c’è chi fin da giovane ripudia la vicinanza di manichini caduchi e vuoti prediligendo un rapporto violentemente schietto e incontaminato con se stesso. osservo inermi brandelli di favole arse, avanzi di una vita che ho deciso di bruciare. freddamente tasto il polso della mia splendida dama ottocentesca, sento dentro la mia stanza il malinconico lamento delle foglie ingiallite, soffia forte un vento di occhi perduti, mi scoppia dentro un persistente spasimo invernale. ascolto la mia voce. in realtà sto scrivendo, non parlando. mi viene in mente che le mie parole più belle non sono mai uscite dal mio animo, mi girano dentro fino a quando non si posano per sempre nel fondo del mio lago, quel lago nero come il petrolio in cui nessuna paperella può nuotare.
venerdì 22 ottobre 2010
c’è chi fin da giovane ripudia la vicinanza di manichini caduchi e vuoti prediligendo un rapporto violentemente schietto e incontaminato con se stesso. osservo inermi brandelli di favole arse, avanzi di una vita che ho deciso di bruciare. freddamente tasto il polso della mia splendida dama ottocentesca, sento dentro la mia stanza il malinconico lamento delle foglie ingiallite, soffia forte un vento di occhi perduti, mi scoppia dentro un persistente spasimo invernale. ascolto la mia voce. in realtà sto scrivendo, non parlando. mi viene in mente che le mie parole più belle non sono mai uscite dal mio animo, mi girano dentro fino a quando non si posano per sempre nel fondo del mio lago, quel lago nero come il petrolio in cui nessuna paperella può nuotare.
domenica 17 ottobre 2010
giovedì 30 settembre 2010
mercoledì 22 settembre 2010
lunedì 30 agosto 2010
agosto I
ci sono dei periodi in cui il mio organismo se ne infischia dei ritmi fisiologici: nelle ultime due notti ho dormito poco e male (due,tre ore a notte…), stamattina mi sono messo in viaggio alle 7,30 e ora eccomi qui, in piena notte, completamente privo di qualsiasi stanchezza. è una strana elettricità che mi tiene in piedi, per niente imparentata con lo stress. sorrido ancora silenziosamente perché sono davvero qui, a bordo piscina, in piena notte, completamente solo, a scrivere queste cose…
ora altri mille uccelli dai versi più strani mi attorniano, sembra di essere in una foresta amazzonica. credetemi, non sono un fighettino cresciuto in città che si meraviglia
di queste cose… forse sono un provetto campagnolo mancato: mi spiego, ho la sensibilità per “sentire” certe cose ma la verità è che sono cresciuto con qualche generazione in ritardo. non parlo di secoli fa, di pre-rivoluzioni-industriali, parlo della generazione dei miei nonni, anche dei miei genitori. parlo di quando c’era un diverso rapporto con la natura. io ho la sensibilità di quelle generazioni ma, ahimè, sono drasticamente ignorante: non conosco gli alberi, i cespugli, le erbe, gli uccelli..
