quando
guardo il pubblico pagante al circo. quando guardo le persone. quando guardo
tutti. dio che dilagante esuberante straripante apatia mi assale. una specie di
dimesso e spontaneo senso di superiorità. nei confronti di tutti. totale
assenza di voler condividere anche una sola parola. un’anima la mia da
metropoli in orario di punta. pieno e puro deserto di passioni. solo in piena
notte lascio galoppare la mia mente dai larghi fianchi. il mio vizio preferito
forse il silenzio. mi piace possederlo allontanandomi da tutto il resto
avvicinandomi a me. le mie ossa attaccate al mio pallore e lo sguardo inquieto
e allucinato. la mia vera passione è l’assenza di passione.
martedì 5 maggio 2015
giovedì 30 aprile 2015
la ribellione nel sangue è un vizio aggrappato alla
tua mente come una zecca che affonda le sue zampette nella carne per ancorarsi
e restare lì e non rischiare di essere estirpata. adoro essere un ribelle
silenzioso. nel silenzio dei miei sorrisi interiori abbatto muri con mute
cannonate battelliane. fulmini nel buio della mediocrità. ali di farfalle che
sbattono con il loro non-rumore. dio che voglia di mandare tutti a fare in
culo! un carnevale nella mia mente in cui poter mandare allegramente tutto e
tutti. a. fare. in. culo. inonderei volentieri tutto quanto col fango del mio
disgusto.
domenica 26 aprile 2015
raschio mi graffio mi faccio male sino a volare nel buio
deliziosamente impassibile. il viso proiettato in un elettrico niente emozioni
come suoni annientati. con le persone della mia quotidianità io gioco. finché
non sono solo e allora faccio sul serio. e sorrido. senza sangue mi specchio e
mi adoro nel mio pallore come un sogno o un fantasma che vaga nella città
abbracciata da una nebbia senza peso. mi specchio nella fortuna di essere uno
spirito che danza al suono di una fantasia senza valori. blu nero sofisticato
assassino nella culla vomito sanguino coperto da una tormenta che respira. mi
amo vedendomi riflesso nella mia solitudine fatta di assenze. di famiglia di
persone di umani di umanità. maledetto. dannato. come un bellissimo mostro
senza legami terreni. invisibile agli occhi del mondo. stanotte mi suicido. con
caramelle e succhi colorati. e domani sarò uno zombie. sorrido specchiandomi.
il mio riflesso. lo amo.
martedì 21 aprile 2015
chiuso nella mia stanza vagolo nel mondo libero
come un animale che guarda il cielo e il sole e ascolta il suo sangue scorrere
sciolto svincolato dalle creature che lo circondano. selvatichezza e bellezza
libere chiuse in una stanza d’appartamento. mi guardo specchiandomi
inquietudini e trasparenze s’intrecciano in una specie di favola sbagliata ma
che adoro.
sento i miei lupi ululare. probabilmente quando
non li sentirò più sarò morto o sarà come se lo fossi. o adorerò andare in giro
a fare shopping che è un altro modo per dire che sarò morto. ora mi avveleno un
po’. una spruzzata di colore nelle mie vene. colore che non ha niente a che
vedere con luna park o arcobaleni. semmai ricorda il colore rossiccio arancione
delle pareti di un’infernale caverna rischiarata dal fuoco e animata dalle
ombre che danzano così come i miei lupi girovagano nella notte. la notte…
apro la finestra e dalla notte mi lascio portare
via…
giovedì 16 aprile 2015
seduto
sulla sponda di un fiume azzurrognolo come una vena di un pallido braccio
freddo e immobile. seduto sulla sponda di un fiume pallido e azzurrognolo nella
mia stanza bianca e fredda e immobile. la mia mente seduta sulla sponda del
fiume guarda e ascolta l’acqua scorrere lenta morbida come un letto di ricordi
che se ti abbandoni ti trascina in un sonno senza spigoli lontano dalle
cascate. quasi estasiato ascolto il niente scorrere rapito da un soffice
silenzio. quasi non sento scorrere il veleno tra le mie ossa. seduto sulla
sponda di un fiume azzurrognolo nel bianco della mia stanza è un po’ come
andare sulla luna. la notte scivola ma il giorno ancora è lontano. tutte le
scuse del mondo tra poco si desteranno stiracchiandosi i loro viscosi tentacoli
che si allungheranno in tutti i caffè della città. le parole da sopportare
ovunque disseminate sbocceranno del tutto prive di grazia. l’esercito di
nessuno tra poco calcherà le vie di questo sasso che chiamate mondo. io
invisibile sarò avviluppato nel mio sonno perso nel mio universo senza parole.
