domenica 14 aprile 2013

un buco un foro attraverso cui la chimica comincia ad interagire con ciò che accade al tuo corpo e all’interno di esso. qualche attimo di soffice paura se l’ospite non è proprio un abituè. un tuffo di colori nel tuo buio, uno squarcio come una faglia che separa te stesso dal resto della zattera mondana affollata di mute formiche ciarliere. solcando i mari antichi e lontani soffermandoci possiamo vedere riflessa l’immagine dei nostri cocci che invecchiano sorridendo beffandosi di noi. non puoi sconfiggerli o ignorarli puoi solo sputarli addosso. sputare è già qualcosa un romantico gesto forse idiota forse senza senso. un semplice triste e allegro modo di suicidarsi con una pallottola a salve. mi sveglio mi alzo dal letto per entrare in un pollaio. nel pollaio ci entro sempre da solo tutti gli altri sono bipedi pennuti starnazzanti. 

martedì 9 aprile 2013

notte buio nero fuoco silenzio catrame petrolio e desolazione. qualche candela e il freddo del pavimento sulle natiche. mantegna giotto padre brown poe sul pavimento. anche un foglietto con la lista della spesa. rido di me stesso perché tanto non userò mai una lista della spesa. però c’è, quel foglietto, con una penna poggiata sopra. candeggina ammoniaca detersivo piatti e lavatrice birra latte olio riso pepe yogurt cipolle aglio fagioli biscotti crauti succo d’arancia. dal vetro della portafinestra i tetti delle case addormentate. cittadina del cazzo la mia. non è firenze né mantova o assisi, ferrara, urbino siena roma padova o venezia. perlomeno non è nemmeno las vegas. bicchiere mezzo pieno eheh. infilzata in una cornice una cartolina di nantucket. e qui scatta incontrollabile l’erezione letteraria. allineo queste parole con meravigliosa noncuranza. qualcuno disse provocatoriamente che anche gli immortali personaggi della grande Letteratura non sono altro che una sequela di parole. una successione di parole sono achille e don chisciotte, odisseo e achab, orlando e amleto. una sequela di parole, ok. ma con dentro un universo di sfumature potenti, emotive, spirituali, sanguigne e intellettuali, ironiche, tragiche e vitali. i grandi quadri, i grandi libri, sono profondi pozzi in cui potersi perdere. la lista della spesa. il consumismo che appanna la vista è la droga più diffusa oggigiorno. una pozzanghera fangosa in cui imbrattarsi illudendosi di essere felici. guardo il ritratto di jeanne hebuterne di modiglioni sulla mia parete. sorrido a jeanne che è così bella. decido di compiere un mio piccolo personale rituale pagano. al centro della stanza, sul pavimento, brucio il foglietto della spesa. un bacio tra il foglietto e la fiammella della candela. un piccolo falò tutto mio racchiuso tra le mura in un’addormentata cittadina del cazzo. un piccolo falò pagano, rituale antisocial. sorrido mentre la carta brucia. domattina dovrò pulire i residui del minifalò, vabbe’. però adesso sorrido. 

mercoledì 3 aprile 2013


un’idea ardita, sciorinata da un grande scrittore, circa la genesi della commedia dantesca: Dante ha immaginato il suo viaggio oltremondano nei tre regni dell’aldilà per mostrarci le conseguenze dei vizi e delle virtù perseguite durante la nostra vita terrena? Dante ha immaginato il suo percorso, dall’inferno al paradiso, per mostrarci la via della redenzione? no. semplicemente Dante s’innamorò della signora Beatrice Portinari, un amore impossibile il loro, sia perché la signora Beatrice era sposata ad un ricco banchiere e soprattutto perché ella morì molto giovane. cosa fece dunque il signor Dante innamorato (che tra l’altro era dotato di un sovrumano talento letterario)? semplicemente decise d’immortalare l’oggetto del suo amore. e non solo. decise che tutta l’umanità si sarebbe dovuta inginocchiare davanti alla sua amata. e scrisse la divina commedia. scrisse il suo capolavoro semplicemente per far rivivere il suo amore. per poter rincontrare la sua amata. probabilmente è un’ipotesi troppo semplicistica, ma che importa? mi ha sempre affascinato tantissimo proprio per la sua estrema semplicità. la forza della semplicità e del romanticismo e dell’amore. che ci si creda o no poco importa, è un’idea che fa sorridere l’animo e palpitare il cuore. ci pensate? un uomo ama così tanto una donna che per poterla vedere nuovamente scrive la divina commedia. roba da far sorridere l’anima e palpitare il cuore.

