martedì 30 giugno 2015

non si può vincere una guerra da soli. senza l’ipocrisia del compromesso si è condannati alla sconfitta. forse è qui il fascino di certi eroi immortalati dalla sconfitta. la vittoria della sconfitta. è estate ma sogno una notte d’inverno. voglio una bottega desolata in un freddo pomeriggio di gennaio col cielo così cupo e scuro da atteggiarsi quasi a crepuscolo. un cielo così cupo e scuro da richiamare folate di veleno tra le mura solitarie. ogni tanto bisogna sciacquarsi levarsi di dosso il cielo azzurro che incombe nell’animo profondo. ascolto il vento soffiare contro il mio muro contro il mio firmamento. è il respiro degli abissi che trafigge le pietre del mio silenzio. il mio silenzio lastricato di sconcertanti tuoni di vetro. una foresta di cemento e automobili e personcine brulicanti là sotto. qua dentro un mare calmo e tempestoso ombre che scorrono come gemiti tra lenzuoli artiglieria d’intimità e piacere e confusi estatici labirinti rampicanti. il vento soffia la polvere muta come un mare segreto in cui annegare in una stanza sbiadita e confusa dove ammutoliti pipistrelli danzano stando fermi appesi a testa in giù. dalla mia finestra vedo bugie mischiate al vino alle danze ai colori ai sorrisi e alle malinconie che cadono a pezzi come cantilene d’argento senza nome. sono un soldato senza corpo con le vene sature di neve arrugginita. 

venerdì 26 giugno 2015

la gente sempre sorridente è stupida. io sono solare-positivo significa io sono superficiale-e-troppo-stupido-per-farmi-toccare-da-dubbi-e-varie-inquietudini. chi cerca sempre la compagnia di altre persone non conosce le profondità dell’anima. le altre persone sono boe di galleggiamento che ci tengono forzatamente sulla superficie placida del mare. chi è in grado di avere una vita spirituale cerca in qualche modo la solitudine. 

lunedì 22 giugno 2015

...dal mio balcone...il termine della notte, cèline, fino all'alba...


notte è riposo per i mediocri. per gli altri, una stanza in cui non dover interagire con facce che non c’interessano. io ci aggiungo morsi zanne ferite e lupi. viaggio al termine della notte. che libro! l’alba a due passi, luce che trapela dall’altro angolo dell’universo. viaggio al termine della notte, cèline. che libro! leggiucchiate alcune pagine qualche ora fa. per chi ama la scrittura qualcosa di imprescindibile. meravigliosamente rozzo ed essenziale, scrittura che sgorga come vita, vita sporca e vera che va inaspettatamente a braccetto con la Letteratura. io poi ci trovo ironia dietro ogni angolo, dentro ogni anfratto, anche quando si parla di miseria, malattia e povertà. l’ironia è nello sguardo non nelle cose osservate. la luce dell’alba come una lenta marea sale usurpando il trono della notte. tra poco tutte le facce sciocche si sveglieranno e cominceranno a fare tutte le solite cose sciocche che chiamano vita. tra poco il circo del mondo aprirà i battenti. bah.

giovedì 18 giugno 2015

dalla mia finestra affacciata sulla notte vedo il porto. [solita casetta e solita cittadina del cazzo, per la cronaca. però stanotte vedo e sento un porto]. niente di solenne nella mia mente o sulla punta delle mie dita. c’è solo questo mark lanegan che scivola come un passamano che affianca con discrezione l’intera scala di questa notte. alle prime luci dell’alba si dissolverà (tacerà era troppo brutale, non se lo merita, se capite cosa intendo…). qualche persona per la strada si trascina agitando seccanti voci che disturbano la quiete del mio porto. ci vorrebbe una pioggia, sarebbe un sorriso alla mia anima alienata. non c’è la pioggia ma ho sempre me. ci vorrebbe la pioggia ma anche un fiume non sarebbe male. mi accontento del mio porto immaginario, con l’acqua nera che accoglie luci e pensieri che trapelano dai loculi di cemento in cui la gente sogna di essere viva. affilo le lame m’infilzo il pugnale.  non so il perché ma mi viene in mente una frase del Poeta “i cinesi vedon l’ora nell’occhio dei gatti”. 

domenica 14 giugno 2015

sofficemente sveglio nel cuore della notte, a deporre parole e incenerire sensazioni, una piccola forma di pazzia agli occhi di chi vive incollato ad orari più consoni ad una vita ordinaria e priva di immateriali trincee dell’anima. nella quiete della notte c’è una tranquillità che bisogna saper leggere. la fantasia è un cielo senza luce e l’atterraggio una fine che non si ha voglia di vedere. lo scambio di parole tra persone, credo si chiami socializzare, ora più che mai è qualcosa di semplicemente inutile e fastidioso. vado su e giù sull’altalena della mia nostalgia. sono il vento che accarezza un bosco notturno, un fumo come fiume che espandendosi lambisce ogni anfratto nascosto dipinto dalle trasparenze degli abissi dei sogni.