domenica 12 aprile 2015
specchiandomi lupi
intorno a me fiutano le mie carni bramosi di rosicchiarmi le ossa nel mio bosco
personale distante da parole e sociali indesiderate presenze. immagino di lanciarmi
dall’ultimo piano di un grattacielo non è il desiderio di schiantarmi è lo
stare a mezz’aria con le braccia spalancate come ali e la faccia che sfida
l’aria affilata il volo istanti di voluttuosa solitudine sorriso impassibile
istanti momenti di meravigliosa distanza dal circo e gli uomini e le cazzate e
il brusìo delle formichine operose che là sotto si danno da fare ed io le
osservo come un bellissimo pipistrello-angelo-bianco che plana senza peso.
intorno a me nessuno
deliziosa sensazione di assenza la annuso la respiro mi ci tuffo nuoto niente
caldo niente freddo sensuale solitudine in cui volteggio disegnando tanti
fantastici e meravigliosi e inebrianti niente.
atterro uno specchio un
bosco i miei lupi. carne e ossa da sminuzzare. oscurità amorevolmente feroce
nera nebbia che avvolge e non ti dà scampo devi solo sprofondarti lasciarti
ricoprire come da un’edera che ti ama sottraendoti il respiro incantato
amplesso privo di alcuna avidità. specchiandomi lupi intorno a me.
mercoledì 8 aprile 2015
adoro il contatto a
distanza che ogni tanto concedo a qualche persona. vicinanza che è uno
svelarsi, un mostrarsi nel silenzio di un’astrattezza che ha qualcosa di
vagamente celestiale, un volo libero, parole nell’aria, una lunga lacrima
narcisistica che nuota senza costume in un mare di pensieri.
con le
poche persone che ogni tanto capitano in quest’angolino ho avuto questo tipo di
contatto a distanza. un contatto privo di cemento, un gioco in cui nessuno
perde, un capriccio privo di veli.
sabato 4 aprile 2015
quando qualcosa muore c’è sempre qualcosa di
triste. non di sbagliato ma di triste sì. sempre. c’è persino qualcosa di
triste quando il sole muore, ogni giorno. anche le scheletrite foglie autunnali
portano con sé una certa tristezza in quella luce andata via per sempre. forse
la tristezza è dettata dall’assenza, dall’abbandono. da quel gelo che ci
tramuta in impietriti spettatori impotenti. una tristezza che ha anche una
qualche bellezza. la bellezza dello spettacolo di un tramonto. la bellezza di
un’ipnotica melodia di pianoforte. la bellezza di uno sguardo che somiglia ad
un amplesso silenzioso. la bellezza di volersi congiungere con un unico,
meraviglioso sguardo. uno sguardo del pensiero.
martedì 31 marzo 2015
sono meravigliosamente distante
dal suolo e dalle persone, fluttuante come un corpo addormentato in una bara di
nebbia appena colorata da chimiche esalazioni morbide e sofficemente perverse.
la notte s’infiltra dai vetri della finestra per ascoltare i miei pensieri neri
come il silenzio di una solitudine che non ha voglia di parlare. sono
impermeabile alle persone. il mio sguardo è scivoloso, il volto pallido come un
pagliaccio distante dal lavoro, inquietudini ondeggiano senza graffiare, un
sorriso appena accennato si prende gioco del mondo intero che piccolo e inerme
mi osserva quasi ammirato. lo sguardo del mondo intero è un bambino col naso
appiccicato alla mia finestra, una buffa insignificante presenza che ignoro con
una megaindifferenza che ha del meraviglioso. sorrido a me stesso, mi sorrido e
mi sorprendo a volermi bene, sono la cosa più bella che possiedo. mi adoro.
nella strada dalla finestra vedo un giovane fantasma dallo sguardo assente che
cammina. un giovane fantasma che non crede nella morte. cammina e si accende
una sigaretta. il bagliore dell’accendino è una micro piccola festa senza
invitati un raggio di un sole senza spettatori. guardando quella fiammella mi
rendo conto e penso che mi adoro.