venerdì 29 marzo 2013


il mio soggiorno, pieno dei pensieri miei, è un inferno notturno e perverso, ci navigo in stretto e largo, fino all’alba sbatto la testa contro le onde, fino a che arriva la consapevolezza che non riuscirò a compiangermi. mattone dopo mattone edifico la mia cappella sconsacrata. una rosa dei venti, fatta di luce accecante, affrescata nella volta, una peste dilagante nel mondo. delicatissime le mie mani ringiovanite sono intellettuali appendici del tutto prive di ombre, voci di callas e disegni di Raffaello, parole di Dante volteggiano come angeliche ammaliatrici. le personcine che mi attorniano chissà se ce l’hanno un’anima (forse è atrofizzata come un chicco d’uva passa). probabilmente, se ce l’hanno, è muta e non ha molte pretese. la mia vuole cielo, vuole giocare come un aereo di carta. a lei piace provare a volare. periodo di danze spaziali, sterminate distanze sociali. da oltre due mesi non scambio una sola parola con un briciolo di quasi-piacere, annullerei volentieri gli spettatori che mi attorniano. sto così bene da solo. chiuso nel mio buio non ho voglia di nessun altro sangue che non sia il mio. 

domenica 24 marzo 2013

il vento che con un soffio avvelena gli stolti arriverà. arriverà, da lontano arriverà. dal triste mondo, dal meraviglioso mare interiore e spirituale, arriverà. forse dopo pioverà. è notte e non soffia alcun vento. dovrei dormire anziché scrivere queste cose. già, forse dovrei. ma senza le mie impressioni sputate su questo foglio non sarei il pagliaccio che amo amare. 

mercoledì 20 marzo 2013


sorrido al pensiero che ogni tanto chi mi manca sono Io, ogni tanto mi manco. Io, con le mie ferite, i miei lupi, le mie braci, i miei tizzoni, il mio inferno personale. ma il mio inferno riemerge, la mia pazzia, quella che mi fa rigirare nella notte, un’allucinazione rumorosa e cristallina. ogni tanto sorrido guardandomi. sono i miei momenti migliori. io bellissimo pagliaccio, la star del pianeta che abito da quando sono nato. chissà cosa succederebbe se avessi una pistola. quante volte ci ho pensato. prenderei tutto a calci in culo accarezzandomi la tempia. chissà quante volte ci ho pensato, fin da ragazzino. un boato che potrebbe far paura. ma sarei Io. sono Io. mi sorrido. sorrido a me stesso. esiste qualcosa di più bello? adesso, nel fondale dell'oceano, la morte dei suoni e delle voci terrestri è musica per i miei timpani tesi e rilassati e colorati. leggo una lettera d'addio di una mia cara amica morta suicida. non ho care amiche morte suicide e non leggo alcuna lettera. è tutto nella mia testa. tutto si muove calmo nel mio fondale...