delle volte sono così vacuo…mi pungo mi graffio e in un battito di ciglia il mio corpo incontra i miei pensieri, s’incontrano manco a dirlo nel mio bosco interiore. un bosco pieno di buio e solitudine. le cose più belle hanno un profondo cuore di solitudine. è nel dolore e nella solitudine che le persone sfoderano la loro grazia. 

mercoledì 10 giugno 2015

il balcone della mia casetta, una notte stanca di parole, aggrappato alla mia sigaretta guardo quel lampioncino che è un lumino disegnato da un tratto di matita in una strada lambita da una pioggerellina che ascolta gli addii che si consumano in una notte come questa. ciò che vedo dalla mia finestra è un bellissimo mare privo di sole e schiamazzi, è un lampioncino che nel suo piccolo rischiara un ritaglio d’infinito, una luce che pesa come il suono di un flauto che consola come un tremolante bacio trasparente. una luce sofferente che è un bicchiere che ti accompagna fino al mattino. l’oscurità è pazzia e quel lampioncino è una confidenza che allevia ogni patimento, quel lampioncino prende a braccetto la mia anima e la conduce verso un’isola agognata dove la ragione ebbra di rugiada si addormenta come un fiore in aperta campagna. quel lampioncino mi sorride e ci scambiamo incomprensioni, mi dice che stanotte, adesso, vorrebbe sposare il mio sguardo. sono una brezza che s’innamora di un pallore visto mai. 

mercoledì 3 giugno 2015

davanti allo specchio

c’è un uomo davanti allo specchio, dietro le pupille, due pezzetti di specchio nero nello specchio, dietro le pupille un mondo senza esseri umani. dietro le pupille c’è un ragazzo che sussurra “i pazzi siete voi”. c’è un ragazzo seppellito da una sottile lamina lucida e riflettente che lo rende invisibile agli occhi insensibili e addomesticati. l’uomo davanti allo specchio ha un naso e una bocca, una bocca che non ha niente da mordere. il ragazzo sussurra che da sempre è in cerca di una casa. da sempre ha una luna e una malinconia senza colore. mi guardo allo specchio ed è un viaggiare senza terra e cielo che si muovono, è un guardare due occhi brillanti di nebbia, un veleggiare nella penombra a cui mancano i suoni dei ricordi. un bianco fertile nella penombra come un prato che si addormenta sognando la notte. i miei occhi che mi guardano cantano attraversando il ponte, si rallegrano dei fiori muti che si sciolgono davanti all’abbandono, davanti alla tristezza che non fa male, la città si perde mentre le mie ombre giocano a sparire inseguendo il suono di un organetto. senza fretta tra poco mi allontanerò dallo specchio, mi affaccerò al balcone e accenderò una sigaretta. 

sabato 30 maggio 2015

passeggiata notturna

mi sento un viandante nella notte nel bianco del mio pavimento. una morbida creatura fatta d’ombra che per istinto cammina e cammina scansando il gregge di umani privo di alcuna raffinatezza mentale. un ammalato che percorre improbabili  strade distanti dal sonno. le belle notti sono strade che portano al suicidio percorse a metà. gli interrogativi scompaiono sommersi dai passi senza meta. distanze lentamente percorse come discorsi impolverati da millenni di oniriche novelle dalla spina dorsale colorata. una notte come questa è un vizioso patrimonio da santificare. cammino passeggio nel vetro del bicchiere come sanguinante vino invecchiato. un lampione è un’ulcera nello scuro della città di materno cemento boschivo. un lampione è uno sgabello abbandonato in un angolo ricoperto da foglie di tabacco e narici gravide di libellule estatiche. cammino passeggio in questa mia notte dalla carne floreale e dalle labbra come dame ironiche ed eterne. nelle mie orecchie sbudellate le parole bagnate da una luna imbottita di stracci. assorbo l’ebbrezza del mondo dormiente. l’esigenza di camminare ha una delicatezza dolorosa e crepuscolare. 

lunedì 25 maggio 2015

sono adolescente quando mi graffio fino a sanguinare facendomi male fottendomene del mondo degli umani fregandomene di tutto ciò che resta fuori tutto ciò che non sono Io. la stessa sfrenatezza adolescenziale che ti porta a credere di essere invincibile quasi immortale. dovrei essere più oculato ma conservo un lato di quella intemperanza adolescenziale. quando morirò la mia adolescenza non sarà del tutto morta. nei miei occhi nelle mie pupille le guardo ora allo specchio nei miei occhi suona un capriccio di paganini. nere cosmiche fredde scintille gelide e morbose squilibrate allucinate. chissà cosa vedono gli uomini orrendi quando si specchiano. un oggetto raro un bambino solo un vuoto rivestito di pelle umana boh. 