venerdì 27 marzo 2015
tra le nuvole libero come un tuono sospeso tra
lacrime sospiri senza limiti un battito che non teme respiri guardami guardami
mordimi e se vuoi uccidimi sei uno spettacolo senza umanità sconvolgimi
chiamami dio chiamami miracolo e guardami cadere invisibile pericoloso tenero
un angelo non nasconderti tradiscimi feriscimi ispirami illumina la mia vanità.
verso il sole verso il buio senza sonno cadi tenendomi negli occhi scolpiscimi
nel petto incendiami una goccia di eternità che mai finirà. volo come fuoco
libertà odio che incorona la metà dell’umanità che brama il diluvio che
incenerirà dolcissime voci sconosciute da vivere adoro stare male amo l’assenza
di luce amo lo specchio così freddo che prima o poi esploderà. non è facile
restare senza favole da vivere respirami e non dirmi mai addio.
lunedì 23 marzo 2015
vieni vieni qui dentro le mie
mani le mie mani ascoltano le tue angosce color morfina vieni tuffati nelle mie
mani spalancate come braccia che bramano emozione e cercano sole e viaggio e
feroce solitudine. vieni e arrenditi addormentati ascolta il suono del sonno la
distanza della realtà ascolta. sentiti una creatura meravigliosa come una luna
che cade nel buio di una schifosa anima mortale, cerca di non desiderare niente
pensa solo a cadere sprofondare senza alcun vorrei sentiti invulnerabile senti
che puoi non sentire niente vinci le stronzate che vogliono fermare le tue
galoppate senza freni sentiti libera di essere una criminale che mai ha
conosciuto l’amore stringi come vento con le nubi le tue lacrime di veleno
imbevute piscia e bacia il tuo dolore. i miei occhi ti chiedono di non
arrenderti con la loro musica i miei occhi ti baciano così meravigliosi come
sogni nati per distruggere le crudeli parole che nascono dalla realtà. piscia e
bacia il tuo dolore e dimentica le stronzate che la vita ti ha regalato,
un’elettrica stanza cosce aperte e amare, lasciati bere lasciati sorseggiare,
sei ritmo che cresce miele da bere bambola da baciare piscia e bacia il tuo
dolore non arrenderti piangi come un canto che spegne roghi che divorano
cannibali pensieri che danzano senza pensare.
giovedì 19 marzo 2015
quando
le mie ossa saranno morse rosicchiate dai vermi come saporite e succulente
costolette queste parole saranno fredde come la pelle che ora le sta emanando.
sarò per sempre tramontato nel mio mare denso di petrolio. sarò morto. e non me
ne fregherà un cazzo di essere morto. me ne fregherà meno di voi. queste parole
come miriadi di scintille raffreddate si depositeranno in qualche recondito
angolino come cenere che si divertirà ad essere spazzata e trasportata dal
vento fregandosene del domani. adesso il mio sorriso solitario soffia sui
carboni ardenti rinvigorendo le esagitate scintille parole che danzano come un
nugolo di streghe in un fosco cielo d’inverno di campagna. il mio sorriso è un
crocifisso appeso su una parete di questa mia notte solitaria.
sabato 14 marzo 2015
esplosione
di supermegaindifferenza come una solenne smisurata nevicata concentrata in un
solo secondo del vostro mondo. il mio animo sprigiona ora una vera e propria
era glaciale che voi nemmeno vedete. lasciate che il mio ghiaccio accarezzi la
superficie del pianeta che sta davanti alla vostra finestra, davanti ai vostri
occhi, davanti alle vostre vite. anche se non capite lasciate che si posi il
mio ghiaccio, lasciate che sbocci questa mia primavera al contrario, non
conficcate frecce arroventate nel mo animo leggero e visionario. lucine nella
notte giovane singhiozzano senza pianto, il buio vaga senza meta in attesa di
poter mettere stabili radici e irrobustire e dare forza alla notte che allora
sarà un incanto di nero senza buchi e risate e colori privi di nerbo. da così
tanto tempo non verso lacrime su alcun suolo, solo deserto e deserto
incalzante, suolo deserto che ghiaccia ed il ghiaccio è la mia carezza per il
mondo, un sorriso che è una carezza, una carezza che è una ventata di gelido
torpore senza pensiero. sono un lungo lampo scuro e solitario nella notte, un
sorriso mentale che guarda come le nubi guardano il mondo. con tutta la gentilezza
di cui ora sono capace, andate tutti a fare in culo.