sabato 16 marzo 2013

ho voglia di semplicità. di fredda solitudine di montagna, di assenza di calore di stupidi riflettori quotidiani. aria gelida e cieli tersi che quasi fanno male. quasi. bianco e nero ma quello vero, non quello finto patinato. inchinarsi davanti al tempo senza piegarsi. senza sentirsi in prigione. in fondo sentirsi bene che cos’è se non sentirsi liberi? adoro il pensiero della libertà del viaggiatore. anche se non viaggio quasi mai. sono un viaggiatore che non viaggia quasi mai. sono un viaggiatore senza nome, uno di quelli che non hanno bisogno di ricordi confezionati, i sorrisi interiori sono le migliori cartoline. sono le cose più belle che ti aiutano a tirare fuori ciò che hai dentro. insieme alle cose brutte. amori e dolori, bellezze e timori. mi sento bene. sono solo. e insieme. a me. sorrido. sorrido anche perché scrivo quello che dico io. in fondo sentirsi bene che cos’è se non sentirsi liberi? adoro sentirmi libero, libero e squilibrato. forse lo sono nato e tutto quanto ha cercato di farmelo dimenticare. i miei sogni, il mio inconscio mi suggeriscono che provo rabbia per chi ha cercato di distruggere il mio spazio, d’impacchettare un animo che sogna di essere libero (e forse, a modo suo, ci prova ad esserlo…). adoro non dover cercare il senso delle cose. vedere le cose, sentirle senza ragionare. avere la testa nel mio pianeta. [chissà dove cazzo ce l’ho la testa…]. in questo momento i miei occhi sono meravigliosi, ne sono sicuro. sono Io. 

martedì 12 marzo 2013



ho sposato l’assenza di strategia. improvviso come un jazzista usando come strumento la mediocrità dell’esistenza terrena. improvviso inebriandomi con l’assenza di programmi o pensieri troppo elaborati. ho sposato un’esteriore leggerezza che libera la mia voglia di profondità spirituale. finché morte non sopraggiunga. notte da bluesman giorno da soldatino di bianco vestito mimetizzato nel mediocre mondo più piatto di un foglio bianco. sorrisino interiore di fronte alla schizofrenica esistenza. dopo una piccola vacanzina è tornata la mia splendida dama ottocentesca che con la sua carezza mi fa sentire dannato, maledetto e terribilmente solitario. una sensazione che mi mancava. sono ancora io, posso guardare allo specchio le mie lucenti pupille e sorridere gioioso come un pagliaccio delizioso che prende in giro la vita e tutto il mondo.


giovedì 7 marzo 2013

ho voglia di firenze. e di un Raffaello nella parete di casa. sul nostro palcoscenico ci sono jovanotti, crozza, muccino e benigni. qualche secolo fa c’erano Brunelleschi, Bramante, Michelangelo, Leonardo, Mantegna, Piero della Francesca, Parmigianino, Caravaggio. e Raffaello. deterioramento della mente umana. a proposito di Rinascimento c’è una famosa frase di orson welles che dice “in italia, sotto i borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento; in svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia e cos’hanno prodotto? gli orologi a cucù”.

sabato 2 marzo 2013


se stai leggendo queste parole stai guardando la faccia di un clown senza maschera. non ho la presunzione di pensare che a qualcuno interessi guardare la mia faccia, ci si stufa delle persone, figuriamoci di un’accozzaglia di parole assemblate in uno schermo tanto vasto quanto un mare che rende invisibili i pesci che contiene. forse scrivo qui per illudermi di pensare che qualcuno sentirà la mia voce. forse scrivo qui solo perché è il modo più schietto, onesto che conosco per sentirmi parlare. tra le mura parla il violino di niccolò paganini per interposta persona (itzhak perlman). chissà che strano fascino emanava la persona del signor paganini, era estremamente brutto, magrissimo e dalla faccia ossuta e macilenta, sempre vestito di nero come un beccamorto, una spalla più alta dell’altra (forse per le infinite ore trascorse ad esercitarsi col suo strumento), zoppo perché, si diceva, al posto di un piede aveva uno zoccolo da caprone, dopotutto è risaputo che fece un patto con satana in cambio di uno smisurato talento musicale. per queste dicerie e per la sua condotta immorale, assiduo frequentatore di bettole malfamate, alla sua morte gli fu negata la sepoltura in terra consacrata. nonostante non fosse di bell’aspetto era sempre circondato da donne, anche bellissime e ricche e aristocratiche, restavano le donne stregate da ciò che riusciva ad estrapolare dal suo strumento. chissà che strano fascino emanava il signor paganini. oggigiorno sembra che l’unico fascino riconosciuto in una figura maschile sia un connubio di volgare prestanza muscolare e totale incapacità intellettuale anche se, c’è da scommetterci, ogni donna sarà pronta ad ammettere il contrario.

