. e penso anche che più tardi mi farò un bagno, così, mi va di farlo. sorseggio una ceres immerso nel respiro della campagna. sorrido silenzioso. la ceres ha incoraggiato un piccolo rutto (vabbè, sono solo eh… ) e forse questo suono ha richiamato qualcuno. Qualcosa si muove tra l’erbetta: un rospo. mi avvicino e lo fotografo. la luna mi guarda…
ci sono dei periodi in cui il mio organismo se ne infischia dei ritmi fisiologici: nelle ultime due notti ho dormito poco e male (due,tre ore a notte…), stamattina mi sono messo in viaggio alle 7,30 e ora eccomi qui, in piena notte, completamente privo di qualsiasi stanchezza. è una strana elettricità che mi tiene in piedi, per niente imparentata con lo stress. sorrido ancora silenziosamente perché sono davvero qui, a bordo piscina, in piena notte, completamente solo, a scrivere queste cose…
ora altri mille uccelli dai versi più strani mi attorniano, sembra di essere in una foresta amazzonica. credetemi, non sono un fighettino cresciuto in città che si meraviglia
di queste cose… forse sono un provetto campagnolo mancato: mi spiego, ho la sensibilità per “sentire” certe cose ma la verità è che sono cresciuto con qualche generazione in ritardo. non parlo di secoli fa, di pre-rivoluzioni-industriali, parlo della generazione dei miei nonni, anche dei miei genitori. parlo di quando c’era un diverso rapporto con la natura. io ho la sensibilità di quelle generazioni ma, ahimè, sono drasticamente ignorante: non conosco gli alberi, i cespugli, le erbe, gli uccelli..
penso ad un bel libro che ha scritto un giornalista un po’ di tempo fa, lui un vero campagnolo, il titolo del libro “la via dei sensi”: i racconti di un uomo di campagna che si trasferisce in città e ricorda i colori, i gesti e soprattutto i profumi della natura, ricordo che scrive di essere in grado di riconoscere una ventina di tipi di pere selvatiche, descrive quanto sia importante, per cuocere bene la carne arrosto, la scelta della legna; ogni legno, ogni arbusto ha il suo aroma che viene trasmesso alla carne… non so se capite cosa intendo…
ci sono dei periodi in cui il mio organismo se ne infischia dei ritmi fisiologici: nelle ultime due notti ho dormito poco e male (due,tre ore a notte…), stamattina mi sono messo in viaggio alle 7,30 e ora eccomi qui, in piena notte, completamente privo di qualsiasi stanchezza. è una strana elettricità che mi tiene in piedi, per niente imparentata con lo stress. sorrido ancora silenziosamente perché sono davvero qui, a bordo piscina, in piena notte, completamente solo, a scrivere queste cose…
ora altri mille uccelli dai versi più strani mi attorniano, sembra di essere in una foresta amazzonica. credetemi, non sono un fighettino cresciuto in città che si meraviglia
di queste cose… forse sono un provetto campagnolo mancato: mi spiego, ho la sensibilità per “sentire” certe cose ma la verità è che sono cresciuto con qualche generazione in ritardo. non parlo di secoli fa, di pre-rivoluzioni-industriali, parlo della generazione dei miei nonni, anche dei miei genitori. parlo di quando c’era un diverso rapporto con la natura. io ho la sensibilità di quelle generazioni ma, ahimè, sono drasticamente ignorante: non conosco gli alberi, i cespugli, le erbe, gli uccelli..