lunedì 9 marzo 2015
m’inoltro
nel mio bosco scuro dove la luce del mondo fatica a penetrare, non ci sono
umani né rumori artificiali, solo quiete e angosce che conosco a menadito e che
percorro con un’affascinante sicurezza che niente ha a che vedere con paure o
disagio. sono un flemmatico sommergibile che percorre le oscure profondità del
mare e che si tiene a dèbita distanza dalle luci e dalle coste abitate. il mio
incedere nel mio buio ha tinte pastello e una leggerezza che solo il silenzio
sposato alla serenità può avere. il mio bosco scuro ha l’argentea sacralità
pagana del bosco in cui norma, la gallica sacerdotessa, raccoglieva le sacre e
antiche piante inargentate dalla casta e divina luna…
mangio
ghiaccio e bevo petrolio, l’olio che vien fuori dalle pietre come lo descrisse
il signor marco polo. a proposito, riguardo quelli che mettono in dubbio il
viaggio del signor polo e le sue descrizioni, come dico spesso “ un giorno la
tecnologia distruggerà il mondo”. ma porca miseria, d’accordo indagare per far
emergere la verità ma così si uccide la poesia. mmmm questa è una parentesi che
probabilmente terrò sempre per me. ora ho una maledetta voglia di ac/dc. metto
highway to hell e lascio che si attorcigli tra le vene di questa mia notte. un
perfetto maledettismo striato di acidulo blues e con una buona dose di
viscerale rock che prende a braccetto il sorriso interiore notturno che mi
sento fermentare dentro. mi sento [come mi diceva la mia bellissima musa dalle
vene di ghiaccio] anaffettivo. e sorrido
dentro come un pagliaccio mefistofelico che se ne frega del mondo. sorrido
dentro alieno come syd, come joker, come un battello. un battello ebbro. bye.
mercoledì 4 marzo 2015
venere in pelliccia, polanski, masochismo e pergolesi
qualche notte fa, adoro passare le notti in solitudine,
scribacchiando, ascoltando musica, leggiucchiando, tutti modi di dialogare in
silenzio con me stesso, qualche notte fa ho guardato un film di roman polanski
del 2013 intitolato "venere in pelliccia”. il film mi è piaciuto, ci sono
solo due attori per tutta la durata del film, un regista teatrale e un’attrice
strampalata che ottiene di fare il provino per la piece teatrale curata dal
suddetto autore. la piece in questione è un adattamento de La venere in
pelliccia di leopold von sacher-masoch, autore austriaco del 1800 da cui deriva
il termine masochismo che tuttora usiamo. durante il provino l’attrice e
l’autore si scambiano continuamente i ruoli e, tra le battute programmate e le
improvvisazioni, emergono le sfumature caratteriali dei due protagonisti in un
gioco in cui finzione e realtà si mescolano, si rincorrono, si fondono sino a
divenire indistinguibili.
perché ora sto scrivendo di questo film? semplice, perché in questo momento sto ascoltando lo Stabat Mater di pergolesi. il masochismo è la ricerca di piacere attraverso il dolore, cosa ben più sottile delle pratiche sessuali che possono venire in mente sentendo questa parola. non sono certo un esperto ma credo che dietro questo termine ci sia un mondo intero di sfumature psicologiche per l’appunto molto sottili e, credo, dotate anche di un certo fascino. comunque, dal masochismo al dolore l’associazione d’idee è scontata quanto può esserlo dal ghiaccio al freddo o cose così. e parlando di dolore… c’è questa sublime musica che sto ascoltando, lo Stabat Mater di pergolesi. lo Stabat Mater (stabat Mater dolorosa, la madre addolorata stava) è una preghiera medievale da cui presero spunto molti poeti e musicisti, che parla del dolore della Vergine per la morte di suo Figlio. dal basso della mia ignoranza musicale, credetemi, da questa musica affiora veramente tutto il commovente, toccante struggimento della Madre addolorata. e, nonostante ciò, la musica è così soave, celestiale, estasiante. be’, mi perdo nella musica…
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