lunedì 25 febbraio 2013

il pagliaccio è un anarchico moderato. non innesca bombe, non uccide nessuno ma se ne frega allegramente degli steccati che il pubblico gli impone. dietro la sua faccia colorata è libero e ride, ride, a volte amaramente ma ride e soprattutto se ne infischia della moltitudine squadrata che lo osserva dagli spalti. invecchia e il suo sorriso nascosto invecchia con lui, muore ogni giorno e il suo sorriso ogni giorno muore un poco con lui. ho annientato gli amici, la famiglia, detronizzato ogni forma di calore umano, vivo nel freddo e solitario mondo che mi sono creato, facendo terra bruciata tutto attorno a me, sono come napoleone che raggiunse faticosamente mosca ma la trovò devastata da un colossale incendio catastrofico. la mia mosca è un freddo e desolato appartamento col ghiaccio e la neve fatti di marmo bianco silenzioso. “l’immaginazione governa il mondo” diceva il condottiero francese. il poeta, invece, diceva “la mia immaginazione è un monastero e io sono un monaco”. 

mercoledì 20 febbraio 2013


Vorrei dar fuoco a tutta la mia casa, a tutta la mia vita, così, in un gesto senza meditazione, un grandioso falò ad illuminare di un arancione acceso le mie gote pallide e lunari. Sono un’acclamata divina rockstar priva di pubblico, sono un iceberg nel bel mezzo di una piazza rischiarata dai bagliori di enormi neon pubblicitari molto newyorkesi o giapponesi. Una specie di monolite di ghiaccio alla Kubrick, per intenderci. Sto fottendo la mia vita. Questo è il pensiero che ora mi saltella nella mente. Sto. Fottendo. La mia. Vita. Sto fottendo il mondo, lo calpesto con meraviglioso, spensierato menefreghismo. Da un po’ di giorni ho spento tutto, mi sono distaccata anche da Senia e Lara. Loro cercano e vogliono la loro Cry. La negazione irrobustisce la mia già espansa autostima, mi sono sempre sentita diversa e più alta e leggiadra degli umani che popolano queste dozzinali lande di seconda scelta. Sono un essere di classe A in un mondo di seconda scelta. Prima e dopo che impazzisse, Nietzsche quando elaborava le sue teorie e componeva i suoi spartiti fatti di parole probabilmente pensava a me. Sono un essere superiore creato dall’immaginazione degli angeli e dalla depravazione dei diavoli. Ho fatto una lunga tiepida doccia, i miei capelli sono vivi e neri come i miei occhi tersi e lucenti, tutto il mio corpo è fresco bianco e pulito e profuma di vaniglia, uno e settantaquattro per quarantasette chili di angelico candore e perfida corruzione psichica. Mi guardo allo specchio e sono bellissima, la più bella diciannovenne del mondo.  Quando ripulisco la mia crisalide con diuretici e lassativi e litri d’acqua, quando dopo un lungo chimico sonno rinasco dopo una doccia mi sento un diafano involucro per la mia anima profumata come una nuvola alitata dalla bocca di Dio. Dopo due giorni di sonno e acqua, la prima cosa che ingerisco è una calda tazza di caffè solubile che mi regala una sferzata di energia, mentre infilo jeans e maglietta metto Violet e la voce di Courtney risuona alta nel mio monolocale al tredicesimo, canto insieme a Courtney e penso che andrò a fare due passi per le vie del vostro mondo. 