mercoledì 20 maggio 2015

il mio scafo di legno screpolato segnato dal vento dall’acqua e dall’aria salmastra regge ancora il mare le sue rughe cicatrici un tempo solcate da vita e sangue e altro. il vetro della mia finestra mi separa dal mare nero del mondo. la sofferenza degli umani passa attraverso i miei occhi come vento tra le dita di una mano sollevata verso il cielo. attraverso la finestra sorrido alla condanna della solitudine timida delicata e tumultuosa la solitudine da cui mai vorrei guarire. m’inietto un po’ di buio piccola morte non è spegnere un interruttore è più un morbido soffice sprofondare un vezzo che mi concedo un’escursione nel mio bosco distante dal mondo. le risate le cretinate delle persone si affievoliscono fino a scomparire del tutto. i miei lupi ululano nel vento e sento che si avvicinano nell’antro oscuro che mi preparo come una confortevole culla in cui sogni e inquietudini scorrazzeranno liberi privi di catene. sprofondo come sprofondano i tasti di un pianoforte che suona una musica che lambisce le sponde della solitudine di una notte.

venerdì 15 maggio 2015

la luna è una lontana moneta coniata dal mio sguardo priva d’impronte di stupidi polpastrelli senza pensieri. al posto di quelle di stupidi polpastrelli ci sono impronte di lacrime versate in secoli di sguardi assenti più silenziosi del volo di un pipistrello.

disteso nell’erba del bianco del mio pavimento sono un pagliaccio completamente struccato il circo è ora un nero frammento che sussurra solamente “non esisto”. sono un pesce fuori dal suo acquario. 17. mi piace ora scrivere questo numero 17. i miei lupi inquieti rovistano nel sottobosco attendono il cuore della notte per avvicinarsi al mio letto per accostare i loro denti voraci alle mie ossa da pavone scolorito. la mia anima chiude la sua porta di pietra. e comincia ad assaporare i sogni su cui inciamperà. adoro inciampare imbranato sui miei sogni sconnessi. deliziosi profondi cuscini immaginari attutiscono le mie cadute ricche di memorie. stanotte mi addormenterò sul ciglio del burrone. le mie palpebre si allagheranno di fiamme non spente dalle mie lacrime assenti. 

mercoledì 13 maggio 2015

affondo sprofondo nel silenzio, nei parchi i bambini ridono, nelle città gli adulti non piangono. la vaporosa leggerezza della banalità adorna corpi privi di un fascino musicale. la mia intelligenza rifiuta calcoli e misurazioni. la mia intelligenza vuole una culla per crogiolarsi in un silenzio tragico e vitale. su una tela di ragno tesserò i miei sogni bianchi striati di pazzia. 

domenica 10 maggio 2015

il tempo cola goccia dopo goccia dopo goccia mentre immobile seduto sul pavimento fisso il niente che mi circonda cercando di pensare guardare il baratro che si apre dentro le mie ferite. sabbie mobili una voragine una clessidra nel fondo della quale in uno specchio mi specchio. io. ricordo che qualche tempo fa scribacchiando non mi veniva in mente la parola ossidiana la pietra nera e lucente. il riflesso dello specchio è una fredda e nera lucentezza una luce che vive in certi occhi certe pupille che riflettono cosmiche profondità silenziose come appuntite formazioni di ghiaccio in qualche sperduta caverna antartica.

bevo un mediocre porto dal colore indubitabilmente rosso sangue e mi viene in mente un episodio della battaglia navale di trafalgar, episodio in cui m’imbattei leggendo tempo fa una poesia del buon jorge luis borges. battaglia navale ottocentesca tra inglesi e franco-spagnoli. l’ammiraglio Nelson fu ferito ad un polmone ma restò in vita sino ad apprendere della vittoria inglese. ferito a morte, l’ammiraglio, per non demoralizzare i suoi uomini, indossò una camicia color rosso sangue per nascondere la ferita. bevo un mediocre porto color rosso sangue. coloro il mio sangue per, giusto per citare ancora il buon borges, sprofondare nelle profonde e buie acque del sonno. 

martedì 5 maggio 2015

quando guardo il pubblico pagante al circo. quando guardo le persone. quando guardo tutti. dio che dilagante esuberante straripante apatia mi assale. una specie di dimesso e spontaneo senso di superiorità. nei confronti di tutti. totale assenza di voler condividere anche una sola parola. un’anima la mia da metropoli in orario di punta. pieno e puro deserto di passioni. solo in piena notte lascio galoppare la mia mente dai larghi fianchi. il mio vizio preferito forse il silenzio. mi piace possederlo allontanandomi da tutto il resto avvicinandomi a me. le mie ossa attaccate al mio pallore e lo sguardo inquieto e allucinato. la mia vera passione è l’assenza di passione. 

giovedì 30 aprile 2015

la ribellione nel sangue è un vizio aggrappato alla tua mente come una zecca che affonda le sue zampette nella carne per ancorarsi e restare lì e non rischiare di essere estirpata. adoro essere un ribelle silenzioso. nel silenzio dei miei sorrisi interiori abbatto muri con mute cannonate battelliane. fulmini nel buio della mediocrità. ali di farfalle che sbattono con il loro non-rumore. dio che voglia di mandare tutti a fare in culo! un carnevale nella mia mente in cui poter mandare allegramente tutto e tutti. a. fare. in. culo. inonderei volentieri tutto quanto col fango del mio disgusto.