penso ad un bel libro che ha scritto un giornalista un po’ di tempo fa, lui un vero campagnolo, il titolo del libro “la via dei sensi”: i racconti di un uomo di campagna che si trasferisce in città e ricorda i colori, i gesti e soprattutto i profumi della natura, ricordo che scrive di essere in grado di riconoscere una ventina di tipi di pere selvatiche, descrive quanto sia importante, per cuocere bene la carne arrosto, la scelta della legna; ogni legno, ogni arbusto ha il suo aroma che viene trasmesso alla carne… non so se capite cosa intendo…
agosto II
atavica esaltazione dionisiaca: sotto le stelle, tra ulivi, grilli e cicale, ho fatto un bel fuoco per cuocere una bisteccona. per meglio assaporare il sapore di libertà non ho usato né alcool, diavolina, carbonella o robe simili: solo erba secca, ramoscelli e legna che ho raccolto con le mie manine nel pomeriggio. ardori e nostalgie adolescenziali crepitano questa notte, danzando con i sospiri di un’anima libera e semplice. e bellissima. questo che ho davanti è un puro fuoco simbolico, estatico e seducente. quando la tristezza va a braccetto con la follia e la libertà, l’anima danza leggera e si dimentica del peso di vivere in un mondo di mediocri. questo è un mini banchetto degli dèi. una festa per nottambuli agli antipodi della riviera romagnola.
agosto III
per un po’ la mia anima passeggia tra ricordi d’infanzia, come un divertito funambolo che procede lungo la sua fune. l’inquietudine che avevo prima di partire non mi ha abbandonato del tutto, basta guardare bene i miei occhi. li guardo e li trovo bellissimi, degli scrigni di cristallo che custodiscono un misterioso tesoro che nessuno può vedere. basta saper guardare e loro ti raccontano l’inquietudine, ma anche la quiete e la profondità che ora sto vivendo. solo come un viandante in pieno inverno, ho ora pensieri stellati, pensieri neri, pensieri grigio-fumo, pensieri verdi. prima di partire i miei lupi mi hanno rosicchiato per bene, ora a distanza sento il loro fiato sul collo. sono miei e senza di loro sarei un’anima vuota, Dio me ne scampi!
penso alla morte, persino lei, in campagna, è più dolce, meno fredda e sbrigativa; anziché da suoni di ambulanze e clacson è accompagnata da grilli, foglie fruscianti, acqua che scorre nei torrenti… mi sento bello e solo, inquieto e pulito, nelle mie passeggiate notturne prendo per mano la mia splendida dama ottocentesca, a qualche metro di distanza ci segue anche lei, la morte, ma è discreta e per ora non pretende nulla… mi sento coccolato dalle mie due donne, la mia intrinseca e infinita tristezza e la morte, sarà per questo che sono un tantino inquieto eh? da un po’ di tempo penso ad una lettera-testamento, da conservare nel cassetto del comodino ma, vabbè, questa è un’altra storia… chi vorrà salutare le mie ossa quando sarò morto? mi piace pensare che qualcuno un salutino sincero glielo vorrà dare. mi piace pensare che le pochissime persone che mi hanno intravisto sorrideranno con anima e occhi lucidi. niente nomi, le persone che mi hanno intravisto sanno, solo…. … solo la mia bambi. piccola, vorrei portassi i fiori nella mia tomba, una volta ogni due o tre anni. sorriderei sotto alcuni metri di terra, sdraiato su una nuvoletta, ovunque mi trovassi… sorriderei e… ti accompagnerei ovunque come un angelo custode ( quant’è bella bambi, mi sembra quasi scontato dirlo ma sarebbe la figlia dei miei sogni…)