penso ad un bel libro che ha scritto un giornalista un po’ di tempo fa, lui un vero campagnolo, il titolo del libro “la via dei sensi”: i racconti di un uomo di campagna che si trasferisce in città e ricorda i colori, i gesti e soprattutto i profumi della natura, ricordo che scrive di essere in grado di riconoscere una ventina di tipi di pere selvatiche, descrive quanto sia importante, per cuocere bene la carne arrosto, la scelta della legna; ogni legno, ogni arbusto ha il suo aroma che viene trasmesso alla carne… non so se capite cosa intendo…
agosto II
agosto III
penso alla morte, persino lei, in campagna, è più dolce, meno fredda e sbrigativa; anziché da suoni di ambulanze e clacson è accompagnata da grilli, foglie fruscianti, acqua che scorre nei torrenti… mi sento bello e solo, inquieto e pulito, nelle mie passeggiate notturne prendo per mano la mia splendida dama ottocentesca, a qualche metro di distanza ci segue anche lei, la morte, ma è discreta e per ora non pretende nulla… mi sento coccolato dalle mie due donne, la mia intrinseca e infinita tristezza e la morte, sarà per questo che sono un tantino inquieto eh? da un po’ di tempo penso ad una lettera-testamento, da conservare nel cassetto del comodino ma, vabbè, questa è un’altra storia… chi vorrà salutare le mie ossa quando sarò morto? mi piace pensare che qualcuno un salutino sincero glielo vorrà dare. mi piace pensare che le pochissime persone che mi hanno intravisto sorrideranno con anima e occhi lucidi. niente nomi, le persone che mi hanno intravisto sanno, solo…. … solo la mia bambi. piccola, vorrei portassi i fiori nella mia tomba, una volta ogni due o tre anni. sorriderei sotto alcuni metri di terra, sdraiato su una nuvoletta, ovunque mi trovassi… sorriderei e… ti accompagnerei ovunque come un angelo custode ( quant’è bella bambi, mi sembra quasi scontato dirlo ma sarebbe la figlia dei miei sogni…)
agosto IV
le piccole follie realizzate, quelle che ti nascono dentro, non quelle fatte seguendo un gregge, le piccole follie ci danno così tanta soddisfazione. sulla pancia, le braccia, le cosce, con la penna mi faccio degli eterni tatuaggi per una notte: “Cry”, “17” e un sole che tramonta sul mare.ho voglia di dormire per un po’ di ore di fila, come ho già detto, l’inquietudine che avevo prima di partire non è svanita del tutto: una chimica spintarella per il mio sonno artificiale. la mia anima ora è un pupazzo di neve immerso nel buio della notte, la mia anima danza sotto la luna, la anima sospira leggera con le mani in tasca. chi non cerca la solitudine non ama abbastanza se stesso. qualche volta la solitudine fa scricchiolare la mia anima però con lei al fianco posso anche farmi sfiorare dal gregge. bisogna saper accettare le ferite che t’impone la tua unicità, per questo mi faccio avvicinare dai miei lupi, offrendogli la mia carne da azzannare, le mie ossa da rosicchiare. sanguinando soffro, sanguinando esalto la mia diversità, sanguinando mi sento unico e fuori dal gregge. e per chi non capisce guerci di musica labiale pprrrrrrrrrrr…
agosto V
sabato 21 agosto 2010
......
mercoledì 18 agosto 2010
un decoroso piedistallo
sala da ballo
non avrà mai il fascino
di un volto femminile
col suo blando
incarnato
di corallo
anche se non ballo
osservami
mentre accarezzo
le aguzze sporgenze
del mio animo di cristallo
il mio corpo
un relitto fluttuante
privo di tagliando
un semplice
decoroso piedistallo
in via di apatico disfacimento
lento
rimiro il tramonto
del talento spirituale
un sanguinolento fanciullo
immerso in un mondo violento
totalmente privo
di alcun fascino infernale
sabato 14 agosto 2010
lo sguardo e le parole delle cassiera mi hanno donato un pizzico di calore; mi rendo conto che la maggior parte delle persone non fa altro che ricercare un po’ di calore, la gente si strofinerebbe con chiunque pur di ottenere un po’ di calore. il coraggio della solitudine credo sia il coraggio di affrontare il freddo. io godo denudando la mia anima, facendole assaporare sprazzi di libertà, attimi di incontaminata anarchia interiore. adoro sentire i miei visceri e la mia anima che danzano, contemporaneamente, seguendo spartiti completamente differenti.
venerdì 9 luglio 2010
altra notte. stesso balcone, stessa ragazza. lei “a questa notte manca soltanto il mare, sentire il ritmico e flebile alitare del mare, ora, con te, su questo balcone, non avrebbe eguali”. entrambi siamo accanto alla ringhiera metallica, con i palmi delle mani poggiati sul ferro. lei si volta verso di me “faresti una cosa per me?” la guardo in silenzio, i miei occhi imperturbabili esprimono incondizionata condiscendenza, lei continua “se te lo chiedessi, mi spingeresti giù dal balcone?” fa una breve pausa fissando il bosco e, sempre con lo sguardo fisso davanti a sé “ è una cosa che sogno di fare fin da bambina… un volo… un salto incosciente e sfrontato…. mi ha sempre frenato la paura… la paura dell’attimo prima di toccare il suolo, la paura di quell’attimo di estrema lucidità…” io “ non credo di poterti garantire quell’attimo di serenità che vai cercando…”. i nostri sguardi si toccano, ci baciamo. la bacio nonostante le nostre bocche non si siano ancora toccate. il bacio comincia qualche attimo prima che le bocche entrino in contatto, c’è un momento, carico di magica alchimia, in cui due anime si baciano, anche se le due bocche ancora non sono un tutt’uno. quell’attimo, forse, è l’essenza del bacio, il resto è un’umida conseguenza di quell’attimo di magia.