giovedì 14 febbraio 2013


Cosa fa un assassino? Uccide. E non devono per forza esserci complotti, intrighi o inseguimenti. Questa è la storia di un serial killer che uccide. Violenza pura senza ornamento, mancano gli ingredienti che si utilizzano solitamente per rendere di facile digestione una storia. Solo l’essenza. Nonostante sia la storia di un serial killer, una cosa che è costantemente palpabile è la realistica monotonia, il grigiore che permea la quotidianità come un subdolo cancro. Non un grande film, d’accordo, probabilmente il suo più grande merito è quello di non sottostare alle solite regolette del commercio.

[Henry, pioggia di sangue -   1986]

domenica 10 febbraio 2013


Sono pallida, diafana come l’angelica ombra ariana di un’idea senza colori. Non ho voglia di vedere o sentire nessuno, vorrei essere la sola abitante di questo stronzo pianeta. Più pallida e bianca e fredda del pavimento. Più stronza di questo stronzo pianeta. Il mio pusher farmacologico mi ha donato oltre ad alcune boccettine di colorate goccioline anche una manciata di pillole diuretiche. Bevo acqua e piscio in continuazione, rendo il mio corpo ancora più diafano ed esangue di quello che è solitamente. Adoro il pensiero di non avere pensieri per gli umani. Sono dannatamente sola e guai a chi si azzarda a mettere le mani sulla mia solitudine. Sono seduta sul freddo del marmo, abbraccio le gambe, la testa poggiata sulle ginocchia. Il mio sguardo è triste e nero come due corvi che fanno l’amore in un desolato cimitero innevato. Stappo un flaconcino di chimiche lacrime colorate e verso metà dell’amaro contenuto direttamente nella mia bramosa bocca viziosa. Posata sul bianco pavimento sono una leggiadra marmorea farfalla del tutto disinteressata a sbattere le ali. Smisurato il tempo silenzioso scorre mentre resto posata sul pavimento immobile come una non profanata mummia diciannovenne del ventunesimo secolo. Vorrei una mega bomba nucleare che esplodesse ora annientando ogni cosa lasciando intatto solo il mio monolocale al tredicesimo. Spiccherei poi il volo con lo sguardo accarezzando tutta la distruzione accanitasi sul vostro bel pianeta. Da farfalla vomiterei sui vostri corpi carbonizzati, sputerei sulle vostre ossa, piscerei su ciò che rimane delle vostre esistenze incenerite. Scolo la restante metà del flaconcino succhiando direttamente dall’oscurata vetrosa ampolla, attendo di stramazzare al suolo senza fare il minimo rumore.

lunedì 4 febbraio 2013

natural born killers

flash di bianco e nero, ralenti poi dentro il juke box il 45 giri di leonard cohen lascia spazio alle L7 e scoppia la violenza. adoro questo film. sesso e deserto, morte, fumetti alla the wall, tv spazzatura e consumismo, oniriche immagini e bianconiglio, lisergica visionarietà colorata, rock sparato a mille, brutalità insanguinata, un feroce sogno compulsivo raccontato da un inconscio libero e profanato. i due assassini sono al contempo immersi nel superficiale mondo e avulsi dalla realtà, distaccati dal suolo e con le mani imbrattate di sangue, sempre comunque meno viscidi del personaggio interpretato dall’amico della 14enne (robert downey jr che veste i panni di uno dei personaggi più rivoltanti della storia del cinema). uscì nello stesso periodo di pulp fiction e la gente, troppo impegnata ad elogiare il film di tarantino, non lo apprezzò abbastanza, a parte un mio amico che mi ripeteva “cazzo batt, è fantastico, decisamente più forte di pulp fiction!”.