penso alla morte, persino lei, in campagna, è più dolce, meno fredda e sbrigativa; anziché da suoni di ambulanze e clacson è accompagnata da grilli, foglie fruscianti, acqua che scorre nei torrenti… mi sento bello e solo, inquieto e pulito, nelle mie passeggiate notturne prendo per mano la mia splendida dama ottocentesca, a qualche metro di distanza ci segue anche lei, la morte, ma è discreta e per ora non pretende nulla… mi sento coccolato dalle mie due donne, la mia intrinseca e infinita tristezza e la morte, sarà per questo che sono un tantino inquieto eh? da un po’ di tempo penso ad una lettera-testamento, da conservare nel cassetto del comodino ma, vabbè, questa è un’altra storia… chi vorrà salutare le mie ossa quando sarò morto? mi piace pensare che qualcuno un salutino sincero glielo vorrà dare. mi piace pensare che le pochissime persone che mi hanno intravisto sorrideranno con anima e occhi lucidi. niente nomi, le persone che mi hanno intravisto sanno, solo…. … solo la mia bambi. piccola, vorrei portassi i fiori nella mia tomba, una volta ogni due o tre anni. sorriderei sotto alcuni metri di terra, sdraiato su una nuvoletta, ovunque mi trovassi… sorriderei e… ti accompagnerei ovunque come un angelo custode ( quant’è bella bambi, mi sembra quasi scontato dirlo ma sarebbe la figlia dei miei sogni…)
agosto IV
mentre a pochi chilometri di distanza visi all’insù vengono illuminati da fuochi artificiali io ho appena fatto un notturno bagno in piscina, solo soletto, con l’acqua tiepida, la fioca luce dei lampioncini, le zanzare e la luna piena. la mia anima galleggia, sospesa nella notte, lontana dalla folla, lontana dalle mosche. la ricerca della solitudine è una rarità: chiunque voglia sentire la propria anima troverebbe di troppo qualsiasi persona. chiunque, in un modo o in un altro, finisce per frapporsi tra te e la tua anima, smorzando così il tuo dialogo interiore. chi non è d’accordo o racconta balle o non conosce il significato della frase “cercare la solitudine”.
le piccole follie realizzate, quelle che ti nascono dentro, non quelle fatte seguendo un gregge, le piccole follie ci danno così tanta soddisfazione. sulla pancia, le braccia, le cosce, con la penna mi faccio degli eterni tatuaggi per una notte: “Cry”, “17” e un sole che tramonta sul mare.ho voglia di dormire per un po’ di ore di fila, come ho già detto, l’inquietudine che avevo prima di partire non è svanita del tutto: una chimica spintarella per il mio sonno artificiale. la mia anima ora è un pupazzo di neve immerso nel buio della notte, la mia anima danza sotto la luna, la anima sospira leggera con le mani in tasca. chi non cerca la solitudine non ama abbastanza se stesso. qualche volta la solitudine fa scricchiolare la mia anima però con lei al fianco posso anche farmi sfiorare dal gregge. bisogna saper accettare le ferite che t’impone la tua unicità, per questo mi faccio avvicinare dai miei lupi, offrendogli la mia carne da azzannare, le mie ossa da rosicchiare. sanguinando soffro, sanguinando esalto la mia diversità, sanguinando mi sento unico e fuori dal gregge. e per chi non capisce guerci di musica labiale pprrrrrrrrrrr…
le piccole follie realizzate, quelle che ti nascono dentro, non quelle fatte seguendo un gregge, le piccole follie ci danno così tanta soddisfazione. sulla pancia, le braccia, le cosce, con la penna mi faccio degli eterni tatuaggi per una notte: “Cry”, “17” e un sole che tramonta sul mare.ho voglia di dormire per un po’ di ore di fila, come ho già detto, l’inquietudine che avevo prima di partire non è svanita del tutto: una chimica spintarella per il mio sonno artificiale. la mia anima ora è un pupazzo di neve immerso nel buio della notte, la mia anima danza sotto la luna, la anima sospira leggera con le mani in tasca. chi non cerca la solitudine non ama abbastanza se stesso. qualche volta la solitudine fa scricchiolare la mia anima però con lei al fianco posso anche farmi sfiorare dal gregge. bisogna saper accettare le ferite che t’impone la tua unicità, per questo mi faccio avvicinare dai miei lupi, offrendogli la mia carne da azzannare, le mie ossa da rosicchiare. sanguinando soffro, sanguinando esalto la mia diversità, sanguinando mi sento unico e fuori dal gregge. e per chi non capisce guerci di musica labiale pprrrrrrrrrrr…
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