assaporiamo l’essenza di quel bacio (presumo lo faccia anche lei) senza accostare le nostre labbra. i nostri sguardi ora sono più fluidi. lei “ti rendi conto che non sappiamo niente l’uno dell’altra? ciò rende questa situazione surreale…” io “ non credo ci sia bisogno di sapere qualcosa l’uno dell’altra per stare qui, stanotte, in questo balcone. ci diciamo quello che ci va, il resto sarebbe vano chiacchiericcio estivo”. lei “ti rendi conto che potremmo anche non vederci mai più? ed io non so nemmeno come ti chiami…” io “parole da donna, e il mio ruolo di uomo mi suggerirebbe parole improntate ad un risoluto e dignitoso cinismo alla umphrey bogart eheheheheh” sorrido con dolce accortezza e, qualche istante dopo, i muscoli del mio viso appianano gradualmente le sfumature di quell’impercettibile sorriso. “nel frigo della mia camera” fa lei “ho una bottiglia di vino rosso, ti andrebbe se la portassi qui?”. io, con espressione serissima “parole più audaci e geniali, ora, non potevi pronunciare. ti aspetto…”. si allontana ed io, in un baleno, mi dissocio mentalmente dal mondo, dalla ragazza, dalla bottiglia di vino. completamente solo, Solo. sulla sedia, le gambe dritte e divaricate, le punte delle dita delle mani tutte in contatto tra di loro, i palmi staccati come se stringessi un’invisibile palla sospesa a mezz’aria. la presenza della ragazza è assolutamente piacevole eppure, ora, assaporo avidamente la solitudine, forse perché si tratta di un’ effimera solitudine con i secondi contati, “la bellezza delle cose mortali” penso, o forse la verità è che sono realmente e semplicemente un amante della Solitudine? si avvicina col suo leggerissimo vestitino bianco, la chioma rossiccia e la pelle placcata di una discreta doratura estiva, in una mano la bottiglia di vino piena per tre quarti, nell’altra due piccoli calici di vetro che involontariamente fa tintinnare due o tre volte, mentre cammina. grazie a Dio non pronuncia frasi stupide e banali tipo “ti sono mancata?”. mi porge un bicchiere mezzo pieno, lei prende l’altro ma non beve, forse aspetta che sia io a fare il primo sorso, poi mi dice “ti andrebbe se ti dicessi quando partirò, quando andrò via? o ti andrebbe di dirmi quando partirai tu?” bevo un sorso e lei fa altrettanto, io “ se fossimo in pieno giorno forse sì, ma un po’di mistero ben si addice ad una notte come questa”. il suo viso diventa malinconico, si dedica silenziosamente al suo bicchiere e lo svuota, io faccio altrettanto poi mi alzo e le prendo una mano, invitandola ad alzarsi. la conduco davanti alla ringhiera del balcone, i nostri fianchi e le gambe poggiati sul metallo, mi avvicino a lei cingendole la vita con il braccio. restiamo un po’ così, in silenzio. penso ad alcune cose che mi detto “ti rendi conto che potremmo anche non vederci più? alla bottiglia di vino, alla domanda “ti andrebbe se ti dicessi quando andrò via?”, probabilmente andrà via domani, penso. e penso anche che se ci scambiassimo i numeri, se decidessimo di incontrarci ancora, sicuramente non ci sarebbe questa stessa, soffusa magia quasi incantata. restiamo così, appoggiati contro la ringhiera, la mia mano sul suo fianco. io sto bene così, ogni parola, ogni decisione, ogni falsa speranza sarebbe ora una spiacevole presenza. restiamo così, in silenzio, davanti alla notte, la nostra notte.
giovedì 1 luglio 2010
vi saluto, vado a fare due passi con la mia fantasia eheheheheh.